I discorsi che hanno fatto la storia: il “Discorso d’insediamento” di Franklin Delano Roosevelt

Eccoci ai grandi discorsi della storia, il filone “narrativo” che ho inaugurato con il discorso di Gandhi alla Marcia del sale e che voglio continuare guardando all’esempio dei grandi discorsi che hanno lasciato un segno nel tempo.

Continuo a sottolineare che, a prescindere dai personaggi, dalle epoche, dalle loro idee e iniziative, quello che mi interessa analizzare è l’aspetto della comunicazione in termini di struttura dei discorsi e di impatto sugli interlocutori.

Oggi vorrei citare il discorso di Roosvelt conosciuto anche come “Discorso d’insediamento” del 1933.

Prima di entrare nel merito del discorso è bene inquadrarlo storicamente per comprendere al meglio il tono, la finalità e il momento in cui è stato pronunciato.

Franklin Delano Roosevelt è stato eletto Presidente degli Stati Uniti nel mezzo di una crisi economica senza precedenti, il “Discorso d’insediamento” rappresenta, per l’appunto, il suo ingresso alla Casa Bianca.

La vera particolarità di questo discorso è che contiene, dall’incipit alla chiusura, un elemento difficilmente gestibile nella sfera comunicativa: l’invettiva.

Si tratta infatti di un discorso “contro” qualcuno, si tratta di contenuti d’accusa nei confronti di chi si ritiene sia responsabile delle condizioni in cui versava in quel momento la Nazione più potente al mondo.
Ne condivido uno dei passi più salienti per entrare nel cuore della sua intensità:

E’ triste vedere che niente è cambiato, da allora. Anzi. Di fronte al fallimento del credito, essi hanno saputo soltanto proporre di ricorrere a nuove concessioni di credito. Quando è stato loro impossibile di continuare a prospettare il miraggio del profitto per indurre il nostro popolo a seguire le loro false teorie di governo, essi hanno creduto di poter correre ai ripari con pietose esortazioni invitanti a concedere ancora la perduta fiducia. Essi non conoscono altre norme, che quelle di una generazione di difensori dei propri interessi.

Non c’è dubbio, né possibilità di equivoco, basta scomporre anche solo questo passo per individuare la severità, la fermezza, la volontà d’accusa, nelle sue 3 componenti principali:

  1. Incipit: parte da uno stato d’animo che rappresenta il dolore di un popolo intero che ha creduto in un cambiamento ed è stato deluso. Si immedesima subito in chi è all’ascolto, perché sa di arrivare al cuore, alla condizione di disagio in cui molti cittadini sono ridotti dopo la crisi del ‘29.
  2. Corpo: cosa è stato fatto, e soprattutto cosa non è stato fatto, per tutelare gli interessi dei cittadini. Emergono qui gli elementi concreti, misurabili, le azioni all’origine dello status quo.
  3. Chiusura: la presa di coscienza, la piena e triste consapevolezza di dove si è giunti a causa delle azioni di alcuni e la precisa volontà di attribuire delle gravi responsabilità.

Non è facile impostare un discorso basato su un’invettiva senza minarne la solennità, soprattutto se le argomentazioni vanno a toccare tasti tanto delicati e drammatici. Si tratta di un discorso politico, collocato all’interno di una precisa strategia, deve quindi rispettare una struttura tecnica per poterne garantire l’efficacia.

Ho scelto il passo più saliente perché ci tenevo a farti vedere come si possa raggiungere il picco di efficacia anche all’interno di un discorso breve, avendo a disposizione, in termini di contenuto, solo lo scontento di un’intera nazione e la volontà di trasmettere un senso di responsabilità e di presa in carico capace di fare la differenza.

Veniamo a te, alle tue esperienze comunicative…sai che ogni discorso rispetta regole molto precise che ne garantiscono l’efficacia?
Vuoi sapere meglio di cosa sto parlando?

Fai un salto qui!

Quando in un meeting si fa un’affermazione forte e nessuno dice nulla! Cosa comunichi quando smetti di comunicare ?

La prima domanda da porsi, prima di addentrarci in questo nuovo approfondimento è semplice, diretta, immediata: cosa comunichi quando smetti di comunicare?

Sembra un gioco di parole che nasconda chissà quale trucco della comunicazione,in realtà è una riflessione che merita tutta la nostra attenzione.
Senza ombra di dubbio, il mondo dei social ci ha portato a prestare maggiore attenzione alle modalità di comunicazione, questo perché ogni canale rappresenta una sorta di amplificatore che mette in risalto non solo il contenuto, ma soprattutto la forma dei messaggi da veicolare.
Qualche giorno fa c’è stato un gran polverone intorno al caso di Allegri che da qualche giorno ha disattivato tutti i suoi profili social.
Molti infatti, non hanno potuto fare a meno di pensare che questo ritiro dal mondo virtuale dell’allenatore della Juventus fosse legato alla sconfitta in Champions nell’andata degli ottavi con l’Atletico Madrid e a pochi giorni dalla sfida con i Napoli.
Si è parlato di motivazioni personali, ma a noi questo poco importa!
Quello che invece ci interessa è analizzare il fenomeno che ne è scaturito: la chiusura di un canale di comunicazione, e dunque l’interruzione della comunicazione di un personaggio molto attivo sui social (immancabili i suoi commenti dopo ogni partita), ha generato un gran parlare, e dunque un vortice ricchissimo di processi comunicativi tutti volti a capire cosa volesse comunicare con questo gesto.

