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Gestione del cambiamento: sviluppare un’organizzazione con l’intelligenza emotiva

Perché parlare di Intelligenza Emotiva in merito ai cambiamenti organizzativi?
Perché, seppur non è l’unico, è un elemento di grandissima importanza.
Vediamo subito in che modo.
La prima necessità a farsi largo in un clima di cambiamento organizzativo è quella che i manager siano in grado di mettere in campo, oltre alle loro competenze specifiche e di settore, anche di tutta una serie di soft skill di cui l’intelligenza emotiva è il pilastro.
Non si tratta di un talento o di una caratteristica innata, si sviluppa attraverso un lavoro che la trasformi da obiettivo a competenza.
Partiamo però dall’inizio.
Come capisci che è tempo di lavorare sul fattore “intelligenza emotiva” nella tua organizzazione?
Osservando se sono presenti i seguenti inequivocabili segnali:
➡️  perdita di produttività
➡️  mood generale negativo
➡️  stress organizzativo manifesto
➡️  carenze o imperfezioni nel rapporto con i clienti
➡️ alto turnover dei collaboratori
➡️  carenza di un equilibrio vita/lavoro dei collaboratori
➡️  necessità di attrarre talenti
Ognuno dei fattori in elenco porta con sé una preoccupante dose di guai, quindi non bisogna perdere un solo minuto.
AGIRE!
Dopo aver individuato questi elementi e fatto luce sul loro peso all’interno dell’organizzazione, è necessario porsi delle domande sull’ IE (intelligenza emotiva):
– Come può aiutare l’IE❓
– Quali sono le figure che in questo momento ha più  senso formare in termini di IE ❓
– C’è già qualcuno in grado di mettere a disposizione dell’azienda e in base alle proprie competenze la propria IE ❓
– In che modo l’IE andrà comunicata e diffusa in termini di cultura aziendale❓
Elementi da osservare e domande da porsi: questo il punto di partenza e, ti avviso, e già tanto lavoro da organizzare e gestire, ma sapere da dove partire è senza dubbio un grande vantaggio!
Al lavoro subito!
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I segreti del linguaggio del corpo: i gesti di autoconforto.

Il linguaggio del corpo è un mondo molto esteso e ricco di dinamiche spesso di non facile comprensione.
Più volte ti ho spiegato che la maggior parte del messaggio comunicativo si gioca lì, in tutto quello che passa attraverso la comunicazione non verbale.
Oggi ti voglio svelare quel che si cela dietro a un altro interessante gesto del linguaggio del corpoil gesto di autoconforto.
Ti riporto un esempio di immediata comprensione perché ha come protagonisti i membri della famiglia reale britannica, che hanno un bagaglio di linguaggio codificato non indifferente, ma anche in fatto di gesti di autoconforto non scherzano.
Questo accade spesso nelle occasioni pubbliche, in cui, oltre a dover seguire un protocollo rigido di comportamenti,  devono essere in grado di gestire imprevisti e comunicarli al loro prontissimo staff.
La borsa della regina … ti sembra mai possibile che la regina abbia bisogno di una borsa? Pensi che dentro abbia contanti, cellulare e agenda con tutto lo staff che ha a disposizione?
La borsa della regina serve per mettere in atto gesti di autoconforto, per proteggersi quando si sente in imbarazzo, per chiedere aiuto ai suoi assistenti in un momento di difficoltà per stringere qualcosa in mano e scaricare la tensione.
Sul principe Carlo si potrebbe scrivere un manuale.
Hai notato che nelle occasioni pubbliche, quando scende dall’auto incrocia un braccio davanti al busto e si tocca la tasca della giacca?
Ecco, quello è un gesto di autoconforto, perché, anche in questo caso, vuoi che ci sia del denaro, un telefono, o altri oggetti in quella tasca?
Ovviamente no.
Non bisogna essere dei reali per mettere in atto gesti di autoconforto, capita ogni giorno nella vita di chiunque.
🔍  zoom sul gesto di autoconforto inconfondibile: la mano sul collo o sulla nuca, è tipico non solo nei momenti di ansia, ma anche nei momenti di attesa per cadenzare il tempo o per sopportare il silenzio in presenza di altre persone.
Se l’emozione di disagio aumenta, allora si passa alla mano in bocca, fino al gesto di mangiarsi le unghie o mordicchiarsi le mani.
Se ci sono accessori sul corpo allora ecco che vedrai persone giocare con la collana, togliere e mettere l’anello, tirarsi l’orecchino.
Si tratta di meccanismi inconsci e incontrollabili e per questo segnali utilissimi per capire lo stato d’animo di chi hai davanti.
Tutto chiaro???
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chi-legge-quello-che -scrivi

Chi legge quello che scrivi? Diventa il tuo lettore per un giorno.

