Come si applica il Mirroring

In occasione della giornata I’m Comunicazione, la scorsa domenica, ti ho parlato di mirroring.

Oggi vorrei approfondire il discorso e capire meglio il funzionamento di questo processo.

Di quanto siano importanti gli aspetti non verbali della comunicazione abbiamo ampiamente discusso, in particolare sulla possibilità di avvalersi della comunicazione non verbale per garantire una maggiore efficacia comunicativa.

Il mirroring poggia su una struttura di comunicazione non verbale.

Questa tecnica, ideata nell’ambito della PNL (programmazione neuro linguistica) consiste nel rispecchiamento dei comportamenti del tuo interlocutore, ovvero nell’imitazione dei suoi gesti e tono di voce.
Nel corso del mirroring avviene che, poco dopo la fase iniziale, l’interlocutore che fa da “specchio” inizia a cambiare atteggiamento, alzando il tono di voce, cambiando postura, o cose di questo tipo: se l’interlocutore segue i comportamenti dell’altro vuol dire che il mirroring sta funzionando.

Il mirroring è particolarmente efficace nelle relazioni di aiuto, ad esempio tra coach e cochee o counselor e cliente, perché contribuisce notevolmente allo sviluppo di una relazione di fiducia, indispensabile per guidare le persone verso percorsi di cambiamento e trasformazione.

Con il mirroring infatti restituiamo all’interlocutore, attraverso il nostro comportamento, gli stessi atteggiamenti che appartengono al suo modello comunicativo.

Diventare lo specchio di qualcuno, riflettendone la posizione delle braccia e delle gambe, la postura, l’espressione del volto, viene percepito dall’altro, anche inconsciamente, come empatia, affinità, somiglianza.

ATTENZIONE::::

La tecnica del mirroring esclude comportamenti di presa in giro e ridicolizzazione dell’altro, questo significa che chi applica una dinamica di mirroring deve assumersi la responsabilità di costruire una sintonia rispettando l’altro, con discrezione e delicatezza, senza invadere il suo spazio e infastidirlo.

Ricorda sempre che il tuo interlocutore è in grado di sentire il suo stato d’animo attraverso il tuo mirroring e percepirti come una persona vicina al suo modo di essere.
Uno dei più significativi vantaggi di questa tecnica è che ti consente di creare rapport senza necessariamente conoscere il tuo interlocutore.
L’inconscio ha un ruolo importante nel mirroring perché spesso il nostro interlocutore non è consapevole di molti suoi gesti automatici come i tic o i comportamenti ripetitivi (toccarsi il mento, battere le dita, arrotolarsi i capelli tra le dita).

Il potere del mirroring sta proprio nel fatto che la ripetizione di un comportamento accentua le affinità e assottiglia le differenze, in questo modo l’empatia aumenta.

Secondo Richard Bandler, fondatore della PNL, insieme a John Grinder, per comprendere pienamente il mirroring bisogna pensare al fenomeno degli orologi descritto da Itzhak Bentos in Stanking the Wild Pendulum: orologi diversi per dimensioni, con pendoli della stessa misura, se collocati sulla stessa parete gradualmente sintonizzano i movimenti dei loro pendoli.

Per comprendere i meccanismi che sottendono e regolano il mirroring basti pensare alla naturale propensione che tutti abbiamo nel riconoscere fiducia e affidabilità a ciò che ci è più familiare.

Il mirroring viene applicato consapevolmente e intenzionalmente mentre invece gli effetti del suo operato avvengono a livello inconscio dove avvengono tutte le valutazioni sulla qualità del rapport.

Vuoi approfondire le tue conoscenze sulle strategie comunicative più efficaci?

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Il 2019 sarà il miglior anno di sempre grazie a Pianificazione Strategica

Siamo nel 2019, è stato un attimo e già ci sei dentro!

Come accade ogni anno, anche questa volta si inizia con una ricca lista di buone intenzioni.
Sai bene, per esperienza maturata, che i buoni propositi sono altamente esposti al rischio di dispersione, al punto che, già tra una quindicina di giorni, potresti accorgerti che le cose stanno prendendo una direzione diversa da quella che avevi programmato.

Questo non va bene!
Devi sapere da subito cosa fare e quando.

