Il mobbing fa male. Fai in modo che non vinca

La scorsa settimana, ti ho raccontato la storia di Chiara (clicca qui se hai perso il post) per approfondire il tema del mobbing e analizzare le ripercussioni che può avere non solo nel contesto professionale, ma anche nella vita privata.
Ma cos’è tecnicamente il mobbing?

Per mobbing si intende un comportamento agito all’interno del contesto lavorativo con lo scopo di emarginare un collega, un sottoposto, un collaboratore.
L’obiettivo è quello di perseguitare la vittima prescelta per motivazioni che possono essere molteplici fino a portarlo alle dimissioni.
Nel caso in cui il mobbing venga agito da un datore di lavoro si usa anche nel gergo il termine “bossing”.

La condotta di chi agisce il mobbing non è mai riconducibile ad una sola azione, ma individuabile in una serie di comportamenti estenuanti per chi li subisce e difficilmente perseguibili perché, se analizzati singolarmente, spesso risultano leciti, almeno in termini legali.

Da parte di chi lo mette in atto il mobbing:

  • È un comportamento assolutamente volontario, frutto di una scelta consapevole
  • Si estrinseca in una serie di azioni volte a persuadere la vittima scelta a rassegnare le dimissioni
  • Molto difficilmente è suffragato da prove concrete che possano limitare l’influenza deleteria di chi lo esercita

Vediamo ora nello specifico i possibili comportamenti attraverso cui si manifesta il mobbing:

  • L’esclusione della vittima da attività che coinvolgono i colleghi, dentro e fuori l’ufficio
  • Il mancato riconoscimento dei meriti della vittima
  • La denigrazione della vittima in merito a caratteristiche personali o competenze professionali
  • La preclusione della vittima all’accesso o all’utilizzo di strumenti utili per svolgere al meglio la propria mansione

Qual è il comune denominatore delle azioni in elenco?
Il tentativo di vanificare la vittima ledendo la sua dignità.

La situazione può sconfinare nel dramma personale quando le dirette conseguenze del mobbing condizionano i comportamenti, gli umori,le performance della vittima e si trasformano a loro volta in pretesti per innescare nuovi comportamenti di mobbing.

Un salto nel vuoto, il buio, un vicolo cieco, un tunnel senza uscita: queste le metafore che sono venute fuori quando mi sono messo all’ascolto di varie di queste esperienze agghiaccianti.

Differenze di genere, di provenienze territoriale, di ruolo, di stipendi, di situazioni private in atto. Antipatie personali, competizione, invidia.
Questi i covi in cui si annidano le intenzioni di chi decide di agire il mobbing.

Perché è così pericoloso e difficile da scandagliare?
Vuoi la risposta secca?
Ecco a te: perché è un processo sistematico e strutturato, declinato in un pluralità di situazioni e mirato alla cancellazione di una figura professionale. Peccato che dietro a questa figura professionale c’è una persona che ogni giorno va a lavoro con il mal di stomaco e non riesce più a svolgere bene il proprio lavoro.

Sconfiggerlo è complicato, ma si deve.

Io lo faccio attraverso le mie attività di coaching e comunicazione, perché prima di arrivare in fondo a questo disagio emotivo ci sono strumenti di comunicazione e di relazione che possono preservarti da situazioni di questo tipo.
È uno strumento fondamentale tra altri strumenti che lo sono altrettanto, ma inizia da qui, non farti trovare impreparato.

CHIARA, 35 anni, nuovo lavoro e … una situazione di mobbing tra lo stesso sesso. EPISODIO 1

Ora che sai tutto sugli stili relazionali, ecco i link dei post se li hai persi (Il mobbing: prevenire  grazie alle tecniche di comunicazione, Stile di comunicazione passivo e mobbing: chi sono le vittime più facili,  Lo stile che fa la differenza? L’assertività), è arrivato il momento di approdare all’argomento che ti avevo anticipato e che attanaglia una percentuale non trascurabile di popolazione di professionisti: il mobbing.

Di strumenti di comunicazione e sugli stili relazionali abbiamo dettagliato molti aspetti tecnici.
Quello che vorrei fare ora è un focus sul fenomeno del mobbing e sulle dinamiche che ne sono alla base.

