Comunicare un cambiamento: le possibili reazioni

Se c’è una cosa su cui ormai non hai sicuramente più dubbi è che il cambiamento è un passaggio complesso, in generale, ma ancor di più in una organizzazione.

La comunicazione di un cambiamento mantiene questa complessità soprattutto perché coinvolge le persone e sappiamo bene che il genere umano è quanto più eterogeneo e diversificato possibile.

Le persone reagiscono in modo diverso al cambiamento, questo dipende sia dal bagaglio culturale che hanno alle proprie spalle e che influenza molto la percezione del cambiamento, sia dalle circostanze personali e di contesto in cui il cambiamento si verifica.

Solitamente si tende a concentrare il focus su chi si oppone al cambiamento, ma attenzione, apri bene la testa: anche coloro che sono a favore del cambiamento richiedono di essere gestiti, questa è una delle condizioni del successo di un cambiamento.

Adesso però li analizziamo entrambi, quelli che alla Comunicazione di un cambiamento reagiscono male e quelli che manifestano una reazione positiva.
Ti sarà ancora più chiara a quel punto la necessità di utilizzare bene la Comunicazione e saper gestire i suoi tempi per convincere i tuoi interlocutori.

Analizziamo le reazioni e nel mentre rifletti sul potere di saper comunicare ad alto impatto un argomento così importante!

Partiamo dai negativi …perché le persone reagiscono negativamente al cambiamento?

Tanti, spiegabili e meno spiegabili motivi:
– Non riescono a individuare un valido motivo per cambiare
– Sono troppo impegnate per dedicarsi al cambiamento con attenzione e impegno
– Si sentono minacciate dal cambiamento
– Sono realmente minacciate dal cambiamento
-Prendono a priori una posizione avversa al cambiamento
– Hanno un retaggio culturale che li rende poco inclini al cambiamento.

Quando ci si trova nella condizione di dover mettere delle persone di fronte a un cambiamento bisogna sempre essere pronti a una reazione negativa e soprattutto essere pronti alla diversa tipologia e intensità di manifestazione emotiva, perché anche qui è un’escalation da tenere sotto controllo.

  • Possibili reazioni emotive:
  • Sentirsi messo alla prova
  • Rabbia
  • Sensazione di precarietà
  • Depressione
  • Negazione
  • Immobilismo
  • Testing.

Come sempre è la tua esperienza che conta per scrivere tutti i pezzi della storia.

Cosa hai potuto riscontrare nelle persone che hai avuto modo di osservare di fronte a un importante cambiamento?
Scrivi qui oppure in risposta al post sui social!

To be continued

Il cambiamento: conoscerlo e saperlo comunicare agli altri

La gestione del cambiamento, come sai, è il tema che sto scandagliando negli ultimi post per arrivare a comprenderlo come processo, nei suoi passaggi e nelle sue inevitabili complessità.
Il mio punto di partenza, di analisi e di arrivo è sempre la Comunicazione, dunque è anche la prospettiva da cui osservo e valuto le cose.

L’analisi della Comunicazione d’Impatto mette in evidenza l’importanza di tutti gli elementi di contesto per rendere la comunicazione ad alto impatto un processo applicabile ed efficace.

Cosa significa tutto ciò?
Che la Comunicazione ad Alto Impatto richiede un alto livello di competenza, non che la Comunicazione in generale non lo richieda, ma mentre è possibile comunicare in modo spontaneo e non strutturato normalmente, nel caso della Comunicazione ad alto impatto intervengono 2 fattori chiave:

La capacità di catturare in poco tempo l’attenzione del tuo interlocutore
La capacità di convincere in poco tempo il tuo interlocutore e acquisire credibilità e fiducia.