Allora direi che nella tua lista di buoni propositi la prima cosa da inserire è la pianificazione.
Non sto parlando di una semplice programmazione delle attività, ma di un vero e proprio processo, con specifici strumenti e dinamiche.
Uno strumento che ti consentirà di avere una visione globale dei tuoi obiettivi, delle loro scadenze, delle risorse e gli strumenti che hai per realizzarli e in che momento è più efficace farlo.

Quando parlo del processo di pianificazione mi riferisco alla capacità di costruire un vero e proprio piano d’azione molto dettagliato, chiaro ed efficace attraverso il quale definirai nuove linee guida, credenze, focus e obiettivi per ogni ruolo della tua vita.

Questo è stato il pensiero che mi ha guidato alla programmazione della giornata di

MAS Pianificazione Strategica de “2019 il miglior anno di sempre”

Vediamo insieme quello che ti aspetta!

Imparerai:

  • A riflettere sui tuoi ruoli in ambito personale e professionale per pianificare nuovi obiettivi sia nel lavoro che nelle relazioni affettive.
  • A focalizzare le tue energie e programmare il tuo grandioso 2019, in modo concreto, dettagliato e realistico.
  • A individuare, comprendere e superare i limiti che credi di avere
  • Ad analizzare e riscoprire i tuoi valori personali e le risorse che hai a disposizione per realizzarli
  • A programmare le strategie più efficaci per raggiungere i tuoi obiettivi e realizzare il tuo piano d’azione nel corso del 2019!

Non posso svelare altro perché il 12 gennaio è vicino, ma il discorso va approfondito.

Puoi farlo qui!

I 7 punti chiave del discorso aziendale di fine anno

Nel corso di questa settimana, molti “capi” sono alle prese con cene aziendali in occasione delle festività natalizie.
La cena aziendale è un momento di incontro importante tra Capo e collaboratori e, a seconda dell’impostazione aziendale e del tipo di mood che si vuole seguire, può essere più o meno formale.

All’interno della cena aziendale un ruolo fondamentale è rivestito dal discorso aziendale, che, a livello strutturale, segue le stesse dinamiche e step di un discorso qualunque – apertura, corpo, chiusura – ma in termini contenutistici contiene una serie di peculiarità che è interessante approfondire.

Partiamo dal soggetto: chi è più opportuno che tenga il discorso di fine anno?
Beh, senza ombra di dubbio la persona più indicata sarebbe l‘imprenditore stesso, per quanto l’azienda possa essere strutturata e ramificata, è il punto di riferimento dei collaboratori, la persona da cui è nata l’idea imprenditoriale e che meglio può rappresentare la sua stessa azienda.

Quali devono essere i contenuti di un buon discorso aziendale?
Anzitutto bisogna rievocare i valori e la mission aziendale e come questi hanno permesso di raggiungere gli obiettivi, o parte degli obiettivi, dell’anno precedente.

I contenuti del discorso devono rispecchiare quanto più possibile l’identità aziendale, i valori che i collaboratori e dipendenti condividono e in cui si rispecchiano. Per questo è bene che l’apertura del discorso aziendale si soffermi sull’importanza dell’aspetto umano e del valore di tutte le risorse che fanno grande l’azienda a livello valoriale e in termini di fatturato.

Nel corpo del discorso c’è spazio per i numeri, perché quelli sono il metro per misurare la crescita in termini di profitto, per le osservazione, per i margini di miglioramento e per i progetti futuri.
Nel corpo del discorso c’è l’incoraggiamento a fare di più e a fare meglio, c’è la visualizzazione del futuro supportata da obiettivi chiari con scadenze definite.

Non deve essere una riunione di lavoro, è ovvio. Il clima è più informale, ma si tratta di un evento che celebra la collaborazione delle persone in un’impresa e quell’impresa le unisce.

La chiusura del discorso deve far incontrare queste due logiche: un momento identitario all’interno di un’organizzazione e il riconoscimento del valore personale, oltre che professionale, di tutti quelli che ne fanno parte.

Quindi per prepararti al meglio al tuo discorso per la cena aziendale tieni presente questi 7 punti chiave e il tuo discorso sarà un successo!