Parto dalla storia di Chiara, un nome di fantasia, scelto per raccontare l’esperienza di una donna di 35 anni che si è rivolta a me per acquisire gli strumenti comunicativi e relazionali per superare una situazione che le stava letteralmente distruggendo l’esistenza, oscurando ogni sua giornata con negatività e demotivazione.

Chiara approda come consulente in una multinazionale, le viene assegnato un incarico full time per un periodo di 7 mesi, le vengono presentate le sue colleghe, per lo più donne, per i primi 15 giorni tutto sembra procedere a meraviglia.
Viene assegnata ad una referente di qualche anno più adulta, Chiara è felice di poter condividere questa esperienza con una sua quasi coetanea.

Qualche giorno di lavoro ed arriva il buio, è così che lei stessa lo ha definito.

Ogni suo elaborato, si trattava di un incarico nell’ambito comunicazione, non andava improvvisamente più bene, veniva rimproverata pubblicamente se non aveva terminato il lavoro entro l’ora di pranzo, ed una volta le è stato intimato di non salire in mensa se non avesse finito il lavoro assegnato.

L’atteggiamento della referente era cosa nota presso la divisione dell’azienda, ma si trattava di una professionista molto efficiente e i suoi capi per questo tendevano a tollerare i suoi comportamenti.

Le altre colleghe in qualche modo la subivano, anziché manifestare dissenso cercavano la sua complicità pur di non averla contro.
Con gli uomini aveva un feeling diverso, non entrava in competizione, aveva toni educati, rideva su cose per cui con Chiara avrebbe discusso per ore.
A tavola metteva le borse delle colleghe sulle sedie per non far sedere Chiara al loro tavolo, quando pioveva a dirotto e Chiara aveva il treno con i minuti contati creava palesemente delle situazioni per cui Chiara dovesse trattenersi.

Criticava qualunque cosa al punto che Chiara a un certo punto inizia inspiegabilmente a dubitare delle proprie competenze professionali, aspetto su cui fino a quel momento non aveva mai avuto dubbi così forti.

Non mangiava più, non dormiva più, la mattina in metropolitana piangeva e aveva costantemente un pugno nello stomaco.
Si sfogava con gli amici, i quali le suggerivano di farsi rispettare, di imparare “come prenderla”, di utilizzare lo stesso linguaggio, di non ascoltare.
Eppure il malessere non passava.

Il mobbing è una cosa seria e dolorosa dove purtroppo i consigli di chi ci vuole bene non sono sufficienti per tirarci fuori da questo disagio, difficile da spiegare.

La prima vera difficoltà delle vittime di mobbing è di non sapere come raccontarlo perché si tratta di dinamiche apparentemente incredibili e distanti da logiche adulte.
Eppure esiste ed è un fenomeno molto diffuso, qualcuno lo ha definito un “bullismo tra adulti” e trovo che non sia una definizione così azzardata.

Ogni individuo quando si reca sul posto di lavoro porta con sé un mondo che gli altri ignorano, in quel mondo ci sono le sue preoccupazioni, aspettative, frustrazioni. Nessuno può sapere cosa l’altro sta vivendo e quale momento di grande fragilità stia attraversando: è qui che il mobbing trova terreno fertile e si insinua logorando ogni giorno l’energia e la voglia di mettersi in gioco nel lavoro.

Ho voluto iniziare con la storia di Chiara, per anticiparti che il tema è delicato, per questo andare a fondo è doveroso soprattutto per chi si occupa come me di tematiche relazionali.

Nel prossimo post iniziamo ad analizzare il mobbing come processo andandone a conoscere le logiche.

Nel frattempo non perdere quello che serve per farti trovare pronto, la comunicazione è uno strumento potente, te lo ricordo ogni volta in questo link!

La manifestazione del dissenso: comunicare un NO!

Lo stile assertivo è molto efficace anche nella comunicazione di un “no”, è la modalità relazionale più efficace nella manifestazione del dissenso.

L’assertivo sa dire no dopo aver ascoltato le argomentazioni dell’altro motivando il suo rifiuto, oppure chiedendo di rimandare la valutazione di una proposta non realizzabile in quel momento.

Lo stile assertivo è quello che più degli altri richiede riflessione e ragionamento, è il meno istintivo tra i tre stili descritti perchè è quello meno condizionato dalla componente emotiva.
Lo stile assertivo è molto efficace nelle situazioni in cui è necessario fare chiarezza, in cui devi chiedere una spiegazione, un perchè anche ai tuoi superiori.

