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Lie to me. L’indizio è nel comportamento

“Lie to me” è una di quelle serie che ha tenuto attaccati allo schermo per anni milioni di telespettatori. Lui, il protagonista, sa capire chi mente.
Dopo il desiderio di volare e quello di comprendere il linguaggio degli animali si colloca il desiderio di capire chi mente.
Quello che posso dirti ora è che sicuramente può essere interessante capire cosa dicono gli animali sì, specie se ti riguarda, e che a volare ci pensa l’aereo su cui puoi comodamente viaggiare, ma capire se chi ti parla mente è compito tuo.
Questo sì che puoi farlo!
Capire se il tuoi interlocutore mente, oltre al tuo interesse psicologico sulla vicenda in generale, può chiaramente tutelarti da possibili pericoli soprattutto se hai affidato a questo persona qualcosa di importante, come la tua fiducia o il tuo tempo.
Il linguaggio del corpo aiuta in questo, ma devi allenare l’occhio a prestare attenzione ad alcune cose, altrimenti l’abile mentitore l’avrà vinta.
Prima di tutto è bene fare una precisazione: alcune volte le persone non sanno di mentire, sono convinte di essere nel giusto e nel vero anche quando a te è palese la menzogna.
Quale può essere la causa di questa situazione: l’ignoranza, nel vero senso della parola, ignorano che stanno mentendo perché conoscono quella versione dei fatti e ritengono che sia vera.
Poi ci sono le bugie buone, che a dirla tutta magari non sono neanche pienamente bugie, come quando quando assaggi il dolce preparato dal tuo amico e ti senti in dovere di complimentarti, magari in cuor tuo senti che non ha nulla di così speciale.
Si chiama bugia sociale, quella che serve per facilitarti le cose con gli altri, per aprire un canale dove non c’è, per fare piacere a qualcuno e costruire un buon rapporto anche se momentaneo con lui/lei.
Quello che però a un occhio attento non deve assolutamente sfuggire sono le bugie pericolose, premeditate, di convenienza, quelle che possono mettere nei guai anche te.
Vuoi ritrovarti fregato e deluso?
Io dico di no!
Ecco allora che spunta il solo elemento su cui devi focalizzare la tua attenzione: il comportamento.
🔴  Osserva, scruta, registra, perché chi mente, mentre lo fa, cambia qualcosa nel suo solito modo di agire. Si morde le labbra, distoglie lo sguardo, gioca con i capelli, si gratta una gamba.
Se conosci quella persona e hai avuto di osservarla in altre circostanze della sua vita allora sei in vantaggio.
Non è necessario che vi conosciate da una vita, bastano poche ore, anche solo due incontri, se hai l’occhio allenato e sai dove devi guardare ti assicuro che la menzogna non ti sfuggirà.
Il linguaggio del corpo non fa miracoli, è vero, ma aiuta e, come qualunque altro strumento, se lo si conosce fornisce soluzioni.
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Come comunichi mentre ascolti? 3 segreti per creare intesa con il tuo interlocutore!

Come comunichi mentre ascolti?
Ebbene sì, la domanda centrale è proprio questa.
Si sente spesso la declamazione delle virtù del buon ascoltatore, ma nel dettaglio cosa bisogna fare per essere un buon ascoltatore?
3 cose prima di ogni altra:
🔍 mantenere il contatto con gli occhi
🔍 comunicare attraverso movimenti della testa
🔍 effettuare l’eco posturale (non è un esame medico, no!): rispecchiare in modo naturale il linguaggio del corpo di chi parla attraverso la postura.
Un focus dettagliato va dedicato nello specifico ai movimenti della testa che hanno un ruolo fondamentale, e per questo delicato, al punto che saperli utilizzare significa fare in modo che l’interlocutore non possa mai fraintendere.
In particolare attraverso un cenno della testa puoi:
➡️  incoraggiare, manifestando interesse a chi parla
➡️  confermare, mostrandoti presente, in ascolto
➡️  manifestare comprensione, come a dire “ok sto capendo”
➡️  approvare, facendo capire che si condivide il punto di vista di chi parla
➡️  acconsentire: far capire all’interlocutore che agirai in funzione di quel che sta dicendo.
Può sembrare incredibile che il solo gesto di annuire con la testa abbia il potere di dire tutte queste cose.
Molti non riescono a comunicare nemmeno attraverso questo semplice gesto semplicemente perché non gli viene spontaneo, si concentrano sulle parole, non gli sfugge una virgola, peccato che l’interlocutore questo non lo sa e può non cogliere il livello di attenzione di chi parla penalizzando l’efficacia del momento comunicativo.
Piccola nota per chi ama i numeri: esperimenti e osservazioni sul campo hanno rilevato che gli ascoltatori che tendono ad annuire comunicando con il movimento della testa tendono ad ottenere quattro volte più informazioni rispetto a chi tiene la testa immobile 🏅
Quindi occhio, anzi testa, meglio ancora: occhio alla testa 🧐
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Ascoltare tra le righe. Indizi visivi e vocali