  • Presentarsi e rinnovare il piacere di essere a capo della divisione, organizzazione, business unit
  • Ripercorrere i valori e la mission aziendale
  • Condividere considerazioni sul raggiungimento degli obiettivi definiti e le azioni intraprese
  • Soffermarsi sul valore delle persone unite dall’identità aziendale
  • Portare qualche numero a supporto della crescita aziendale
  • Condividere i margini di miglioramento incoraggiando i collaboratori a fare sempre meglio
  • Valorizzare le professionalità impiegate e le loro competenze come risorsa fondamentale in vista degli obiettivi futuri, specificati nei loro dettagli e scadenze.

Sei pronto per il tuo discorso aziendale?
Approfondisci sempre e per ampliare la tua conoscenza in materia fai un salto qui!

Buon discorso aziendale!

Come fare un atterraggio perfetto

Eccoci alle prese con l’atterraggio perfetto!
Quello del discorso, intendiamoci!

Connettiti con la situazione: sei lì, hai completato la tua performance, sai di aver iniziato bene, sviluppato gli argomenti alla grande, devi solo appoggiare l’aereo sulla pista e capire come è andato il viaggio!
E soprattutto i tuoi “passeggeri” te li sei persi o ci sono ancora?
Usciamo dalla metafora e entriamo nel dettaglio: la cosa più importante, e allo stesso tempo più difficile, è tenere alto il livello di attenzione del pubblico in fase di “atterraggio”.
Come possiamo capire e misurare l’efficacia della nostra performance?

Uno strumento molto importante è il feedback, ovvero il messaggio di ritorno che i nostri interlocutori ci inviano.

Attraverso il feedback possiamo percepire il loro livello di gradimento a partire dalle espressioni dei loro volti!
Il feedback può essere anche sollecitato o esplicitamente richiesto dallo speaker che può chiedere al proprio uditorio se si hanno commenti, riflessioni, osservazioni da porre.
Oltre a queste modalità informali per raccogliere feedback sul lavoro svolto esistono anche metodo più strutturati come, ad esempio, la somministrazione di moduli o questionari di valutazione dove si può scegliere cosa chiedere all’uditorio, decidendo così in base a quale aspetto valutare la riuscita o meno della performance.

Attraverso il questionario di valutazione, che può essere strutturato in risposte multiple, risposte chiuse o risposte aperte, si sceglie cosa valutare: l’efficacia dei contenuti, la chiarezza nelle spiegazioni, la capacità di coinvolgimento, la capacità di interagire con il pubblico, si possono infatti analizzare alcuni di questi aspetti o tutti insieme.
Molto importante, alla fine di una performance in pubblico, è chiedersi se gli obiettivi che sono stati anticipati sin dal momento iniziale sono stati raggiunti.
Molto utile per lo speaker, ai fini di migliorare sempre nell’efficacia delle proprie performance, è fare una sorta di autovalutazione, annotando, a mente fresca, le aree di miglioramento individuate nel corso della trattazione.
Accompagnare il pubblico verso la chiusura è importante per rafforzare il significato dell’intera trattazione e mantenere alto fino alla fine l’interesse dell’uditorio.

Ti ho detto tutto quel che devi sapere finora, non dimenticare di approfondire l’articolato mondo del discorso pubblico, puoi farlo qui!

Vogliamo concludere il discorso?

La chiusura di un discorso è una fase non meno delicata delle precedenti,come apertura e corpo del discorso, anche perché gli ultimi momenti sono quelli che resteranno più impressi nella memoria di chi ascolta.

Lo so che tra il Black Friday e altro mi sono concesso qualche digressione, ma non dimentico dove eravamo rimasti!
Eccoti sei lì, sei partito alla grande, hai esposto i tuoi contenuti, e adesso devi tirare le reti in barca e riavvicinarti alla riva!
Una buona chiusura del discorso è fondamentale per assicurare che tutto ciò che è stato trasmesso sia stato realmente assimilato.
Anche la fase di chiusura prevede uno specifico iter e delle strategie per rendere la performance più efficace.
Andiamo con le tips!
Per rendere una chiusura più incisiva lo speaker ha l’opportunità di:
– sottolineare gli obiettivi conseguiti durante un percorso condiviso con l’uditorio in modo da evidenziare i risultati ottenuti;
– riconoscere il contributo del pubblico e il merito dei partecipanti nel raggiungimento degli obiettivi;
– riconfermare il piano d’azione definito e condiviso

La fase di chiusura comprende il sommario e il piano di azione.
Durante la trattazione gli argomenti discussi sono molteplici, così come gli esercizi, le simulazioni, gli aneddoti, per questo è importante che il relatore riassuma i momenti salienti del suo discorso, ripercorrendone gli step principali.