Chi legge quello che scrivi?
Si dice che chi sceglie il tuo lettore sia proprio tu.
Chi scrive infatti, secondo le regole che ci insegna Google e il marketing, sceglie il cosiddetto target, ovvero la fascia di pubblico a cui destinare i contenuti che scrive.
Il primo passo, a dire il vero, è proprio quello di scegliere il pubblico.
Cosa succederebbe se così non fosse?
Ti illustro subito lo scenario catastrofico.
Supponiamo tu abbia un servizio da presentare.
Devi descriverne le caratteristiche, ma soprattuto i vantaggi e il modo in cui migliora la vita di chi lo compra.
Inizi a scrivere in preda all’entusiasmo, butti giù i dettagli dettagli tecnici, le tue opinioni, le prove inconfutabili del valore del servizio, ma …
AAAALT!
Tutto questo lavoro per chi lo stai facendo?
A chi serve quel che scrivi?
Che mestiere deve fare chi legge per apprezzare quel servizio?
In quale fascia di età deve essere collocato?
Cosa cercherebbe su Google se avesse bisogno di quello che stai cercando di vendere?
Queste domande non sono solo importanti, sono vitali per la tua attività.
🔴  Individuare chi ti legge è fondamentale quando scrivi.
Il passo più strategico per comprendere come arrivare al tuo lettore ideale è immedesimarsi in lui/lei, fingere per un tempo limitato di essere lui.
Cosa si aspetterebbe di trovare?
In che linguaggio lo accoglierebbe con maggior naturalezza?
Lo so, ti stai preoccupando, ma non devi!
Ho preparato per te un primo vademecum di domande da tener presenti (inchiodale sullo schermo su cui lavori) quando scrivi un argomento che ha una destinazione di acquisto oppure che contiene dei temi per te importanti da trasmettere ai giusti destinatari:
➡️  che fanno nella vita le persone a cui vuoi scrivere?
➡️  che problemi potrebbe loro risolvere il tuo servizio/prodotto?
➡️  hanno un background specifico o eterogeneo?
➡️  perché pensi di essere in grado di scrivere un messaggio per loro?
➡️  chi sei tu per loro?
Fissa bene questi punti perché sono imprescindibili se vuoi davvero arrivare al tuo interlocutore.
Una volta individuato il tuo pubblico, puoi tarare il linguaggio e scegliere la forma giusta, la più efficace, per esporre i tuoi contenuti e raggiungere i tuoi obiettivi.
Tutto chiaro???
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L’ansia durante una presentazione: il legame tra corpo e mente

Se l’ansia durante una presentazione rischiava di essere un problema serio quando il mondo si relazionava solo di persona, con lo smart working la questione può diventare ancora più delicata.
 
Immaginati una situazione in cui un tuo interlocutore in video call viene colto da un momento di ansia serio: probabilmente d’istinto farebbe le stesse cose che gli verrebbe da fare di persona. 
 
Il problema però è che alcune situazioni non sono risolvibili allo stesso modo di persona e da remoto.
Perché?
Perché la webcam fornisce un’inquadratura, e dunque una visione, parziale delle immagini!
Il ritaglio del volto dunque in un immaginario mondo perfetto a livello comunicativo, dovrebbe contenere solo quegli elementi funzionali ad una comunicazione efficace o d’impatto.
 
Se arriva l’ansia non può essere così perché tutti quei segnali che anche dal vivo disturbano il sereno fluire della comunicazione, via web sono al centro dell’inquadratura e distruggono il livello di attenzione dell’interlocutore, anche perché rubano gran parte dello spazio consentito da uno schermo.
 
Di cosa stiamo parlando?
 
Partiamo dal nemico più acerrimo di una presentazione pubblica: l’ansia.
Che si sia ansiosi per natura caratteriale o perché non si regge lo stress di una presentazione, poco cambia.
Il risultato e una situazione di disagio che difficilmente può essere nascosta a chi ci osserva e ascolta.
 