Gli indizi visivi e vocali sono due elementi da non sottovalutare mai nel rapporto con i tuoi interlocutori.
Studi, test, interviste, da anni ci raccontano come le persone molto popolari, all’interno di comunicazioni in presenza, dimostrano di saper esercitare un livello di ascolto estremamente alto.
Le parole dono importanti, diceva Nanni Moretti, ma oltre le parole c’è un universo di significati che si cela dietro al linguaggio del corpo 🧐
A cosa mi riferisco?
A tutto quel mondo che appartiene al linguaggio paraverbale, ovvero: il timbro della voce, il tono, il volume, il ritmo, la velocità, e tutti quegli elementi che aiutano l’interlocutore a cogliere ciò che non è espresso attraverso le parole.
L’errore, istintivo e molto ingenuo, è quello di focalizzarsi sulle parole 😱
Questo accade soprattutto in quelle situazioni in cui il contenuto di una conversazione è particolarmente atteso dall’interlocutore: la comunicazione di una notizia, la risposta a una domanda, l’esito di qualcosa.
Succede così, che proprio nel momento in cui dovresti essere più attento, ti perdi gli aspetti più efficaci della Comunicazione.
Per capire come evitare di incappare in questi piccoli imbrogli, parti dal tutelarti dalle possibili cause, che possono essere:
➡️  emotive: sei molto coinvolta/o e non riesci a controllare razionalmente la situazione.
➡️  abitudini sbagliate: nessuno ti ha mai spiegato una modalità più efficace per comprendere chi ti parla.
➡️  focus sulla risposta: se stai già pensando a come rispondere o a cosa chiedere, ti stai perdendo il meglio della trasmissione del messaggio.
Parti da qui nella tua analisi e lavora su questi aspetti piccoli ma ormai consolidati!
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Sai riconoscere il messaggio che si nasconde dietro a un sorriso?

Sai riconoscere il messaggio che si nasconde dietro a un sorriso? 

In molti probabilmente non si sono nemmeno mai posti il problema, ma tutti sappiamo, in base alle nostre esperienze che esistono sorrisi sinceri e sorrisi che invece hanno l’obiettivo di nascondere le vere emozioni di chi li manifesta.
 
Del resto, l’espressione “fare buon viso a cattivo gioco” descrive proprio la capacità di ostentare un’espressione positiva con l’intento di mascherarne un’altra.
 
🔴  Nel mondo della Comunicazione non Verbale, ciò che ci consente di riconoscere un sorriso falso è la totale assenza di coerenza rispetto al contesto o alle parole che si stanno pronunciando.
Gli esperti parlano anche di “sorriso sociale”, ovvero quell’espressione facciale che si adotta e si mostra in circostanze in cui semplicemente conviene farlo.
Un sicuro vantaggio del sorriso sociale è che, anche quando non è spontaneo, ma ben camuffato, comunica all’altro assenza di ostilità e una certa disposizione a un clima non conflittuale. Il alcuni contesti questo è sufficiente.
In fondo è bene anche scrollarsi di dosso la convinzione che un sorriso di circostanza sia necessariamente indice di cattive intenzioni.
Vai con l’esempio: molte persone, per lavoro, sono tenute ad entrare in contatto con un gran numero di clienti, collaboratori, fornitori, insomma, persone in generale.
Ora, non è detto che chi svolge un lavoro così tanto a contatto con il pubblico debba essere sempre di buon umore e ben disposto verso l’altro, ci sono le “giornate no” per tutti e anche all’interno della stessa giornata non si ha spesso lo stato d’animo per sorridere sempre spontaneamente 😊
 
Per questo ci si affida a un sorriso magari meno entusiasta e spontaneo ma sicuramente desideroso di comunicare cordialità e buona educazione 💪
Come è fatto questo sorriso sociale?
Beh se vuoi che la conoscenza della Comunicazione non Verbale ti aiuti a identificare meglio le intenzioni del tuo interlocutore, qualche strumento lo devi affinare:
nel sorriso sociale gli angoli della bocca vanno verso occhi, senza sollevarsi, e nella zona perioculare non si registra alcuna attività che denoti la presenza di un’emozione.
Nel sorriso spontaneo, notalo da oggi in poi, gli angoli della bocca vanno in alto verso gli occhi, e nella zona perioculare si formano delle piccole rughette espressive.
Un piccolo trucco per capire meglio chi si ha davanti e, quando serve, per scoprire il buon viso a cattivo gioco, che nella vita e negli affari spesso non porta a niente di buono.
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Distanziamento personale e distanza sociale: la storia modifica il linguaggio.