Possiamo affermare che la chiusura di un discorso sia una fase delicata almeno quanto l’incipit, questo perchè ricerche sul campo hanno dimostrato che l’inizio e la chiusura sono i momenti in cui l’attenzione del pubblico è più alta.
La chiusura non può essere certo improvvisata, deve anzi essere introdotta, anticipata e condotta senza velocizzare eccessivamente i tempi, né accorciandoli. Quel che è certo è che la chiusura deve lasciare un’emozione.
Riassumiamo ora alcuni suggerimenti per chiudere un discorso in pubblico:
Proporre un piano d’azione: abbiamo già visto l’importanza dell’invito a fare qualcosa, iniziare un progetto, intraprendere un percorso,etc;
ricapitolare il discorso facendo presente i passaggi più importanti;
utilizzare una metafora o un piccolo racconto per accompagnare l’uditorio verso la conclusione;
fare una domanda retorica per invitare l’uditorio a sviluppare delle riflessioni sugli argomenti trattati;
proporre una visione d’insieme per condividere una riflessione sugli argomenti trattati;
fare ringraziamenti e rendere partecipe il pubblico nel raggiungimento degli obiettivi.
lanciare un video: lasciare come ultimo ricordo un’immagine impattante o carica di significato;
fare una citazione: per concludere affidarsi alle parole di autori la cui autorevolezza sia riconosciuta.

Ho finito…ma solo per oggi!
Torno presto, nel mentre sai dove devi andare?

Fai un salto qui Come Comunicare in Pubblico!

Come comunicare un licenziamento?

Esiste un modo per comunicare un licenziamento?
La risposta già la sai!
Partiamo subito da un presupposto: esiste un modo per comunicare qualunque cosa!

Voglio partire da un fatto, realmente accaduto, raccontatomi da una persona che ho seguito e che qualche mese fa ha voluto condividere con me le impressioni di una semplice conversazione che oggi mi ha autorizzato a postare su questo blog.

La conversazione di cui sopra riguarda un tema scottante, doloroso e spesso traumatico: un licenziamento. Nel caso specifico il suo.
Da tempo aveva percepito che la piccola azienda per cui lavorava come assistente della titolare, navigava in pessime acque: una piccola realtà, con un business ancora poco definito e perennemente dominato dell’incertezza.
Dopo essersi ritrovata a fare per mesi la spalla del pianto della sua titolare, che era solita esprimere i suoi stati emotivi in ufficio, l’assistente è stata licenziata.

Fin qui niente di nuovo all’orizzonte, mi dirai, ma il bello, per modo di dire, deve ancora venire.
Viene convocata 5 minuti prima della comunicazione e, dopo un breve preambolo, in cui la titolare espone tutte le sue preoccupazioni personali sulla sua azienda, queste sono le parole che escono dalla sua bocca:

Non voglio più avere la responsabilità di sostenere un’assistente, voglio vivere più leggera, e d’ora in poi quando il sabato sera mi metto a dormire anziché preoccuparmi di come pagherò il tuo stipendio, voglio preoccuparmi solo del panino che mangerò il giorno dopo sul lago di Bracciano

Testuali parole, e non stento a crederlo, nessuno dimenticherebbe una simile affermazione.

Non facciamoci prendere dalle emozioni però, qui non si chiede a nessuno di stabilire il torto o la ragione, qui si fa comunicazione ed è questa la prospettiva da cui analizzeremo questa vicenda.

Partiamo dall’assistente licenziata: era proprio necessario che si prestasse a fare la spalla su cui piangere in un contesto professionale?
Di certo no: in qualunque contesto professionale è possibile stabilire un confine tra le sfere di competenza. Questo non significa che dobbiamo diventare dei robot disumani, ma piuttosto che è possibile definire dei paletti pur restando disponibili e umani.