2 fattori che a loro volta chiamano in causa 2 ulteriori competenze:

  • La capacità dialettica, intesa non solo come eloquio, ma anche come capacità critica e di confronto
  • La conoscenza degli elementi di contesto e abilità nel costruire argomentazioni

Questo è il motivo per cui se vuoi essere efficace e in poco tempo per acquisire credibilità e autorevolezza agli occhi del tuo interlocutore devi conoscere non solo ciò di cui stai parlando ma anche tutto quello che succede intorno all’oggetto della tua argomentazione.

Il cambiamento è un processo importante sia da un punto di vista sociale che organizzativo, e conoscerlo significa avere un’ampia visione di contesto.
Molti esperti, sociologi ma anche imprenditori, hanno analizzato il cambiamento per arrivare a comprendere i comportamenti delle persone, le loro scelte di pensiero, di acquisto, di modo di stare al mondo.

Rosabeth Moss Kanter quando si è dedicata alle ricerche sul cambiamento era una docente di Harvard.
Voglio condividere con te le sue riflessioni sulla capacità di apportare un cambiamento e gestirlo con successo.

Elementi fondamentali:
Conoscenza e capacità di analisi della situazione in cui si svolge o è previsto che sia agito un cambiamento
Capacità di coinvolgere gli altri se si intende agirlo, per ottenere consenso e collaborazione
Capacità di programmazione del cambiamento
Strutturare gli step del cambiamento che si vuole apportare o individuare gli step di un cambiamento subìto
Capacità di far respirare agli altri il cambiamento per far in modo che lo vivano pienamente.

Questo è quanto autorevoli esperti ci indicano, mi interessa la tua esperienza però, vorrei sapere se nella tua organizzazione, o in situazioni anche meno strutturate, reputi di saper gestire il cambiamento e in che modo.
Condividi nei commenti al post su facebook la tua esperienza, è la storia di ognuno che ci permette di fare valutazioni e studi su larga scale.

Aspetto la tua esperienza, intanto dai un’occhiata qui !

Gestire il cambiamento a partire dalle persone

Cambiamento!
Questa è la parola intorna alla quale ruotano gli approfondimenti di queste settimane.
Ho scelto un tema esteso e complesso lo so, ma quello che sta succedendo lì fuori non mi lascia scelta.

Abbiamo già esplorato il legame tra la Comunicazione ad Alto Impatto e il cambiamento:se non conosci dettagli di contesto, attori della situazione nonché tuoi interlocutori, non puoi mettere in atto una comunicazione in grado di conquistare l’attenzione e la fiducia di chi ti ascolta.

Torniamo al cambiamento e alla sua gestione, soprattutto all’interno delle organizzazioni, come prepararsi?

Per mettere in atto il cambiamento occorre far muovere all’interno delle organizzazioni:
– Le persone
– La cultura

Affinché il cambiamento si verifichi in modo positivo e apporti dei vantaggi durevoli all’organizzazione è necessario che i movimenti di persone e cultura sopra citati avvengano in linea e coerentemente con una serie di fattori che sono:

  • La struttura
  • I processi
  • La strategia
  • I sistemi dell’organizzazione

Non è un processo facile quello descritto per quanto la schematicità posso farlo sembrare tale, si tratta invece di vera e propria gestione del cambiamento!

Gestire in modo efficace il cambiamento si traduce in un’azione specifica: saper portare le persone con sé. Se nel processo di cambiamento non vengono coinvolte le persone che fanno parte dell’azienda a ogni livello allora non si verificherà davvero. Senza le persone che ne sono parte l’organizzazione non può agire alcun cambiamento, senza l’impegno di ogni singola risorsa qualsiasi progetto è destinato a fallire.

Nei prossimi post citeremo le ricerche e le analisi di alcuni importanti guru del management che hanno fatto emergere interessanti risultati.

Quindi non mancare al prossimo post!
In attesa che loro ci svelino tutti i segreti per affrontare efficacemente il cambiamento vorrei rendere partecipe proprio te di questo esperimento e chiederti come agisci il cambiamento nella tua realtà organizzativa, fosse anche di piccole dimensioni.