Distanziamento personale

Il distanziamento è ormai un concetto noto al punto da essere una delle parole più utilizzate dal 2020. 
 
Chi lo stabilisce, come si definisce, è facile rispettarlo?
I fatti recenti hanno lasciato poco spazio alla libera iniziativa, stabilendo le nuove distanze in funzione di regole ben precise dettate dall’urgenza e dalla prudenza.
Rispettare un distanziamento per alcuni è più facile che per altri, per diversi motivi: maggiore indipendenza e capacità di restare da soli, svolgere una professione che può essere seguita anche da casa, avere un nucleo affettivo raggiungibile anche in situazioni di isolamento.
 
Insomma, in termini sociali il distanziamento è stato oggetto di osservazione per mesi e mesi, quello su cui è necessario interrogarsi è come abbia inciso sul linguaggio e sul modo di comunicare.
 
Durante il periodo degli europei di calcio sono entrato in una pizzeria da asporto e, mentre aspettavo il mio turno, l’occhio mi è caduto su un avviso affisso sul bancone: mantenere la distanza sociale di 1 metro dalle altre persone.
 
Mi ha incuriosito il fatto che a qualcuno sia venuto in mente di usare questa espressione, di unire il termine “sociale” ad una parola che si spiegava in modo esaustivo da sola.
Distanza personale, sarebbe stato più corretto, ma l’utilità di quell’avviso ad oggi sta nel fatto che ha aperto una riflessione nella mia testa su tutte le possibili sfumature della prossemica e di quanti fattori entrino in gioco quando le persone si avvicinano le une alle altre, pandemia a prescindere.
 
🔴  La distanza sociale ha una definizione ben precisa che ti invito a ripassare cliccando sull’articolo dedicato (LA PROSSEMICA: GESTIONE DELLO SPAZIO NELLE DINAMICHE INTERPERSONALI), il distanziamento personale è una misura d’emergenza adottata per salvaguardare la salute delle persone nel corso di un’emergenza sanitaria.
 
Tuttavia il concetto di distanza prossemica subisce molte inflessioni in funzione di specifici fattori che hanno un peso non indifferente e su questo voglio condividere una riflessione con te.
 
Quando le persone si avvicinano, fisicamente, in un’interazione, tutto il loro comportamento è soggetto a cambiamenti. Questi cambiamenti si verificano in base ad alcuni fattori, quali.
 
➡️  il livello di intimità nei rapporti: se una persona è a te cara, potresti vivere una sua distanza fisica come un abbandono e non come una forma di rispetto.
 
➡️  lo status sociale: i personaggi di potere hanno una sfera prossemica molto vasta, legata al senso di rispetto, alla protezione della privacy, all’assenza di elementi da condividere.
 
➡️  l’etnia: in funzione della cultura di appartenenza la distanza viene percepita positivamente o negativamente, questo nella storia non ha facilitato alcune volte le relazioni diplomatiche.
 
➡️  il temperamento: un elemento assolutamente personale e soggettivo che può avere una grande influenza sulla percezione della distanza. Solitamente infatti le persone più estroverse tendono a oltrepassare i limiti della distanza sociale, quelle più timide restano nel loro spazio riservato e protetto.
 
Osserva.
Guarda come si muovono le persone nelle varie situazioni, analizza il modo in cui gestiscono lo spazio nell’interazione con gli altri.
 
Osserva e studia!
Ma soprattutto presta sempre grande attenzione al tuo linguaggio, non cadere nei tranelli della comunicazione, pur apprezzandone le strategie.
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La prossemica: gestione dello spazio nelle dinamiche interpersonali

Lo spazio e i rapporti interpersonali

La prossemica definisce la gestione dello spazio nelle dinamiche interpersonali.
Da sempre lo spazio fisico condiziona le relazioni interpersonali, ma ancor prima di entrare nel merito delle relazioni, possiamo affermare che lo spazio e il suo utilizzo regolano le relazioni sociali 🚦
 
Di esempi potremmo farne a non finire.
 