La titolare.
Dove poteva agire meglio da un punto di vista comunicativo?
Cominciamo:

  • Parlare di risultati, numeri, obiettivo, in questo caso rispettivamente non raggiunti, non sufficienti, mal definiti.
  • Escludere i suoi desideri personali evitando che la persona a cui stava comunicando un cambiamento, in negativo, importante, avesse di lei un’immagine legata a un panino nella totale spensieratezza. Ci vuole serietà e delicatezza, e soprattutto stile.
  • Tracciare un parallelo tra le competenze dell’assistente in questione e quelle richieste dall’azienda per spiegare al meglio le motivazioni del licenziamento e il motivo per cui professionalmente quella persona non era più adatta per quell’incarico.
  • Motivare la dipendente licenziare a cercare un’opportunità professionale più in linea con il suo profilo.
  • Far presente che le condizioni aziendali richiedevano un taglio importante dei costi senza ricorrere al panino sul lago di Bracciano.

Molti imprenditori, soprattutto quelli con poca esperienza, tendono a dimenticare che le persone non costituiscono solo una spesa, ma si chiamano risorse proprio perché l’azienda offre loro un percorso di identificazione con essa e nel momento in cui una collaborazione si interrompe entrambe le parti perdono qualcosa.

Ogni azione comunicativa deve tener conto del contesto, delle variabili emotive, dei dati reali.

Ecco perché non mi stancherò mai di dirti che non si improvvisano le cose, si studiano!
Fai un salto qui e capirai meglio di cosa sto parlando!

Come nasce il black friday e perchè funziona – Tutta questione di ….

… di … (continua a leggere per scoprirlo)

Eccoci alla giornata più attesa del periodo prenatalizio, all’appuntamento con l’occasione, l’affare e, soprattutto, l’acquisto.
Da giorni fioccano sulle nostre mail newsletter con i prodotti in promozione, c’è chi inizia prima, chi concentra tutto in questa giornata e chi, dall’altra parte, prepara la lista degli acquisti da fare.
Stiamo parlando del Black Friday.

La storia di questo evento è interessante, l’arrivo in Italia è piuttosto recente, quel che è certo è che il successo del Black Friday è legato a un binomio potentissimo: il Natale e Internet, in particolare il mondo dell’e-commerce.
Non che il Black Friday riguardi solo lo shopping on line, ma è grazie al web che questa “tradizione commerciale” dagli Stati Uniti e Canada ha attraversato gli oceani e raggiunto il mondo intero grazie allo sconfinato potere di Internet che ci consente di conoscere con ragionevole anticipo gli articoli interessati dalle offerte.

Facciamo un salto nella storia e vediamo l’origine.
Non esiste una data precisa per il Venerdì Nero, perché la sua ricorrenza è legata ad un altro evento, il Thanksgiving Day, Giorno del Ringraziamento, che a sua volta ricorre il quarto giovedì di novembre.
Nel 1924 si è festeggiato il primo Black Friday, quando la catena Macy’s ha organizzato una parata il giorno successivo al Ringraziamento, da allora inaugura il periodo Natalizio.
Negli anni ‘80 la moda del Black Friday ha conosciuto una significativa accelerazione grazie anche all’economia rampante di Ronald Reagan.
Da allora è stata una crescita continua di incassi fino all’esplosione totale con l’e-commerce.
Ma perché “black” se è un evento legato agli incassi e alla prosperità?
Proprio per questo motivo: sembra infatti che i registri contabili venissero compilati con 2 colori, inchiostro nero per gli incassi, rosso per le perdite, e il Black Friday in termini di incassi non conosce eguali.

Il termine in verità sembra sia stato coniato negli anni ‘60 dalla polizia di Filadelfia in occasione della tradizionale partita di football “Army vs Navy”, Esercito contro Marina, che richiamò in città un numero pazzesco di tifosi che congestionarono il traffico al punto da definire quella giornata “un venerdì nero”. Quindi venerdì nero perché anche lo shopping crea non pochi problemi al traffico.
Dagli anni ‘80 in poi ha prevalso la versione positiva dei registri contabili come spiegazione della definizione.