Anche per lo stile assertivo mi soffermo su qualche indizio di comunicazione non verbale e paraverbale:

· Adotta un tono di voce molto espressivo ponendo enfasi sulle parole più significative.
· Ha una gestualità che denota determinazione e sicurezza
· Tende a guardare negli occhi l’interlocutore, ma non in modo assillante
· Ha una fluidità verbale chiara e senza intoppi
· Gestisce la prossimità spaziale in funzione del contesto e del momento della conversazione, dunque si avvicina e si allontana
· Nel controllo del tempo è equilibrato e si alterna con l’interlocutore.

Sono arrivato alla fine di questo percorso sugli stili relazionali e prima di salutarti per darti appuntamento al prossimo post, voglio lasciarti qualche utile frase che ti aiuterà nell’individuazione dei 3 stili

· Il passivo: parla più che altro a se stesso “non sarò inopportuno?” “potrei essere giudicato male dicendo questa cosa” “non vorrei ferire qualcuno esponendo la mia idea”.
· L’aggressivo: “devi fare in questo modo”, “ma cosa stai dicendo?”, “non hai capito niente”
· L’assertivo: “potresti espormi nuovamente la tua idea”, “i nostri punti di vista sono diversi è vero, cerchiamo di capirci meglio”, “potresti aiutarmi a comprendere meglio?”

Per concludere
Lo stile assertivo è quello che ti aiuta ad esporti in prima persona valorizzando le tue idee e proposte, è una modalità relazionale che si declina attraverso espressioni come “ritengo, mi sembra opportuno, propongo di, etc. ). Da quanto detto finora potrebbe sembrare che lo stile assertivo sia fortemente idealizzato, che tenda alla perfezione, sicuramente anche in questo caso non vi verrà in mente qualcuno che possa essere rappresentato solo da questo stile. Lo stile assertivo è lo stile a cui tendere, l’atteggiamento più efficace per la comunicazione con l’altro e lo strumento più potente per creare il clima relazionale giusto.

Adesso sai tutto sugli stili relazionali, dal prossimo post entrerò nel vivo del mobbing, un fenomeno che va conosciuto, evitato, combattuto.

Non farti mai trovare impreparato su questi temi: questo è il primo passo per avere successo!

Leggi qui prima di andar via!

Lo stile che fa la differenza? L’assertività!

Siamo arrivati al dunque: è qui che avere il giusto stile di comunicazione può fare realmente la differenza!
Ti sarà forse già noto che lo stile assertivo è quello che maggiormente si addice alle caratteristiche di un buon comunicatore.

Entro nel dettaglio.

Lo stile assertivo denota in primo luogo:
· Una piena consapevolezza di sé
· Fiducia in se stessi
· L’assunzione di responsabilità

I comportamenti tipici dello stile assertivo sono:
• Avere una piena consapevolezza dell’obiettivo e agire in quella direzione
• Affermazione dei propri diritti nel pieno rispetto di quelli degli altri
• La capacità di presentare le proprie argomentazioni in modo chiaro
• Esprimere le proprie emozioni motivandole
• Essere in grado di distinguere i fatti concreti dalle opinioni personali.
• Proporre nuove idee valutandone le possibili conseguenze.
• Dedicarsi all’interlocutore praticando l’ascolto attivo
• Manifestare atteggiamenti di apertura verso l’interlocutore per condividere idee e soluzioni
• Accogliere le argomentazioni degli altri valutandole come suggerimenti
• Riconoscere i propri limiti mettendosi in discussione e mostrandosi disponibile al miglioramento.
• Assumersi la piena responsabilità delle proprie azioni.

Le dirette conseguenze dell’assunzione di questo stile sono:
• Si evita un clima di tensione che favorisce posizioni di conflitto
• Si crea un clima relazionale favorevole allo scambio comunicativo
• Si ha la possibilità di esprimere le proprie idee

La persona assertiva presenta le seguenti caratteristiche:
· Flessibilità
· Autoironia
· Autocritica e tendenza al miglioramento
· Valuta e non giudica
· Accoglie le opinioni degli altri
· Cambia opinione se si rende conto di aver proposto idee non efficaci o carenti
· Ascolta
· Non subisce
· Sa dire no

Credimi non si tratta di un’idealizzazione, ma dell’acquisizione di tecniche e strumenti efficacissimi per gestire relazioni in ambito professionale e privato.
Ti cambia la vita!
Non sai da dove cominciare?