Se il motore del cambiamento è la persona, inizia a partire dalle tue risorse, come le coinvolgeresti per accompagnare la tua azienda al cambiamento?

Raccontalo nei commenti al post in questo blog o sui social in cui verrà condiviso.
Aspetto di conoscere la tua esperienza!

Come analizzare il cambiamento nella tua organizzazione

Il cambiamento!
Protagonista di questo nuovo ciclo di approfondimenti, è sicuramente uno dei più importanti temi scaturiti dall’emergenza Covid!

Non mi stanco di ripetere che uno dei requisiti fondamentali per l’applicazione di una Comunicazione ad Alto Impatto è proprio la conoscenza approfondita dei contesti e dei fattori che li muovono, solo così sarà possibile riuscire a trasmettere il tuo messaggio nel più breve tempo possibile, conquistando l’attenzione del tuo interlocutore e acquisendo ai suoi occhi credibilità e auterevolezza.

Oggi analizzerò il cambiamento partendo dal lavoro.
Moltissime persone, in questo preciso momento storico, stanno cercando o affinando gli strumenti e le strategie più efficaci per comprendere il momento e agire nel modo giusto e nei tempi giusti.

Vediamo dunque all’interno di un’organizzazione cosa muove il cambiamento.

Sin dalla scorsa volta (hai perso il post? Recupera subito leggendo qui) abbiamo visto la differenza tra chi ignora il cambiamento aspettando e sperando che passi, come hanno fatto i dinosauri, e chi cerca di cavalcarlo munendosi degli strumenti giusti per imparare a leggerlo e cogliere le opportunità che offre, come invece hanno fatto le specie che sono sopravvissute.

L’atteggiamento può fare davvero la differenza, se si pensa “se non è rotto, non aggiustarlo ( o meglio non cambiarlo in nessun modo)” non si sarà mai abbastanza pronti per un cambiamento.
O ci si adatta o si fa la fine dei dinosauri, o si scopiazzano le soluzioni altrui per sopravvivere per un tempo limitato o si prova a generare innovazione in base alla propria situazione di partenza.

E dunque entriamo nel merito e andiamo oltre la pandemia: in generale, all’interno di una qualunque organizzazione, quali possono essere i fattori, interni e esterni, che portano dei cambiamenti?

Interni:
– Crescita
– Tecnologia
– Nuova gestione
– Fusioni e acquisizioni

Esterni:
– Pressioni relativi ai costi
– Concorrenza
– Normative
– Cambiamenti nei mercati

Possiamo chiudere questo post con un bell’esercizio: pensiamo ora alla tua organizzazione.

Elenca tutte le motivazioni per cui ritieni che possa essere necessario un cambiamento, poi mettile in ordine di priorità.
Rileggi poi il tuo elenco e chiediti come ciascuna voce dovrebbe essere cambiata per andare incontro al perchè dovrebbe essere cambiata.

L’esercizio è stato utile?
Se vuoi condividere le tue considerazioni, scrivi pure nei commenti del post.

Il cambiamento non è un passaggio, ma un processo.

Negli ultimi mesi, come era giusto che fosse, il covid è stato il protagonista indiscusso di diversi approfondimenti in questo blog.
Indubbiamente l’emergenza sanitaria mi ha dato l’opportunità di osservare in modo diretto e concreto molti aspetti comunicativi, dai media alle istituzioni, dagli sfoghi dei cittadini agli haters ingestibili, dai discorsi dei sovrani e capi di Stato agli appelli dei vip. Insomma, materiale non è mancato.

Una delle riflessioni più interessanti che tutta questa situazione ha generato riguarda sicuramente la gestione del cambiamento e chi si occupa di Comunicazione ad Alto Impatto non può sottovalutare nemmeno il più banale elemento di certi fenomeni sociali e culturali.