Il nome incute quasi timore, racchiude in sè 2 elementi che si trascinano un importante carico simbolico, nonché scaramantico: il venerdì e il nero.
Né di Vene né di Marte ci si sposa, né si parte, né si dà principio all’arte!
Ecco cosa pensavano gli antichi, per non parlare della coincidenza venerdì 17, Dio ne scampi!
Il nero è il colore delle tenebre, del lutto, dell’umore quando qualcuno ti fa incazzare, del gatto che guai se ti taglia la strada!
Come vedi, ogni cultura è intrisa di credenze proprie, la vera magia è quando riusciamo ad acquisire tradizioni non nostrane e a introdurle nella nostra realtà, un po’ come Halloween che alla fine è diventato un secondo Carnevale!
La magia del Black Friday è diversa: qui si parla di soldi e tanti!
E, a differenza dei tanto attesi saldi di gennaio e luglio, questa data si colloca nel periodo migliore per fare gli acquisti di Natale e i primi acquisti invernali (maggiori consumi di elettricità, gas, capi d’abbigliamento, etc).

La comunicazione dei brand in quest’occasione si fa ancora più accattivante e intensa e trionfa uno dei più importanti must delle regole della vendita: sollecitare, talvolta creare, i bisogni del cliente.
Ecco che le app, grazie alla profilazione, propongono articoli che hai cercato sui principali canali di e-commerce, ecco le pagine di facebook e instagram costellate di promozioni sullo zaino, il materasso, la vacanza, che hai cercato.
Bene, può essere una buona occasione, ma è mio dovere invitarti a tenere gli occhi bene aperti dandoti, come spesso accade, semplici ma efficaci consigli:

  • Mettiti nelle condizioni di poter verificare che lo sconto proposto sia effettivo e non improvvisato (ad esempio inizia a cercare quello che ti interessa un paio di mesi prima se possibile)
  • Arriva con una tua lista e non farti trascinare da tutto quello che ti propongono, perché è il Black Friday non una vincita all’enalotto
  • Approfittane per farti un regalo legato alla tua crescita personale/professionale o a un momento di meritato benessere
  • E se proprio devi farli questi regali di Natale (:-)) può essere davvero l’occasione giusta per fare felice le persone a cui tieni!

Buon Black Friday!

Cosa c’entra Maslow con il mio discorso?

Da un discorso a un altro, tanto per rimanere in tema di discorsi, oggi voglio fare una piccola digressione, a proposito dell’argomento trattato nel mio ultimo post sull’uditorio.
Ti ho citato i bisogni, quello che spinge le persone a fare una cosa piuttosto che un’altra e, nel caso di un discorso, sia esso pubblico o privato, il bisogno di chi ti ascolta ha un ruolo importante nella riuscita della comunicazione.

Vado nel tecnico, alle volte è necessario!
Vediamo nel dettaglio la tipologia di bisogni di cui parliamo.
Sai che figata riuscire a individuare le esigenze di chi hai davanti?

Praticamente il 40% del lavoro è fatto!
Hai presente quel tipo che per primo tirò fuori la faccenda dei bisogni?

Ebbene sì, un certo Maslow, che si è messo lì ad analizzare quello che spinge le persone verso l’azione e ha individuato vari livelli di bisogni.

Ecco, oggi voglio fare una pausa dall’analisi tecnica del discorso (ma non ho finito, sappilo) e voglio soffermarmi proprio sui bisogni per capire il legame tra quello che dice lui, Maslow, e quello che mettiamo in atto quando parliamo.