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Impara a riconoscere gli stili aggressivi

In questo percorso di approfondimento sul mobbing, vedi i post precedenti se li hai persi  (Il mobbing: prevenire grazie alle tecniche di comunicazione – Stile di comunicazione passivo e mobbing: chi sono le vittime più facili?)  oggi mi voglio concentrare sullo stile più identificativo di chi esercita azioni di mobbing verso i propri colleghi o collaboratori: lo stile aggressivo.

Vado subito all’identikit

Lo stile aggressivo è caratterizzato dalla spiccata tendenza ad esercitare la propria influenza sugli altri, cercando di prevalere senza tenere conto dei loro spazi.
I comportamenti più frequenti rintracciabili nello stile aggressivo sono:

· Non dedicare spazio e attenzione alle argomentazioni altrui, sminuendole o criticandole, spesso non ascoltandole.
· Evidenziare gli errori degli altri.
· Attribuire ad altri le responsabilità di un errore senza riconoscere le proprie
· Monopolizzare la conversazione senza interpellare né ascoltare gli altri.
Interrompere gli altri interlocutori.
· Giudicare.

Osserviamo, anche in questo caso, la sfera del non verbale e paraverbale:

· Assumere una gestualità aggressiva (puntare il dito, indicare).
· Tendere a guardare fisso negli occhi l’interlocutore.
· Esprimersi con un tono di voce forte e pungente.
· Avere una fluidità linguistica volutamente lenta come se non si contemplasse la possibilità che altri possano entrare nella conversazione.
· Avere una forte tendenza all’avvicinamento nel controllo della prossimità spaziale.
· In termini di controllo del tempo tendere spesso ad invadere gli spazi degli altri.

Anche in questo caso è importante tener presente la necessità di estremizzazioni.

Avete mai conosciuto qualcuno che si comporti solo in questo modo?

Credo e spero di no!
Quando si parla di stile relazionale è più che di stile comunicativo vero e proprio è più corretto dire che una persona ha una maggiore inclinazione verso un determinato tipo di comportamento, le variabili determinate dai contesti e dalle persone spesso possono generare esiti completamente diversi anche se il soggetto è sempre lo stesso.
Hai presente il prepotente di turno? Quello che vuole vincere sempre lui a calcio, quello che urla quando parla e non chiede mai l’opinione altrui? Quello che non accetta che qualcuno possa pensarla diversamente da lui? Ebbene proprio lui!
Pensi davvero che possa essere sempre e solo così in ogni situazione?
Anche quando gli parla il suo capo?
Questo è solo un banale esempio utile per semplificare e far comprendere come il passaggio tra uno stile relazionale all’altro sia possibile e spesso assolutamente inevitabile.

Mi fermo e ti anticipo che al prossimo giro ti parlerò di assertività prima di iniziare un viaggio più profondo nelle dinamiche comunicative, e pericolose, del mobbing.

Inizia ad arricchire i tuoi strumenti, parti da qui!

Stile di comunicazione passivo e mobbing: chi sono le vittime più facili?

Ho iniziato questo percorso di conoscenza degli stili relazionali partendo dalla volontà di capire il fenomeno del mobbing.

Sono partito dal presupposto che avere gli strumenti giusti avvicina le persone alla soluzione e sapere che stile relazionale utilizza chi ti trovi di fronte non è affatto una cosa da poco.

Partiamo dall’identikit del passivo.
Ti anticipo però che se non hai letto il post della settimana precedente ti perdi pezzi importanti, quindi corri su questo link e recupera il tempo perso!
Torniamo a noi.

Chi applica lo stile passivo?
Lo stile passivo è caratterizzato da una forte inclinazione ad evitare responsabilità e conflitti con l’interlocutore.
I comportamenti rintracciabili nello stile passivo sono:
– Non esporsi
– Non affermare la propria posizione subendo quella degli altri
– Non dichiarare i propri desideri né il proprio malcontento
– Non esprimere emozioni, soprattutto quelle negative
– Non intervenire nella conversazione per proporre una propria idea
– Non comunicare disaccordo quando le argomentazioni degli altri sono fortemente in antitesi con i propri valori
– Manifestare la tendenza a lamentarsi senza mai proporre soluzioni o alternative
– Evitare di prendere di petto i problemi e di proporre soluzioni

Lo stile passivo presenta degli elementi fortemente connotativi anche nella sfera della comunicazione non verbale e paraverbale, vediamone alcuni.