Nel post di 2 edizioni fa (leggi qui se lo hai perso) ho iniziato a scandagliare il cambiamento come concetto e come processo per capire le possibile evoluzioni della sua gestione.

Oggi voglio riprendere questo discorso perché reputo che l’epoca storica inaugurata dal Covid abbia generato cambiamenti in ambito professionale, sociale, familiare, istituzionale, mondiale senza precedenti degli ultimi decenni.
Le aziende si sono dematerializzate dando finalmente slancio allo smart working, le scuole ci stanno provando ma in molti casi la strada è lunga, le famiglie hanno conosciuto una nuova forma di organizzazione che ha sconvolto la vita di molti e fatto riscoprire ad altri il piacere di stare insieme.

I capi di stato si sono trovati a dover emanare appositi decreti, ad applicare controlli serrati sugli spostamenti dei cittadini e fronteggiare una crisi economica tanto seria quanto inevitabile.

Le persone hanno imparato l’amarezza della distanza, della solitudine e del divieto, hanno imparato a organizzarsi in funzione dello stretto necessario e chissà che non sia l’occasione per imparare a evitare gli sprechi e il superfluo.

Molti professionisti si sono dovuti velocemente reinventare scoprendo nuovi modi di offrire i propri servizi e nuovi strumenti per implementarli.
Questo un quadro generale senza entrare nello specifico delle situazioni più estreme, come alcuni ceppi di popolazione dell’Amazzonia che rischiano l’estinzione a causa della mancanza di acqua e di medici.
Insomma, senza ombra di dubbio se dovessimo individuare un must di questo periodo storico, il cambiamento avrebbe un ruolo di rilievo.
C’è sempre cambiamento, potrebbe contestare qualcuno, ed è vero.
Vero anche però che le generazioni viventi, almeno nel nostro paese, raramente si sono trovate di fronte a una mole così consistente di cambiamenti.

Quindi vale sicuramente la pena indagare e capire il cambiamento come processo, nella sua natura e struttura.

Per comprendere appieno il cambiamento occorre soffermarsi sulle 3 domande che inaugureranno il post successivo:

Dove stiamo andando: è sempre possibile avere una vision chiara senza pericolo di ambiguità? Non sempre, no.

Cosa saremo quando alcuni elementi saranno cambiati?

Come faremo a capire che abbiamo realizzato il cambiamento?
Cosa deve accadere affinchè possiamo realizzare comunque i nostri obiettivi nel cambiamento?

Quali passi, interventi, conseguenze ci saranno per raggiungere lo scopo?

E soprattutto quali risorse e risultati entreranno in campo?

Questi gli elementi che andremo ad esplorare, appuntamento al prossimo post!
Stay tuned

La comunicazione dell’odio: la parola degli haters non è mai giusta

Il tema che più mi sta a cuore, come avrai sicuramente capito, è la comunicazione ad alto impatto, ma è bene sottolineare che se l’impatto risulta essere devastante allora non si è a un livello comunicativo evoluto ma basso, così basso che elevarlo a dignità di comunicazione è già troppo.

La comunicazione d’impatto è uno strumento efficace che consente la trasmissione di un messaggio nel minor tempo possibile.

Alla definizione “scientifica” di questa disciplina aggiungo una mia nota personale: comunicare significa aggiungere valore e mai come in questo periodo la comunicazione del valore crea la differenza, costituisce la vera evoluzione, la vera emancipazione dal periodo atipico che stiamo attraversando e che, non abbandono la speranza, deve trasformarci in persone migliori.

Non vale sempre purtroppo: alcune modalità comunicative sono la dimostrazione che non proprio tutti hanno colto l’opportunità di diventare persone migliori.

La manifestazione più grave di questa carenza è la comunicazione dell’odio, quella che imperversa su vari canali, non solo social, ma anche televisivi e che è la prova misera che neanche una situazione di tale gravità come il Covid19 abbia avuto il potere di mitigare gli animi.