Sali in treno, ci sono posti liberi con accanto o di fronte un passeggero e posti liberi con accanto altri posti liberi.
Ti dico io dove ti siedi: dove tutto è completamente libero.
Occupi il tuo spazio sociale, quello che reputi ti faccia sentire più a tuo agio in generale e più comodo nello spazio.
 
 🧐 Per comprendere a fondo la naturalezza di un simile comportamento basti pensare al mondo animale, che spesso riassume le nostre attitudini ancestrali.
I cani, i gatti, le scimmie, demarcano il territorio, agiscono dei comportamenti specifici per farlo, e quei comportamenti definiscono non solo il loro rapporto con lo spazio, ma anche con altri animali.

La prossemica

Quello che accade nel mondo umano invece è regolato dalle leggi della prossemica, che descrivono il rapporto dell’individuo con lo spazio in funzione del comportamento sociale che esso comporta.
🔴  Correva l’anno 1966 quando un certo Hall ha coniato il termine “Prossemica”, ma soprattutto ha introdotto 4 zone, corrispondenti al tipo di distanza interpersonale:
➡️  zona intima: implica intimità, confidenza, vicinanza. Lo spazio che ti divide dal tuo interlocutore al massimo si estende ai 50 centimetri. Si tratta di una vicinanza concessa solo a persone di cui ci si fida.
 
➡️  zona personale: è una distanza che regola il rapporto tra individui che si conoscono, ma non intimamente. Colleghi e conoscenti possono rientrare in questa zona che prevede tra gli interlocutori una distanza da 50 centimetri a 1 metro.
 
➡️  zona sociale: riservata agli incontri formali, nel lavoro e nelle occasioni speciali. Prevede tra gli interlocutori una distanza da 1 a 3 metri. Questa è la distanza più utilizzata quando si lavora insieme senza però entrare in un rapporto eccessivamente confidenziale.
 
➡️  zona pubblica: qui oltrepassiamo i 3 metri di distanza, in quanto questo tipo di distanza viene applicata in conferenze e meeting dove non è previsto un coinvolgimento diretto tra i presenti. 
 
Quella presentata può sembrare in apparenza una semplice classificazione delle possibili distanze spaziali-relazionali tra le persone.
In verità un’analisi più approfondita non tarderebbe a far emergere interessanti implicazioni di carattere sociale, a partire dalla messa in atto di specifici comportamenti.
 
Alt! 
Per ora è tutto, ma non perdere il prossimo post!
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Il discorso diventa racconto. Convincere con una buona storia

Il discorso e il racconto: l’elemento comune

Per quanto possano avere sviluppi diversi il discorso e il racconto sono legati ad un elemento: il contenuto.
Chi si accinge a scrivere un racconto infatti, in fase preliminare, non fa un lavoro molto diverso da chi deve scrivere un discorso, con la differenza che il racconto ha una sviluppo dettato dalla trama, il discorso ha al suo interno una serie di elementi tecnici che vanno organizzati.
Il primo dramma di chi scrive un discorso e magari ha poche competenze in termini di comunicazione persuasiva – dove per persuasivo si intende la capacità di indurre chi ti ascolta all’azione – nel 90% dei casi rimane incagliato nell’incastro tra contenuto e forma.Strutturare il contenuto di un discorso è difficile sin dalla fase di scelta del materiale, perché si tratta di fare una distinzione continua tra ciò che serve e ciò che non serve, tra ciò che fa più effetto e ciò che sarebbe utile, ma annoia. Insomma, il contenuto può essere un percorso spinoso e se c’è una cosa che non puoi permetterti quando declami un discorso è che al tuo pubblico arrivi il tuo grado di difficoltà nel lavorare quell’argomento.


Convincere con buona storia

La potenza di un racconto è che contiene una storia, e le storie piacciono, perché, in un modo o nell’altro, raccontano sempre anche un aspetto di chi le ascolta, permettono di immedesimarsi e di entrare un po’ nella trama catturando il tuo interesse e la tua voglia di scoprire come va a finire, dove si va a parare.

Ma che storia raccontare a un gruppo di professionisti?
Una storia che gli risolva qualcosa attraverso 4 elementi narrativi tecnicamente molto influenti:
➡️  Perché: la tua storia deve produrre azione. Le persone spesso non amano cambiare, il perché deve avere la potenza di convincere loro che va presa una decisione.