Al primo livello troviamo un bisogno basic, ancestrale: quello di sopravvivenza. Per quanto possa sembrare assurdo, possiamo dire che anche l’uditorio ha, in un certo senso, come primo bisogno, quello di sopravvivere in aula o in riunione, nel senso che si deve lavorare affinché si verifichino tutte le condizioni per farlo stare comodo e a proprio agio, non solo considerando la cura della location di cui abbiamo già parlato, ma anche considerando l’accoglienza, la possibilità di fare più intervalli per un break o per sgranchire un po’ le gambe, per prendere una boccata di aria e di luce, per scambiare qualche parola con i colleghi partecipanti.
Seguendo sempre l’impostazione della piramide dei bisogni di Maslow, potremmo rintracciare nei bisogni dell’uditorio anche il bisogno di sicurezza, di essere rassicurato dal relatore circa gli obiettivi del progetto, l’efficacia riscontrata nelle tecniche spiegate, la possibilità di chiedere delucidazioni anche in un secondo momento via mail, etc.
Anche l’esigenza di appartenenza, terza nella piramide di Maslow, non è estranea alle dinamiche dell’aula.
Molto importante infatti che il gruppo si senta aggregato, potrebbe accadere che i partecipanti non provengano dalla stessa azienda o, addirittura, dallo stesso settore, è dunque compito del relatore lavorare sul loro denominatore comune e creare un senso di appartenenza al gruppo in ognuno dei partecipanti.
Al quarto livello abbiamo il bisogno di stima personale, un aspetto molto importante nella dimensione sociale della vita di una persona adulta.
Le persone presenti durante un nostro discorso pubblico difficilmente apprezzeranno un atteggiamento in stile padre/figlio, un rapporto di subordinazione tra il relatore e il pubblico, per questo è importante spiegare i contenuti con autorevolezza ma trattando l’uditorio alla pari, senza tener conto della distanza di ruolo e delle diverse categorie o livelli professionali presenti in aula.
Il relatore, anche se massimo esperto nella conoscenza degli argomenti trattati, deve protendere verso l’autorevolezza piuttosto che verso l’autorità.
Può essere molto controproducente l’atteggiamento opposto, ovvero un relatore che sminuisce la propria figura o addirittura competenza sull’argomento esordendo con frasi del tipo” non sono certo di riuscire ad essere chiaro in questa cosa…” oppure: “non sono la persona più adatta per guidarvi in questo percorso…”, un atteggiamento sminuente non solo contribuisce alla creazione di un’opinione negativa sul relatore da parte dell’uditorio ma darebbe a ogni partecipante la sensazione di sentirsi preso in giro nel perdere tempo dietro ad un incompetente!
Al vertice della piramide di Maslow c’è il bisogno di autorealizzazione, quello che è mosso dal desiderio di crescita e sviluppo personale.
Hai presente quella sensazione magnifica che si prova quando senti che sei nel pieno di te, che stai dando e ricevendo il meglio e te lo sei anche meritato?
Ecco. Quella roba lì!

Ora ti do appuntamento al prossimo post, ma prima fai un salto qui!

A chi è rivolto il tuo discorso?

Quello che devi sapere per iniziare un discorso lo sai?
Lo so che te lo stai chiedendo, e fai anche bene, ma è giusto che tu sappia che una partenza è sbagliata ti distrugge la performance.
Allora intanto ricollocati con la mente al momento del tuo discorso: sei lì, hai tanto da dire, hai provato e riprovato l’esecuzione, ti sei occupato di tutti gli aspetti di cui abbiamo parlato in questo post, adesso devi proprio cominciare.
La sala è a posto, i dispositivi sono funzionanti, il materiale ben organizzato.
Mi sembra che ci sia tutto.
Sei pronto?
E no che non lo sei!
Hai trascurato qualcosa di molto importante: il tuo uditorio!
Accidenti, non puoi trascurare l’unico elemento umano di tutta la situazione!
Tranquillo, ci siamo cascati tutti la prima volta, perché l’inizio di un discorso è un momento delicato, è la fase in cui siamo principalmente esposti al rischio di concentrarci troppo su noi stessi e poco sul nostro uditorio.
Ricorda sempre che l’impressione che noi diamo agli si crea nelle loro menti, in pochi secondi, circa quattro.

Capita questo!

Bisogna quindi giocarsi ogni carta al meglio.

Come il volo in aereo: se il decollo è facile e veloce, piacevole e anche un po’ emozionante predispone già i passeggeri in modo positivo, se invece è turbolento e con degli inconvenienti, nell’animo dei passeggeri si creeranno delle aspettative non tanto profittevoli.
Il primo passo consiste dunque nello spostare la tua attenzione su chi ascolta il tuo discorso: chi sono queste persone? Sono venute qui spontaneamente o su richiesta della loro azienda?
Considerare le esigenze dell’uditorio soprattutto durante la fase di preparazione ci offre l’opportunità di partire con una marcia in più!
Chi c’è davanti a voi?
Che professione svolgono queste persone? Che età media è presente in aula? Che istruzione hanno? Che potere d’acquisto hanno?
Quanto già conoscono l’argomento di cui si parlerà in aula? Da dove provengono territorialmente queste persone?
Ci sono argomenti che posso evitare per creare dissidi in aula? Io vi consiglio di evitare di parlare di politica, calcio e religione!
Ci sono dei neoassunti o sono tutti in azienda dallo stesso tempo?