Partiamo dal fatto, quale fatto? – ti stai subito chiedendo-
Il punto è questo: non c’è bisogno di un fatto particolare, eclatante, d’impatto, devastante, perché tutti i neo esperti, in qualunque settore poi, intervengano nelle conversazioni sui social… ed è subito bufera di haters.
Subito è un gran parlare e con che toni!
E soprattutto: con quale grado di affidabilità?
La Comunicazione ad alto impatto è strettamente legata all’affidabilità per questo non può contemplare modalità comunicative di tale portata.

Insulti, accuse, odio su odio, ma lo scopo di tutto questo qual è?
La comunicazione dell’odio che sto analizzando da tempo è il risultato delle congetture di tutti quei “pensatori” che fino a ieri si sono improvvisati virologi, capi di stato, giustizieri dei runner nei parchi. Ogni giorno non mancano manifestazioni di odio nei confronti di politici, personaggi che prendono decisioni in controtendenza o che semplicemente vivono diversamente da come qualcuno ritiene che si debba vivere.

La comunicazione non è questo, la comunicazione ad alto impatto meno che mai.

Dell’efficacia di chi coltiva odio non abbiamo bisogno, preferiamo piuttosto che si prenda tempo e rifletta su quello che sta per dire, quindi impariamo a distinguere.
La comunicazione è un processo che parte dal pensiero e se l’effetto è distruttivo vuol dire che il problema sta nel pensiero.
Il vero pericolo si verifica quando il pensiero è distorto, corrotto in termini di valore, e qui mi chiedo e ti chiedo: può davvero considerarsi un atto comunicativo efficace?
Se il pensiero è negativo e distruttivo quanto saranno valide le tue argomentazioni?
La storia ahimè ci insegna che il pensiero distruttivo ha mosso popoli, eretto dittature, condannato speranze di pace.
Il mio personale messaggio, che da anni studio i fenomeni comunicativi è questo: parti dall’analisi, vai in profondità, non fermarti alle cose più facili in cui credere.
Crea valore e con l’odio non puoi farlo.
Sfrutta gli strumenti della Comunicazione ad Alto impatto per fare la differenza, e falla in un’ottica evolutiva, migliorativa.
La comunicazione ad alto impatto è un processo elaborato e raffinato, non priviamola di questo aspetto nobile.

Cambiamento: se non ora quando?

Cambiamento.
Una parola enorme, astratta, a volte persino poco democratica a seconda di come e per chi si declina, ma di sicuro è una parola antica che ha avuto la responsabilità di esserci sempre nel corso della storia, anzi ha avuto la responsabilità di mandare avanti la storia.

Non è la parola più gettonata in questo periodo, abbiamo imparato lockdown, quarantena, il vero senso di una pandemia, isolamento, distanza sociale, eppure nonostante questo “cambiamento” torna ad essere la parola di maggiore risonanza, perché le sue conseguenze, le azioni successive al suo avvento saranno quelle che faranno il futuro, immediato e poi lontanissimo.

Noi siamo attenti alle parole, la Comunicazione d’Impatto analizza i processi nel loro complesso, oltre i confini del semplice trasferimento di messaggi, anche perché le parole e le modalità di trasmissione dei contenuti sono il risultato di dinamiche sociali più ampie. La Comunicazione d’impatto proprio perché si fonda sul presupposto di trasferire velocemente e con estrema efficacia il messaggio non può ignorare, nè sottovalutare i dettagli di contesto.

Tra i filosofi, quelli fighi, qualcuno ha detto che quando si torna da un viaggio non si è gli stessi rispetto al punto di partenza. D’altro canto lo stesso Eraclito impera ormai da millenni con il suo “panta rei”, tutto scorre, tutto passa e si trasforma, come le acque di un fiume.