Lo schema comportamentale di una persona in ansia nel corso di una presentazione è piuttosto ripetitivo e prevedibile, motivo per cui è assolutamente impossibile non notarlo e salvare il relatore da una spiacevole figura.
Abbiamo ribadito centinaia di volte che il livello di preparazione qui c’entra poco, è un problema prettamente legato alla circostanza di parlare in pubblico, anche se il pubblico è dietro allo schermo.
In fondo, e sai anche questo, parliamo della seconda paura più diffusa dopo quella di morire.
Serve di nuovo l’elenco dei movimenti che raccontano l’ansia?
Sì serve, perché per farci un serio lavoro su si devono avere lì, nero su bianco, ed essere osservati come piccoli batteri da eliminare.
Il caso poi vuole, tanto per peggiorare le cose, che quei piccoli tic di manifestazione d’ansia riguardino per lo più il viso, focus ben centrato di una video call.
Non è l’unica parte del corpo coinvolta ok, infatti se inizi a ballare con la gambe o a stropicciarti le dita probabilmente nessuno si accorge, ma se il linguaggio del corpo inizia manifestarsi sul volto, addio agli obiettivi della tua video call.
Vediamo i gesti più diffusi:
  • accarezzarsi l’orecchio
  • toccarsi il naso
  • mangiarsi le unghie o comunque mettere le dita in bocca
  • spostarsi continuamente con la sedia (sai che balletto!)
  • pettinarsi le sopracciglia
Un valido ausilio per il controllo di questi meccanismi automatici potrebbe essere sicuramente quello di osservarsi nelle finestre che ogni canale di videoconference offre. Anzi, direi che come sempre la tecnologia offre soluzioni, perché ovviamente quando sei in aula questo plus non ce l’hai, non è che parli davanti a uno specchio !!!
Quindi osservati, correggiti e non smettere mai di esercitarti 💪
🔴 Concentrati sul tuo corpo allo stesso modo di come ti concentri per organizzare i contenuti e poi comunicarli.
Rendi le cose più facili a chi ti ascolta, ma soprattutto rendi più efficace il tuo messaggio, più diretta e chiara la tua comunicazione.
 
 
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In aula o in video call: il linguaggio non verbale in una presentazione.

Il linguaggio non verbale rappresenta la componente più corposa di un momento comunicativo.
Il 93% di un messaggio (è questa la percentuale totale di elementi non verbali in un atto comunicativo), è a sua volta composto per il 55% da segnali visivi e il 38% da elementi paralinguistici.
Il nostro modo di lavorare è cambiato, quello che non deve cambiare è la capacità di gestire il linguaggio non verbale all’interno di una presentazione. Che si tratti di un meeting di persona, o di una video call ci sono dei comportamenti da tener sempre presenti se non si vuole ottenere il risultato di distrarre l’ascoltatore anziché attirare la sua attenzione.
Il pericolo in questo momento storico è in agguato più che mai, proprio perché si è passati alla modalità smart working, che per molti è home working, si tende a vivere in modo più easy anche le situazioni strutturate in funzione di uno specifico obiettivo.
Quindi prendi nota di quel che segue, e fai uno strategico copia e incolla sul tuo file dei meeting, se non ce l’hai crealo e annota tutte le informazioni utili per la buona riuscita della tua performance:
  • non essere immobile come un manichino: dal vivo non oso immaginare la scena, ma anche davanti a uno webcam l’interlocutore se non ti muovi potrebbe annoiarsi a dismisura. Neanche il mal di mare però: virtus in media stat!
  • se devi leggere qualcosa o fare riferimento a un tuo supporto di appunti, non c’è nulla di sbagliato, ma prepara un power point e mostralo in aula o nello schermo condiviso. Il non verbale che emerge durante la lettura degli appunti, se non condivisa, sarebbe distraente, sia in aula sia in video call.
  • non guardare in giro per la stanza né in aula, né in video. Focus sempre su chi ascolta!
  • se c’è qualcosa che ti distrae nell’ambiente in cui stai eseguendo la tua presentazione, ignorala. Alla prima pausa potrai andare a controllare.
  • supporta il non verbale con un buon paraverbale: qui siamo al confine tra le due aree, ma un giusto tono, timbro, ritmo e volume della voce condizionano moltissimo anche l’effetto del non verbale sugli ascoltatori.
  • e … dulcis in fundo … rileva il non verbale di chi ti ascolta: osserva il tuo pubblico in aula, fai uno sforzo di vista sullo schermo e cerca di captare le reazioni, l’atmosfera!
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Lie to me. L’indizio è nel comportamento