Ogni volta che mi reco in un’azienda a fare aula, un mio must è quello di capire in primo luogo chi ho davanti, dunque mi faccio fornire un profilo delle persone che avrò in aula, questo mi consentirà non solo di fornire loro i contenuti di cui realmente hanno bisogno, ma avrò la possibilità di empatizzare maggiormente utilizzando dei linguaggi differenziati per poter arrivare efficacemente a ogni interlocutore.
Conoscere i corsisti mi consente di avviare un processo comunicativo efficace facilitato dall’empatia così da far elicitare i bisogni conoscitivi/formativi dei miei interlocutori. Se io colgo i loro bisogni e arrivo alle loro emozioni, questi non possono che aprirmi la porta perché sono pronto emotivamente ad accogliere il mio messaggio comunicativo.
Come faccio dunque a scoprire i bisogni dei miei interlocutori?

Come posso arrivare così a fondo?
Per conoscere i bisogni è necessario saper operare un’analisi dei bisogni consci e inconsci delle persone che mi trovo davanti.
Il bisogno che andiamo a soddisfare deve essere direttamente proporzionale al nostro obiettivo, per questo è importante che sia chiaro sin dall’inizio.
Immaginiamo il contesto di un colloquio di lavoro durante il quale riusciamo a far arrivare la nostra comunicazione in maniera efficace al nostro interlocutore perchè magari abbiamo indagato sulla tipologia di azienda scoprendo così cosa cercano, l’analisi preventiva è dunque fondamentale.

Abbiamo aggiunto un altro pezzetto al nostro percorso, ma non è finita qui nemmeno questa volta!
Sei già andato dove ti ho mandato?
Ma che hai capito dai!
Io dicevo di fare un salto qui!

Iniziare bene un discorso = 50% del successo

Veniamo alla domanda cruciale: come si apre un discorso?
Abbiamo visto le azioni preventive, ma adesso siamo nel vivo della questione!
Quindi…vieni con me!

Immaginati lì, davanti a una platea o interlocutori importanti: hai qualcosa da dire, e lo vuoi dire bene!
Non giocarti la possibilità di arrivare al tuo obiettivo e vedere i risultati che desideri!
I primi istanti di un discorso in pubblico devono essere preparati alla perfezione, ogni dettaglio deve essere pianificato parola per parola. La precisione nella pianificazione dell’incipit ti aiuta tantissimo nel controllo dello stress per rendere al massimo la tua performance comunicativa! Per questo dopo aver organizzato e controllato tutto ciò che ha a che vedere con la location è ora importante soffermarsi sulla preparazione della prima fase del discorso.
Anche in questo caso può essere estremamente utile lavorare su una piccola lista di cose da fare per avere il pieno controllo sull’organizzazione dei contenuti, e quindi:

– preparare degli appunti, sistematizzare in maniera schematica i contenuti per definire l’ordine degli argomenti da trattare.
– preparare l’esposizione in base al metodo delle mappe mentali: è ottimo da applicare sia nella pianificazione che nella memorizzazione, o nel ripasso, dei contenuti da trattare.
– organizzare il materiale audiovisivo: ordinarlo, numerarlo per fare in modo che tutto scorra senza problemi. Gli audiovisivi sono fondamentali in quanto contribuiscono in percentuale notevole all’assimilazione dei contenuti da parte del pubblico grazie alla maggiore facilità nel memorizzare dati visivi, quindi vanno considerati nella loro giusta importanza: devono essere visibili, ricchi di elementi ad alto impatto visivo come immagini, grafici, disegni, elenchi di parole.
– simulare il momento della trattazione in pubblico: è il modo migliore per misurarsi con la performance e lavorare sulle aree di miglioramento, dunque riprendersi con una telecamera per verificare le proprie abilità nel public speaking, controllare che i contenuti siano espressi chiaramente, che la prossemica sia in linea con i contenuti trattati, che non ci siano elementi ridondanti;
– visualizzare il momento della performance in pubblico: è un metodo di grande utilità, entrare nell’aula il giorno prima, prendere confidenza con il materiale tecnico da utilizzare, camminare nello spazio previsto per l’esposizione per acquisire familiarità con il luogo.

Ok per ora mi fermo qui, ma sappi che siamo appena all’inizio!

Intanto da’ una sbirciatina qui!