Anche gli scienziati, non meno fighi dei filosofi, sostengono che i dinosauri, a differenza dei mammiferi, si sono estinti per la loro incapacità di adattamento, non lo hanno accolto e non sono sopravvissuti.
Perchè, una cosa è certa, ci sono 3 modi per affrontare un cambiamento:

– reattivo, ovvero rispondere al cambiamento solo quando si è costretti, e ti anticipo che spesso lo si fa con grave ritardo
– proattivo, ovvero cercare di essere al passo con il cambiamento, di anticiparlo, di ridurne gli aspetti più difficili e trarne       vantaggio.
– passivo: ignorare il cambiamento e aspettare che passi. Come hanno fatto i dinosauri.

Il cambiamento per definizione è un passaggio da uno stato di cose un altro. Dovremmo esserci abituati, fa parte della nostra quotidianità, della nostra vita da sempre.

La nostra età e il nostro corpo cambiano, le persone che abbiamo intorno anche, il lavoro non ne parliamo, le stagioni fanno il buono e cattivo tempo è il caso di dire, eppure alcuni cambiamenti, molto più di altri sono in grado di scuoterci a fondo e farci solcare una linea tra il prima e il dopo.

Un bel po’ di tempo fa ho scoperto che il cambiamenti è fatto a strati, ma non in funzione dell’entità del cambiamento, ma della profondità, ovvero su come influisce sulla struttura della realtà nella vita di ognuno.
Seguimi!

Il cambiamento può essere:

Radente: richiede una risintonizzazione puntando molto sull’efficienza
Superficiale: richiede una ristrutturazione in funzione di un ripensamento delle risorse che hai a disposizione
Poco profondo: richiede un lieve cambio di forma mentis e una pianificazione del passo successivo
Spostamento: richiede una messa in discussione dei ruoli, degli della gestione e della strategia. Scossone!
Penetrante: qui saltano gli obiettivi e le definizioni del successo
Profondo: filosofia, mission, vision. Saltano tutte e 3.
Molto profondo: precipita il paradigma. Bisogna ricostruire modo di pensare, di lavorare, di risolvere i problemi.

Il covid19 non ha bisogno di presentazioni, l’effetto del suo operato neanche.
Decidi tu adesso cosa fare da domani in poi, decidi la tua personalissima fase 2, quella intima, quella di coscienza, quella in cui capisci che valore puoi dare al mondo e iniziare a marciare.

… to be continued

1° maggio e Covid19: cosa dire questa volta ai lavoratori?

È un primo maggio unico quello che questo 2020 ci propone e, riflettevo, è quello in cui è più difficile rivolgersi alla fascia di utenza a cui questa festività è storicamente dedicata: i lavoratori.
Il lavoro è sacro, inviolabile e spesso bisogna lottare per mantenerlo.

Cosa dire a tutte queste persone che nel giro di qualche settimana, a causa di un virus violentissimo, hanno visto la propria vita stravolta, i loro programmi saltati, le giornate da ridefinire e in molti casi il proprio ruolo professionale e sociale cambiare?

È difficile trovare le parole giuste, che siano d’impatto o meno, è difficile perché ognuno di loro sta ricostruendo un pezzo di sé recuperando speranza, fiducia nello Stato e nel futuro, competenze per reinventarsi, forza per rassicurare familiari, cari, dipendenti.

Questa situazione è destinata ad acuire sempre più la differenziazione tra chi lavora per andare avanti e chi lavora per dare valore alla società attraverso i servizi e i prodotti che offre. È finito il tempo dei “riempiposto”.
Quest’ultimo mese è servito in particolare a capire che il lavoro non consiste nell’andare in ufficio, registrare la propria presenza e via, il lavoro, in molti casi, ma non tutti, può essere gestito e organizzato in modo così flessibile, agile e intelligente al punto da aumentare la produttività.

Non c’è più tempo per gli indaffarati che spesso non sono volti ai risultati, ma c’è tempo per i professionisti che sono coscientemente coinvolti ed ingaggiati nel creare valore e apporto per sé e per le altre persone.