“Lie to me” è una di quelle serie che ha tenuto attaccati allo schermo per anni milioni di telespettatori. Lui, il protagonista, sa capire chi mente.
Dopo il desiderio di volare e quello di comprendere il linguaggio degli animali si colloca il desiderio di capire chi mente.
Quello che posso dirti ora è che sicuramente può essere interessante capire cosa dicono gli animali sì, specie se ti riguarda, e che a volare ci pensa l’aereo su cui puoi comodamente viaggiare, ma capire se chi ti parla mente è compito tuo.
Questo sì che puoi farlo!
Capire se il tuoi interlocutore mente, oltre al tuo interesse psicologico sulla vicenda in generale, può chiaramente tutelarti da possibili pericoli soprattutto se hai affidato a questo persona qualcosa di importante, come la tua fiducia o il tuo tempo.
Il linguaggio del corpo aiuta in questo, ma devi allenare l’occhio a prestare attenzione ad alcune cose, altrimenti l’abile mentitore l’avrà vinta.
Prima di tutto è bene fare una precisazione: alcune volte le persone non sanno di mentire, sono convinte di essere nel giusto e nel vero anche quando a te è palese la menzogna.
Quale può essere la causa di questa situazione: l’ignoranza, nel vero senso della parola, ignorano che stanno mentendo perché conoscono quella versione dei fatti e ritengono che sia vera.
Poi ci sono le bugie buone, che a dirla tutta magari non sono neanche pienamente bugie, come quando quando assaggi il dolce preparato dal tuo amico e ti senti in dovere di complimentarti, magari in cuor tuo senti che non ha nulla di così speciale.
Si chiama bugia sociale, quella che serve per facilitarti le cose con gli altri, per aprire un canale dove non c’è, per fare piacere a qualcuno e costruire un buon rapporto anche se momentaneo con lui/lei.
Quello che però a un occhio attento non deve assolutamente sfuggire sono le bugie pericolose, premeditate, di convenienza, quelle che possono mettere nei guai anche te.
Vuoi ritrovarti fregato e deluso?
Io dico di no!
Ecco allora che spunta il solo elemento su cui devi focalizzare la tua attenzione: il comportamento.
🔴  Osserva, scruta, registra, perché chi mente, mentre lo fa, cambia qualcosa nel suo solito modo di agire. Si morde le labbra, distoglie lo sguardo, gioca con i capelli, si gratta una gamba.
Se conosci quella persona e hai avuto di osservarla in altre circostanze della sua vita allora sei in vantaggio.
Non è necessario che vi conosciate da una vita, bastano poche ore, anche solo due incontri, se hai l’occhio allenato e sai dove devi guardare ti assicuro che la menzogna non ti sfuggirà.
Il linguaggio del corpo non fa miracoli, è vero, ma aiuta e, come qualunque altro strumento, se lo si conosce fornisce soluzioni.
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Come comunichi mentre ascolti? 3 segreti per creare intesa con il tuo interlocutore!

Come comunichi mentre ascolti?
Ebbene sì, la domanda centrale è proprio questa.
Si sente spesso la declamazione delle virtù del buon ascoltatore, ma nel dettaglio cosa bisogna fare per essere un buon ascoltatore?
3 cose prima di ogni altra:
🔍 mantenere il contatto con gli occhi
🔍 comunicare attraverso movimenti della testa
🔍 effettuare l’eco posturale (non è un esame medico, no!): rispecchiare in modo naturale il linguaggio del corpo di chi parla attraverso la postura.
Un focus dettagliato va dedicato nello specifico ai movimenti della testa che hanno un ruolo fondamentale, e per questo delicato, al punto che saperli utilizzare significa fare in modo che l’interlocutore non possa mai fraintendere.
In particolare attraverso un cenno della testa puoi:
➡️  incoraggiare, manifestando interesse a chi parla
➡️  confermare, mostrandoti presente, in ascolto
➡️  manifestare comprensione, come a dire “ok sto capendo”
➡️  approvare, facendo capire che si condivide il punto di vista di chi parla
➡️  acconsentire: far capire all’interlocutore che agirai in funzione di quel che sta dicendo.
Può sembrare incredibile che il solo gesto di annuire con la testa abbia il potere di dire tutte queste cose.
Molti non riescono a comunicare nemmeno attraverso questo semplice gesto semplicemente perché non gli viene spontaneo, si concentrano sulle parole, non gli sfugge una virgola, peccato che l’interlocutore questo non lo sa e può non cogliere il livello di attenzione di chi parla penalizzando l’efficacia del momento comunicativo.
Piccola nota per chi ama i numeri: esperimenti e osservazioni sul campo hanno rilevato che gli ascoltatori che tendono ad annuire comunicando con il movimento della testa tendono ad ottenere quattro volte più informazioni rispetto a chi tiene la testa immobile 🏅
Quindi occhio, anzi testa, meglio ancora: occhio alla testa 🧐
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indizi-visivi-vocali