Quando si ha una maggiore tendenza verso lo stile passivo si manifestano i seguenti comportamenti:
– Non guardare negli occhi l’interlocutore
– Essere molto evasivo
– Avere un volume e un tono di voce basso e cantilenante
– Muoversi a scatti e con gesti nervosi
– Non si ha una buona fluidità verbale, compromessa da numerose pause ed esitazioni
– Si ha una gestione dello spazio tendente ad aumentare la distanza dall’interlocutore

Questo un rapido sguardo sullo stile passivo, tenendo sempre ben presente che per la schematizzazione degli stile è necessaria un’estremizzazione dei comportamenti in modo da rendere efficacemente le differenze tra le tre diverse tipologie.
L’obiettivo di chi tende a relazionarsi con uno stile passivo è sempre quello di evitare le discussioni.
Quante volte durante una riunione o anche un confronto tra amici ti è capitato di osservare che uno dei presenti non esprime il suo dissenso nei confronti di chi sta parlando ma tu sai perfettamente, magari perchè lo conosci bene, che non può essere assolutamente d’accordo con le proposte lanciate?

Anche nell’ambiente familiare, ad esempio, spesso un componente con una personalità più trainante riesce a concretizzare i propri desideri magari a scapito di quello che non ha il coraggio di dire nulla, ma abbassa la testa, dice di sì mentre gli trema la voce e non vede l’ora di uscire dalla stanza per andare a sfogare la sua rabbia altrove?
Il passivo si comporta come se i suoi bisogni fossero perennemente secondari rispetto a quelli degli altri.
Ebbene rimanendo sui due precedenti esempi, prova ora ad immaginare che le due persone che hanno subito i comportamenti di altri si trovino ora in un contesto totalmente diverso, con persone meno prepotenti e magari più inclini all’ascolto, vedrai che in un caso simile il “passivo” avrà l’opportunità di mostrare anche la sua area comportamentale non passiva!

Mi fermo ok, è tanta roba.
Sai cosa sto per dirti vero?
Che gli strumenti giusti ti salvano le giornate, il lavoro, la vita.
Vieni a vedere di cosa sto parlando, clicca qui!

Il mobbing : prevenire grazie alle tecniche di comunicazione

Il tema che ho scelto è un tema forte, il mobbing è una ferita privata e professionale molto difficile da risanare.

Voglio parlarne a fondo, voglio parlarne bene, ma voglio partire dalle soluzioni e proporti un approccio che partendo dalle modalità di comunicazione scava a fondo e arriva al problema.
Le dinamiche del mobbing saranno oggetto di prossimi approfondimenti, qui partiamo dagli strumenti, da quello che serve per tentare di risolvere il problema e ti assicuro che mai come in un caso simile il fattore determinante è l’efficacia.

Si tratta di un disagio così invasivo che è davvero imprudente farsi trovare impreparati.

Nelle sessioni di coaching in cui mi viene sottoposto il problema, le modalità di intervento sono specifiche a seconda dei casi, ma proprio perché ne vedo davvero tante, voglio fornirti gli strumenti per prevenire in primo luogo, ma all’occorrenza affrontare, situazioni di mobbing.

La prima risorsa che devi conoscere per capire a fondo chi si relaziona con te nel tuo ambiente professionale, ma vale per tutti gli ambienti, riguarda lo stile relazionale di una persona. Conoscere le caratteristiche specifiche degli stili relazionali vuol dire essere in grado di proteggersi e soprattutto di applicare lo stile più efficace per affrontare quello degli altri.

Partiamo dalla conoscenza tecnica degli stili di comunicazione e impariamo a riconoscere quello che abbiamo davanti:
Quando si parla di comunicazione interpersonale è molto importante soffermarsi sulle modalità di approccio che ognuno di noi mette in atto quando si interfaccia con gli altri, possiamo infatti individuare degli stili relazionali a cui ogni persona tende pur non rientrando esclusivamente solo in uno di essi.