Ci sono poi quelle categorie a cui è più difficile rivolgersi perché più difficilmente il loro lavoro si presta ad una gestione a distanza.

Chi sono oggi i lavoratori a cui parlare?

Sono comunque tutti.

Sono i professionisti che hanno attività in negozio: meccanici, parrucchieri, estetisti, commercianti, ristoratori, venditori di articoli non di prima necessità che per primi dovranno piegarsi alla volontà di questa nuova crisi.

Sono gli insegnanti che si stanno misurando con il lavoro da casa, seguendo i loro studenti a distanza nella preparazione delle materie per gli esami o per conseguire buoni risultati a fine anno.

Sono i consulenti che non possono recarsi presso i clienti e cercano di pianificare il lavoro in smartworking portando avanti le attività fin dove possibile.

Insomma, dilungarmi ancora in questa lista si tradurrebbe in un’azione infinita, sono tante le categorie ed è difficile citarle tutte senza dimenticare qualcuno.

Posso fare gli auguri a tutti loro, per la possibilità di reinventarsi, di accedere agli aiuti dovuti, di recuperare il fatturato perso, di trovare un nuovo lavoro.

Buon primo maggio nonostante questo presente per ora ancora ostile.

I discorsi sul Covid 19: come reali e capi di stato comunicano con la Nazione. Elisabetta II ai suoi sudditi

Nel precedente post ho analizzato il discorso del re Filippo di Spagna alla Nazione in occasione dell’emergenza sanitaria dettata dal Covid19 per inaugurare questa veloce rassegna sui messaggi dei capi di Stato, e Reali,alla Nazione per incoraggiare e ribadire l’unità e la coesione.

 

Oggi analizzerò il discorso di Elisabetta II che dal castello di Windsor si rivolge ai suoi affezionati sudditi:

 

Vi parlo in un tempo che so essere di crescente difficoltà. Un tempo di sconvolgimento nella vita del nostro Paese che ha portato dolore ad alcuni, problemi economici a molti ed enormi cambiamenti nella vita quotidiana di tutti noi. 

 

Va subito al dunque la sovrana d’Inghilterra, l’apertura del discorso non lascia troppo spazio alla retorica e quasi già si fonde con il corpo. 

In 68 anni di Regno la 94enne Elisabetta II per la quarta volta si rivolge al popolo con un discorso pubblico dopo solo 3 precedenti in occasione di: il primo conflitto Iraq, la morte di Lady Diana e la scomparsa della sua anziana madre.

 

Nel corpo del discorso insiste sulla necessità di restare a casa per limitare i contagi, per poi approdare a una chiusura degna dell’illustre discendente della regina Vittoria:

 

Spero che nei prossimi anni tutti potranno essere orgogliosi di come hanno risposto a questa sfida. E coloro che verranno dopo di noi diranno che i britannici di questa generazione sono stati più forti di qualsiasi altro, che le qualità dell’autodisciplina, della cortese determinazione e della comprensione reciproca ancora caratterizzano questo Paese.

La Gran bretagna e il mondo sapranno prevalere” sulla minaccia del coronavirus. Prevarremo e la vittoria apparterrà a ciascuno di noi. Dobbiamo confortarci pensando che giorni migliori torneranno: che saremo di nuovo con i nostri amici, saremo di nuovo con le nostre famiglie e ci incontreremo ancora.

 

Radici, unione, memoria: questi i valori che la Regina chiama in causa in questo momento di rara gravità.

I cittadini del futuro, le generazioni che a stento ricorderanno le difficoltà di questo tempo faranno affidamento sulla memoria per riconoscere nella solidità delle proprie radici un popolo che ha saputo affrontare e alla fine “prevalere” su questo male ancora così poco conosciuto e per questo molto imprevedibile e pericoloso.

 

Forza, disciplina, determinazione: ora il popolo inglese deve stringere i denti e sottostare alle regole imposte dal virus, per un futuro glorioso di ritorno agli affetti … alla vita.