Ascoltare tra le righe. Indizi visivi e vocali

Gli indizi visivi e vocali sono due elementi da non sottovalutare mai nel rapporto con i tuoi interlocutori.
Studi, test, interviste, da anni ci raccontano come le persone molto popolari, all’interno di comunicazioni in presenza, dimostrano di saper esercitare un livello di ascolto estremamente alto.
Le parole dono importanti, diceva Nanni Moretti, ma oltre le parole c’è un universo di significati che si cela dietro al linguaggio del corpo 🧐
A cosa mi riferisco?
A tutto quel mondo che appartiene al linguaggio paraverbale, ovvero: il timbro della voce, il tono, il volume, il ritmo, la velocità, e tutti quegli elementi che aiutano l’interlocutore a cogliere ciò che non è espresso attraverso le parole.
L’errore, istintivo e molto ingenuo, è quello di focalizzarsi sulle parole 😱
Questo accade soprattutto in quelle situazioni in cui il contenuto di una conversazione è particolarmente atteso dall’interlocutore: la comunicazione di una notizia, la risposta a una domanda, l’esito di qualcosa.
Succede così, che proprio nel momento in cui dovresti essere più attento, ti perdi gli aspetti più efficaci della Comunicazione.
Per capire come evitare di incappare in questi piccoli imbrogli, parti dal tutelarti dalle possibili cause, che possono essere:
➡️  emotive: sei molto coinvolta/o e non riesci a controllare razionalmente la situazione.
➡️  abitudini sbagliate: nessuno ti ha mai spiegato una modalità più efficace per comprendere chi ti parla.
➡️  focus sulla risposta: se stai già pensando a come rispondere o a cosa chiedere, ti stai perdendo il meglio della trasmissione del messaggio.
Parti da qui nella tua analisi e lavora su questi aspetti piccoli ma ormai consolidati!
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Sai riconoscere il messaggio che si nasconde dietro a un sorriso?

Sai riconoscere il messaggio che si nasconde dietro a un sorriso? 

In molti probabilmente non si sono nemmeno mai posti il problema, ma tutti sappiamo, in base alle nostre esperienze che esistono sorrisi sinceri e sorrisi che invece hanno l’obiettivo di nascondere le vere emozioni di chi li manifesta.
 
Del resto, l’espressione “fare buon viso a cattivo gioco” descrive proprio la capacità di ostentare un’espressione positiva con l’intento di mascherarne un’altra.
 
🔴  Nel mondo della Comunicazione non Verbale, ciò che ci consente di riconoscere un sorriso falso è la totale assenza di coerenza rispetto al contesto o alle parole che si stanno pronunciando.
Gli esperti parlano anche di “sorriso sociale”, ovvero quell’espressione facciale che si adotta e si mostra in circostanze in cui semplicemente conviene farlo.
Un sicuro vantaggio del sorriso sociale è che, anche quando non è spontaneo, ma ben camuffato, comunica all’altro assenza di ostilità e una certa disposizione a un clima non conflittuale. Il alcuni contesti questo è sufficiente.
In fondo è bene anche scrollarsi di dosso la convinzione che un sorriso di circostanza sia necessariamente indice di cattive intenzioni.
Vai con l’esempio: molte persone, per lavoro, sono tenute ad entrare in contatto con un gran numero di clienti, collaboratori, fornitori, insomma, persone in generale.
Ora, non è detto che chi svolge un lavoro così tanto a contatto con il pubblico debba essere sempre di buon umore e ben disposto verso l’altro, ci sono le “giornate no” per tutti e anche all’interno della stessa giornata non si ha spesso lo stato d’animo per sorridere sempre spontaneamente 😊
 