➡️  Cosa: il contenuto di una storia non deve contenere necessariamente le cose da sostituire, meno drastico e più motivante sarebbe inserire nella storia anche le cose da migliorare per vederlo sotto una luce diversa, illuminate dalla possibilità di uno sviluppo diverso.

 

➡️  Come: questo è un passaggio fondamentale, è qui che si fondono il cosa e il perché. Cosa deve essere cambiato? Perché? Dalla fusione di questi due elementi emergerà la modalità in cui le persone devono agire un cambiamento.

 

➡️  Se: quando le persone devono cambiare qualcosa, soprattutto nel proprio metodo di lavoro, si nascondono dietro a mille alibi, molti “se”, eventuali scenari catastrofici che potrebbero solo peggiorare la situazione. Il tuo perché deve essere più forte del loro “se”, e deve essere inserito in modo impeccabile nella tua storia, senza indugi né possibilità di equivoci.

Così deve essere la tua storia qualunque sia l’obiettivo nascosto al suo interno.
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i - must-del-discorso-che-funziona

Com’è la mappa della tua storia? I 4 MUST del discorso che funziona

Perché una storia

Un discorso funziona se la tua storia ha una mappa basata su 4 MUST fondamentali.

Che si tratti di una presentazione, di un lancio promozionale, di un discorso in pubblico, quello che è ormai da anni provato è che l’efficacia dei contenuti si quadruplica se questi vengono veicolati attraverso una storia.

Una storia non significa l’aneddoto dell’infanzia, le origini dell’azienda e tutto il quadro genealogico dell’imprenditore.


🔴  Significa molto più concretamente decidere di costruire i contenuti intorno a degli elementi che ne rendano più incisivo il significato.

I 4 MUST del discorso che funziona

Il discorso che funziona non è il risultato della casualità, ma della combinazione di elementi tecnici maneggiati da professionisti competenti che sanno che costruire un discorso significa impostare un processo.

Per essere più dettagliati prenderemo ora in esame 4 elementi MUST che possono fare davvero la differenza nella costruzione di un discorso:

➡️  Il contenuto: è spesso la parte a cui i relatori dedicano più tempo, eppure la maggior parte delle volte i contenuti risultano essere pieni di elementi non attinenti agli obiettivi della presentazione o del discorso. Se lo scopo finale è quello di attivare un comportamento per promuovere un cambiamento perché fare esempi astratti? Perché non entrare nel merito della questione e fare esempi che possano essere davvero calzanti e d’esempio per chi ascolta?

➡️  Il pubblico: cosa hanno bisogno di sapere le persone a cui stai parlando? Cosa serve loro concretamente? Di sicuro non di nozioni generali, ma di spunti che possono essere calati nel contesto in cui intendono agire un cambiamento.

➡️  La storia: quale storia costruire attorno al contenuto? Come impostare la sua struttura? Attraverso il formato della storia ci si salva dal rischio di sparare informazioni a raffica. All’interno del flusso di una storia il pubblico si identifica più facilmente con gli obiettivi del discorso e ne farà propri i contenuti.

➡️  Il racconto: adesso devi decidere come questa storia sarà raccontata. Quale formato può rendere più diretto il contenuto che attraverso di essa si vuole trasmettere.
In questa fase va elaborato il modo in cui la storia verrà comunicata affinché abbia l’impatto desiderato e faccia il salto di qualità dal messaggio confuso al messaggio inequivocabile.

Non finisce qui!
Non finisce mai qui!


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Il tuo discorso ha successo se chi ti ascolta decide

Un discorso di successo

Quando si parla di discorso di successo si trascura spesso un dettaglio importante: chi ascolta decide e non è lì solo per apprendere contenuti interessanti.

I motivi per cui una presentazione fallisce li abbiamo già analizzati, quello che conta adesso è focalizzarsi sul fatto che a fare la differenza non è solo il contenuto, neanche la forma.

Ti dico di più: non è sufficiente neanche il livello di utilità che quelle informazioni possono avere nella vita professionale o sociale di chi ascolta.
Quello che rende davvero efficace un discorso viene dopo, viene quando è ora di capire le mosse di chi è in ascolto.
Hai il potere di far alzare i tuoi interlocutori dalla sedia e farli agire?
Bene, allora il tuo è un discorso di successo.Hai ricevuto molti applausi, ma dopo 2 mesi parli con l’HR manager dei tuoi interlocutori e scopri che il mondo è rimasto come prima?
Ecco il tuo non è stato un discorso di successo, perché, si presume che, se hai disquisito su un argomento con una platea,  quest’ultima qualcosa deve fare con i tuoi contenuti, oltre al sempre nobile obiettivo di arricchire il proprio bagaglio di competenze individuali.Cosa devi sapere?
Tutto. Lo abbiamo ripetuto spesso.
🔴  Il discorso è uno strumento collocato all’interno di un processo, nessun elemento dunque è autonomo rispetto agli altri che lo compongono.