 

Covid19: il discorso di re Filippo alla Nazione

Fino a qualche tempo fa, prima che il covid19 catturasse tutta la nostra attenzione, era mia abitudine andare alla ricerca, e poi condividere con te, i discorsi che hanno fatto la storia, quelli che sono rimasti nella memoria delle generazioni successive per la forza del loro messaggio, o quelli particolarmente interessanti per la loro costruzione e struttura.

Mentre navigavo selezionando le notizie da approfondire mi sono imbattuto nel discorso che il re di Spagna, Filippo VI, ha tenuto alla nazione proprio in merito all’emergenza coronavirus.

Il discorso si è tenuto sulle reti televisive nazionali. Il re, che si è soliti vedere in tv solo per il tradizionale discorso natalizio, non appariva sugli schermi per un discorso alla nazione dall’ottobre 2017 in occasione del referendum illegale in Catalogna.

Felipe VI costantemente informato dal primo ministro Pedro Sànchez, ha deciso di rivolgere al suo popolo parole di incoraggiamento chiamando all’appello il senso di responsabilità e di partecipazione alla risoluzione della crisi da parte di ciascuno.

Il discorso risale alla metà di marzo ed era rivolto a una Nazione che in quel momento aveva registrato 14.678 contagiati e conteggiato 741 morti.

Naturalmente le forze dell’opposizione non hanno perso l’occasione per alimentare polemiche sull’inutilità dei suggerimenti di una monarchia corrotta, ma, come già sai se mi segui spesso, questi aspetti non mi interessano, perché la mia attenzione volge direttamente agli aspetti tecnici e contenutistici della comunicazione.

 

Partiamo dall’incipit riportato da startmag.it nella sezione “mondo”:

L’intero Stato e tutte le istituzioni pubbliche si stanno impegnando a risolvere questa crisi. È una crisi che stiamo combattendo e che vinceremo e supereremo. 

Incip istituzionale comprensivo di status quo e relativo incoraggiamento. Il messaggio è: non siete soli nella risoluzione di questa tragedia, ce la faremo uniti, più forti che mai.

Non meno suggestivo il corpo del discorso in cui il re ha esteso il suo pensiero alle famiglie dei contagiati e delle vittime, manifestando loro tutto l’affetto e la vicinanza della corona spagnola.

tutti possono sentirsi protetti e ringrazio tutte le persone che stanno combattendo e aiutando per fermare la diffusione di Covid-19.Sono sicuro che daremo tutti un esempio di senso del dovere e di solidarietà. Dobbiamo resistere e resistere. Rispettare le raccomandazioni delle autorità sanitarie per sconfiggere il virus. Ognuno di noi è parte della soluzione a questa crisi.

 

Nello sviluppo della seconda parte del corpo del discorso emergono i valori fondanti dell’identità nazionale: unione, solidità, senso del dovere, solidarietà, affinché possano rappresentare i valori della Spagna agli occhi del mondo.

Non meno suggestivo l’atterraggio:

Ora dobbiamo mettere da parte le nostre differenze. Dobbiamo unirci attorno allo stesso obiettivo: superare questa grave situazione. E dobbiamo farlo insieme; insieme, con serenità e fiducia, ma anche con determinazione ed energia 

 

Forse, nella speranza purtroppo disattesa nei giorni successivi, che la Spagna potesse ancora salvarsi dalla tragedia che in quei giorni stava falcidiando l’Italia, Felipe si rivolge a un popolo che immagina unito nell’illusione di appianare le differenze per superare la minaccia incalzante del covid19.

In chiusura mette in campo i valori positivi, la fiducia, la determinazione per tornare a una realtà che ora appare lontanissima:

Torneremo alla normalità, se tutti ci uniamo e collaboriamo è una crisi temporanea. Una parentesi nelle nostre vite.

Ed è quello che ci auguriamo tutti.