Abbiamo 3 principali stili relazionali:

∙ Lo stile Passivo
∙ Lo stile Aggressivo
∙ Lo stile Assertivo

Nessuno si riconosce unicamente in uno stile, ci possono essere delle tendenze verso uno stile piuttosto che un altro, una predominanza di uno stile, ma non è possibile che i comportamenti di un individuo non oltrepassino i confini di uno degli stili.
Sai cosa significa assertività?

Partiamo dalla definizione: l’assertività è un comportamento relazionale finalizzato al raggiungimento di obiettivi prefissati, senza creare sentimenti di conflittualità. L’assertività è la capacità di esprimere idee, sentimenti, bisogni propri, di affermare i propri diritti tenendo conto dei diritti altrui.
Nell’analisi degli stili che leggerai è importante che il tuo approccio sia libero dal sentimento del giudizio, e che la lettura di questi profili rappresenti un’analisi tecnica finalizzata al costante e continuo miglioramento.

Non è raro che le vittime di mobbing abbiano uno stile relazionale passivo e che abbiano la tendenza a subire forme di comunicazione molto aggressive perché incapaci di applicare assertività.

Potrebbe sembrare facile operare una netta distinzione tra vittima e carnefice, attribuendo rispettivamente uno stile passivo e aggressivo e può capitare che sia realmente così, peccato però che la complessità del fenomeno non permetta affatto di semplificare così tanto le cose, perché può accadere ad esempio che un aggressivo resti vittima delle sue stesse modalità di comunicazione perché ha uno stile relazionale poco gradito al suo superiore che magari ne applica uno passivo.

Lo stile, il ruolo, il contesto: sono tutti elementi che esercitano un’influenza fortissima sulle dinamiche di mobbing e sulla comprensione degli stili relazionali.

La questione è lunga e ti anticipo che nel prossimo post ti faccio l’identikit della possibile vittima…o di un carnefice atipico: lo stile passivo.

Ora però non rimanere con le mani in mano, vieni a esplorare tutto quello che devi sapere sulla Comunicazione se vuoi avere soluzioni tra le mani e non problemi tra i piedi!

 

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Le parole sbagliate sono come la grandine che distrugge i raccolti: ecco cosa evitare.

Ieri ho sentito un tizio pronunciare la seguente frase: “ a seconda di come dici le cose può venir giù la grandine!”.
Non ho ben capito quali origini territoriali abbia questa espressione, ho fatto una veloce ricerca nel repertorio dei proverbi, ma non l’ho trovata. Potrebbe trattarsi di un’espressione coniata all’istante o magari di un modo di dire perpetuato nella sua famiglia.
Ovviamente mi sono detto “urca se ha ragione!” e magari questi effetti si fermassero a una grandinata.
Ho cominciato a pensare alle centinaia di storie che mi vengono raccontate , direi proprio sottoposte, durante le migliaia di ore che passo insieme a gruppi di manager professionisti e persone che vogliono migliorare , e così ho fatto saltare un tassello nel mio piano editoriale di oggi e ho detto “oggi devo parlare di questo, perché le cose non succedono per caso e non posso esimermi visto che sono il promotore del #semprelaparolagiusta.

Voglio essere utile per te e quindi entro nel tecnico per aiutarti a risolvere situazioni che sicuramente, nel tuo privato, si saranno verificate.
Voglio che quello che dico ti torni utile, quindi, adesso, apri la mente e rifletti su quello che sto per dirti.
Parti da questo presupposto: devi dire qualcosa a qualcuno ed è importante.
Ci tieni, ci pensi, ti sta a cuore la questione. Non puoi sbagliare.

Ecco i fattori da cui devi tenerti alla larga per evitare di trasformare la comunicazione in una bomba a orologeria.