Per questo ci si affida a un sorriso magari meno entusiasta e spontaneo ma sicuramente desideroso di comunicare cordialità e buona educazione 💪
Come è fatto questo sorriso sociale?
Beh se vuoi che la conoscenza della Comunicazione non Verbale ti aiuti a identificare meglio le intenzioni del tuo interlocutore, qualche strumento lo devi affinare:
nel sorriso sociale gli angoli della bocca vanno verso occhi, senza sollevarsi, e nella zona perioculare non si registra alcuna attività che denoti la presenza di un’emozione.
Nel sorriso spontaneo, notalo da oggi in poi, gli angoli della bocca vanno in alto verso gli occhi, e nella zona perioculare si formano delle piccole rughette espressive.
Un piccolo trucco per capire meglio chi si ha davanti e, quando serve, per scoprire il buon viso a cattivo gioco, che nella vita e negli affari spesso non porta a niente di buono.
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distanziamento-personale-distanza-sociale

Distanziamento personale e distanza sociale: la storia modifica il linguaggio.

Distanziamento personale

Il distanziamento è ormai un concetto noto al punto da essere una delle parole più utilizzate dal 2020. 
 
Chi lo stabilisce, come si definisce, è facile rispettarlo?
I fatti recenti hanno lasciato poco spazio alla libera iniziativa, stabilendo le nuove distanze in funzione di regole ben precise dettate dall’urgenza e dalla prudenza.
Rispettare un distanziamento per alcuni è più facile che per altri, per diversi motivi: maggiore indipendenza e capacità di restare da soli, svolgere una professione che può essere seguita anche da casa, avere un nucleo affettivo raggiungibile anche in situazioni di isolamento.
 
Insomma, in termini sociali il distanziamento è stato oggetto di osservazione per mesi e mesi, quello su cui è necessario interrogarsi è come abbia inciso sul linguaggio e sul modo di comunicare.
 
Durante il periodo degli europei di calcio sono entrato in una pizzeria da asporto e, mentre aspettavo il mio turno, l’occhio mi è caduto su un avviso affisso sul bancone: mantenere la distanza sociale di 1 metro dalle altre persone.
 
Mi ha incuriosito il fatto che a qualcuno sia venuto in mente di usare questa espressione, di unire il termine “sociale” ad una parola che si spiegava in modo esaustivo da sola.
Distanza personale, sarebbe stato più corretto, ma l’utilità di quell’avviso ad oggi sta nel fatto che ha aperto una riflessione nella mia testa su tutte le possibili sfumature della prossemica e di quanti fattori entrino in gioco quando le persone si avvicinano le une alle altre, pandemia a prescindere.
 
🔴  La distanza sociale ha una definizione ben precisa che ti invito a ripassare cliccando sull’articolo dedicato (LA PROSSEMICA: GESTIONE DELLO SPAZIO NELLE DINAMICHE INTERPERSONALI), il distanziamento personale è una misura d’emergenza adottata per salvaguardare la salute delle persone nel corso di un’emergenza sanitaria.
 
Tuttavia il concetto di distanza prossemica subisce molte inflessioni in funzione di specifici fattori che hanno un peso non indifferente e su questo voglio condividere una riflessione con te.
 
Quando le persone si avvicinano, fisicamente, in un’interazione, tutto il loro comportamento è soggetto a cambiamenti. Questi cambiamenti si verificano in base ad alcuni fattori, quali.
 
➡️  il livello di intimità nei rapporti: se una persona è a te cara, potresti vivere una sua distanza fisica come un abbandono e non come una forma di rispetto.
 
➡️  lo status sociale: i personaggi di potere hanno una sfera prossemica molto vasta, legata al senso di rispetto, alla protezione della privacy, all’assenza di elementi da condividere.
 
➡️  l’etnia: in funzione della cultura di appartenenza la distanza viene percepita positivamente o negativamente, questo nella storia non ha facilitato alcune volte le relazioni diplomatiche.
 
➡️  il temperamento: un elemento assolutamente personale e soggettivo che può avere una grande influenza sulla percezione della distanza. Solitamente infatti le persone più estroverse tendono a oltrepassare i limiti della distanza sociale, quelle più timide restano nel loro spazio riservato e protetto.
 
Osserva.
Guarda come si muovono le persone nelle varie situazioni, analizza il modo in cui gestiscono lo spazio nell’interazione con gli altri.
 
Osserva e studia!
Ma soprattutto presta sempre grande attenzione al tuo linguaggio, non cadere nei tranelli della comunicazione, pur apprezzandone le strategie.
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