Chi ti ascolta decide

Una buona analisi dei bisogni ci insegna che dobbiamo conoscere il nostro pubblico.
E fin qui ok.
Età, ruolo, anzianità aziendale … cose che già sai.
Per quanto questi aspetti rappresentino dei pilastri sempre validi, ce ne sono altri che incidono tantissimo sulle tue reali possibilità di convincere l’interlocutore all’azione.Le domande che ti mancano, trasformeranno il tuo modo di approcciare un pubblico con un discorso:

➡️  come apprende il tuo pubblico? Qual è la cultura di apprendimento dell’organizzazione da cui provengono i suoi componenti?

➡️  cosa motiva questo uditorio ad essere qui in ascolto? Le persone sono venute per un motivo specifico? Per un interesse generale? Perché qualcuno ha ritenuto opportuno che partecipassero?

➡️  quanto conta quello che dirai per le decisioni che devono prendere? In che misura i tuoi contenuti servono per agire un’azione di cambiamento migliorativo?

Questi 3 elementi che sembrano messi così quasi a caso, costituiscono per te una grande opportunità: quella di costruire un discorso che abbia un effetto concreto, che serva a modificare comportamenti, procedure e non si riduca alla mera composizione di un buon contenuto, fondamentale sempre, ma insufficiente per gli obiettivi di un uditorio e per il successo di una performance.

Sì che vuoi saperne di più adesso!
Intanto però dai un’occhiata qui!
presentazione-perché-non-funziona

Perché la tua presentazione non funziona? Scoprilo prima del tuo pubblico.

La presentazione funziona se convince

Una presentazione ha successo se convince.

Affinché una presentazione possa definirsi persuasiva è necessario che spinga le persone a mettere in atto specifici comportamenti.

Siamo ben lontani, anni luce direi, da intenti manipolativi e cose di questo tipo!


Qui ci riferiamo nello specifico alla capacità, nonché competenza, di fornire le giuste argomentazioni a supporto del tuo discorso/presentazione in modo da orientare gli interlocutori verso un obiettivo che sia vantaggioso anche per loro.
Quando un professionista lavora ad una presentazione solitamente ha uno di questi 3 obiettivi:

➡️  convincere: sostenere la validità di un argomento, un servizio, un progetto.

➡️  informare: fornire elementi e approfondimenti a scopo conoscitivo.

➡️  fornire un report: presentare i risultati di un progetto, una gara, un lavoro con riferimenti numerici precisi ricavati tramite fonti autorevoli e dunque attendibili.

 

Perché fallisce la tua presentazione?


Tutto fantastico mi dirai, peccato però che molte volte, molte più di quanto si possa immaginare, qualunque sia l’obiettivo, la presentazione fallisce miseramente perché è strutturata male.

Ebbene sì, non ci sono motivazioni fantascientifiche, succede semplicemente che la presentazione sia fatta male!
Ti puoi permettere questo?
Se lo può permettere il tuo business?
Puoi esporti anche solo al minimo rischio che si verifichi una situazione di questo tipo?
No!
No!
No!Non conta quanto sia importante ciò che hai dire, non conta lo slancio motivazionale che metti a supporto del tuo impegno.
A volte non conta neppure la reputazione splendida di anni di carriera.

Se il tuo messaggio non arriva, il pubblico non recepisce, e di conseguenza non risponde, non agisce i comportamenti richiesti e tu hai lavorato invano.
Scrivi in ottimo italiano. Ok.
Accanto ai tecnicismi lasci spazio anche alle emozioni. Fantastico.
Quando ti ascolti ti fai l’applauso. Meraviglioso.Ecco la brutta notizia: il tuo interlocutore non sei tu e il tuo feedback è insufficiente.Inizia a riflettere sul modo in cui lavori alle tue presentazioni, individua tra i 3 obiettivi quello che prevale nelle tue attività.Preparati ad apprendere un metodo infallibile, perché dal prossimo post il tuo modo di strutturare le presentazioni farà un salto di qualità pazzesco.
Bene, vuoi saperne di più.
Ci sta!Scrivimi: [email protected]E puoi dare un’occhiata qui!