  • La comunicazione indiretta: ovvero impostare una processo comunicativo in cui una terza persona parla al posto tuo o per tuo conto.
    Ti chiedo ? hai bisogno di aiuto? Da solo non ce la fai? Che bisogno c’è di mettere in mezzo altre persone? Qui l’area di rischio è vastissima, in primo luogo perché affidare un’informazione ad un’altra persona significa esporsi al rischio dell’interpretazione, può dunque accadere che le cose vengano involontariamente riportate in maniera diversa da quello che sono nella realtà. In secondo luogo hai mai pensato che le persone non amino essere coinvolte in faccende delicate che non le riguardano? Senza considerare che la persona a cui dovresti comunicare direttamente la cosa potrebbe non gradire la condivisione di un fatto privato. Come avrai capito in quest’area il danno possibile è molto molto esteso.
  • E’ necessario lavorare molto sul tono da scegliere per evitare di essere aggressivo o accusante. Quando ci sono di mezzo gli aspetti emotivi è molto complicato controllare questo aspetto perché in qualche modo è come se si conducesse da solo senza il tuo controllo. Va da sé che molto dipende dal motivo del confronto e dall’interlocutore, ma in linea di massima, per gli obiettivi della comunicazione, perdere il controllo non va mai bene perché si rischia di perdere la lucidità necessaria per focalizzarsi sulle informazioni da trasmettere.
  • Il momento e il contesto non sono un “di cui”. Spesso l’importanza che attribuiamo alle situazioni da affrontare, la priorità che riconosciamo a quello che dobbiamo dire non ci consente di agire al momento e nel luogo giusto. Molte volte mi sono soffermato sull’importanza di questi due elementi capaci di fornire una cornice anche molto alterata delle azioni da intraprendere. Valutare le situazioni di contesto significa porsi anche delle domande sull’interlocutore: può essere un buon momento per consegnargli determinate informazioni? Che tipo di momento emotivo sta vivendo? Questo non significa fargli una seduta psicologica prima di parlargli, ma piuttosto instaurare un livello di empatia capace di preservare entrambi da una comunicazione inadeguata.
  • Parlare senza ascoltare. Sì ok, hai qualcosa da dire e lo abbiamo capito, ma non significa che tu debba travasare nell’altro parole a dismisura travolgendolo completamente. Concedi al tuo interlocutore, e a te stesso, l’opportunità di una comunicazione completa, equa, efficace, possibile solo attraverso l’ascolto delle sue argomentazioni.
    Il silenzio. Ti sembra strano vero? Non hai idea delle catastrofi generate dalle cose non dette, dalle parole trattenute per orgoglio, per pregiudizio verso l’altro o per paura. La mancanza di comunicazione, o peggio gli equivoci generati dalla scelta del silenzio, possono avere delle conseguenza devastanti, separando le persone per anni e, nell’esperienza di chi si racconta con me, purtroppo devo dover aggiungere talvolta per sempre.

Ci tenevo che oggi leggessi proprio questo e non voglio fermarmi qui, voglio darti altro …vieni a scoprirloqui!

In un giorno il mondo ha cambiato il modo di comunicare

Un giorno il mondo è cambiato: questo è il primo ricordo che la maggior parte della popolazione mondiale ha dell’11 settembre 2001.
Non esiste attività che quel giorno abbia potuto distogliere qualsiasi essere umano da quello che stava accadendo al World Trade Center di NYC: l’attacco alle Torri Gemelle simbolo incontrastato del mondo dell’economia e oggi insanabile assenza nel landscape newyorkese.

Non è cinismo quello che mi spinge a soffermarmi sul potere della comunicazione che questo evento ha avuto e sul numero elevatissimo di strumenti, canali e fonti a cui si è attinto per raccontarlo.

Il motivo per cui ha destato tanto interesse in termini politici ed economici è noto a tutti, quello che invece, a distanza di quasi 20 anni, mi fa riflettere è che l’11 settembre ha cambiato il modo di comunicare una certa tipologia di eventi.

Documentari, speciali, dirette, interviste…l’archivio di informazioni è di una ricchezza senza precedenti,ma quello che davvero mi ha fatto pensare è il modo in cui ne parla lo scrittore Don Delillo nel suo romanzo “L’uomo che cade”, edito Einaudi a distanza di 7 anni dall’attacco.

I trascorsi giornalistici dello scrittore sicuramente lo aiutano a leggere, e a raccontare, l’accaduto distinguendo e soppesando attentamente ogni elemento. Lui alterna il prima al durante, i personaggi vivono l’accaduto, pensano a delle cose, vivono la reazione e il delirio delle persone intorno. La narrativa assume una potenza incredibile perché deve assolvere al ruolo di raccontare un fenomeno che ha sconvolto l’umanità per le sue peculiarità, ma anche per come è stato raccontato da giornalisti e testimoni.
Delillo esplora un aspetto che ha avuto un ruolo predominante nella comunicazione che ha gravitato intorno a questo evento: il racconto del privato, del prima della tragedia, della normalità di individui che una mattina vanno a lavoro e vengono letteralmente rapiti dalla morte.

L’11 settembre ha cambiato il modo di pensare il futuro e la progettualità e, cambiando la forma del pensiero, ha inevitabilmente cambiato anche la forma della comunicazione: nei talk show, nelle interviste, nelle conversazioni intellettuali o meno.

Ecco i 3 elementi distintivi del cambiamento che l’11 settembre 2001 ha agito sul modo di comunicare:

  • La narrazione degli eventi dedica uno spazio maggiore al racconto intimista, gli aspetti privati delle persone coinvolte hanno un ruolo determinante nella trasmissione delle informazioni relative all’accaduto.
  • La comunicazione diventa inclusiva: chiunque racconti l’evento è dentro, inevitabilmente. Nella comunicazione dell’accaduto e delle disastrose conseguenze che ha avuto, manca una prospettiva esterna: tutti ci stavano dentro. In nessuna zona del pianeta si è parlato dell’accaduto riferendosi a un “loro”, ma sempre più e in ogni dove in qualche modo ha prevalso il “noi”.
  • Ci si apre a una comunicazione della fragilità e della paura. Il modo di comunicare l’evento dell’11 settembre ha restituito l’elemento della fragilità a un occidente percepito come inscalfibile e ha aperto le porte dell’informazione anche a chi fino a quel momento non si era posto troppe domande: è stato come se un gigante avesse preso sulle ginocchia ogni adulto del mondo e gli avesse detto “la storia, la politica, l’economia possono entrare da un momento all’altro nella tua casa e portarti via tutto”.

Questo il pensiero per questa giornata scalfita nella mente di tutti: un giorno il mondo è cambiato…e con esso il modo di raccontare.

Il veglione…di settembre!

C’è chi sostiene che l’inizio dell’anno debba essere festeggiato a settembre…considerando tutto quello che ognuno di noi è chiamato a muovere dopo la fine dell’estate, direi che quest’affermazione davvero non fa una piega.

Si ricomincia: questa è la parola d’ordine.
Cosa, come, dove, quando è poi nell’esperienza di ciascuno, ma quello che davvero accomuna tutti è la necessità di alzare il culo (ops) dalle sdraio e immergersi in una nuova stagione tutta da costruire.

Da anni sostengo la motivazione come valore alla base di molte azioni, fondamentale per intraprendere percorsi e attività.

Tutti i miei percorsi per te sono pronti, ho tutto quello che ti serve per le tue performance in pubblico: strumenti, strategie, tips, conoscenze per una corretta lettura dei contesti e dei tuoi interlocutori.
Hai tutto a disposizione per far decollare le tue performance comunicative: niente più titubanze, intoppi, perdite di tempo e soprattutto niente più buchi nell’acqua: è arrivato il momento del successo!

La domanda che ti faccio è semplice: tu sei pronto?
Essere pronti non si traduce nel volerlo e basta, è un processo strutturato anche questo, quindi il mio primo intervento per te dopo l’estate comincia adesso dandoti gli strumenti per prepararti all’apprendimento e alla messa in pratica delle competenze che ti consentiranno di arrivare spedito ai tuoi obiettivi.

Devi, e dico devi:

· avere assoluta consapevolezza di voler diventare speaker eccellente e di avere le abilità per poterlo essere concretamente;
· maturare la convinzione che l’abilità di parlare in pubblico non è qualcosa di irraggiungibile o metafisico, ma una competenza che si può acquisire raggiungendo un’adeguata preparazione seguendo regole e passaggi ben definiti;
· pensare in termini positivi il tuo obiettivo, visualizzando il momento in cui esporrai un discorso in pubblico come un momento positivo, immaginando di avere successo come abile oratore nella professione e nel privato;
· dedicarti all’esercizio: l’abilità comunicativa va allenata, seguendo percorsi precisi di studio e di applicazioni pratiche per affinare le capacità e avvicinarci all’eccellenza;
· sfruttare tutte le occasioni per fare pratica in materia di Public Speaking, sia buttandoti in situazioni che lo richiedono, mettendo alla prova la tua abilità, sia osservando gli altri e catturando spunti utili.

Non finisce qui, per il momento ti faccio fare un giro panoramico di quello che ti aspetta, clicca qui!

Benvenuto in questo settembre ricco di opportunità!