Nella realtà delle cose potresti essere portato a pensare che si possa smettere di comunicare, in realtà porre fine a un’attività di comunicazione non è possibile, anche solo per il fatto di comunicarmi che non vuoi comunicare!
Sembra un grattacapo…e lo è!

Non comunicare è comunicare, e anche tanto!

Ti dirò di più: spesso non comunicando stai trasmettendo molti più messaggi di quanti riusciresti a trasferire comunicando!
Al di là dell’aspetto mediatico, strategico, Allegri  è l’esempio che non basta smettere di dire le cose per porre fine alla comunicazione e, come spesso ci insegna anche la vita di tutti i giorni, proprio quando si smette di dire le cose si apre un mondo di messaggi da interpretare!

Ti faccio un esempio semplice di quanto il silenzio possa essere potente: hai presente quando nel corso di un meeting si fa un’affermazione forte che magari riguarda tutte le persone presenti e nessuno dice nulla?
Ecco questo è un chiaro esempio di silenzio assenso, e altroché se sto comunicando qualcosa!
D’altro canto uno dei fondamenti della comunicazione è citato nei principi della Programmazione Neuro Linguistica: non si può non comunicare!

Vuoi saperne di più su questo mondo ricco e divertente della comunicazione?
Vieni a fare un giro qui!

A: Ti do un feedback! B: anche io, STAI ZITTO!

Feedback? Sì Grazie, ma solo se te lo chiedo.
—> PS: ci vado giù pesante (quindi scusate se smuovo un po’ di acque) <—

La prima regola di cui ci si dimentica è che  il feedback ha senso, funziona ed è giustificato se il tuo interlocutore:
– è nella condizione psico/emotiva per accettarlo e tramutarlo in valore (ma questo già lo sapevi)
– è sottoscritto da entrambe le parti un accordo di restituzione (anche questo già lo sapevi)
– VIENE CHIESTO!!!!!! (azz! questo non lo sai o non è chiaro o te lo dimentichi)

Prendo spunto da questo articolo di @giovannaprina uscito oggi sul #sole24ore in cui si può leggere una analisi precisa su come nelle organizzazioni viene vissuto il feedback (one to one, 360, etc…).  


La frase ” TI DO UN FEEDBACK ” prego lor signori di considerarla come la più grande violazione e violenza verbale che si può agire in un rapporto tra persone adulte.


Violenza? Sì, Violenza! Perchè quando sei in una posizione subalterna e all’affermazione “TI DO UN FEEDBACK” (bada bene è un’affermazione non una domanda) ti trovi nell’impossibilità di rispondere “NO, GRAZIE” (sia mai rispondere in questo modo, il mese successivo sarebbe il peggiore della tua vita) significa che non sei libero di parlare ed agire e questa violazione dell’accettazione altrui è una violenza.

Sono anni che passo le mie giornate nelle organizzazioni e a contatto con manager restitutori di feedback ed alcuni sono veramente straordinari. Ma altri non hanno la più pallida idea di cosa significhi migliorare le prestazioni di un proprio collaboratore e creare un clima teso al miglioramento, alla positività, alla crescita.

Il Feedback è un delicato processo di presa di coscienza in cui il soggetto A si impegna affinché l’operato o il comportamento del soggetto B possano migliorare o rinforzarsi, al fine di implementare i risultati dell’organizzazione, del gruppo o del rapporto.

 

1° Chi ti dice che voglio migliorare?

2° Chi ti dice che lo foglio fare ora?

3° Chi ti dice che lo voglio fare con te?

 

e non per ultimo e non scontato …

 

4° Chi ti dice che ci sia qualcosa da migliorare?

 

Certo che se ti capita di avere davanti a te una persona che ti elenca una dopo l’altra queste obiezioni, ogni comune mortale la manderebbe a … prendere un caffè anzi una tisana del KAIZEN. (Kaizen (改善) è la composizione di due termini giapponesi, KAI (cambiamento, miglioramento) e ZEN (buono, migliore), e significa cambiare in meglio, miglioramento continuo. È stato coniato da Masaaki Imai …)

 

Quindi semplifichiamoci la vita.

 

  • Crea il momento affinché sia B a chiederti un feedback
  • Invece di dire “TI DO UN FEEDBACK”, stai zitto
  • Se la situazione creata è un “cagata pazzesca” non c’è bisogno di dare un feedback basta analizzare i fatti, spersonificando (se così si dice) le azioni ed i risultati.

Da oggi potrai anche dire : ANALIZZIAMO I FATTI! AZIONI e RISULTATI!

 

That’s all Folks!

 

https://www.ilsole24ore.com/art/management/2019-01-15/saper-accettare-feedback-aziende-vale-come-tesoro–152427.shtml?uuid=AEQojAFH

Qualche tecnicismo anche per lo speaker più esperto!

Gli speaker conoscono i tecnicismi della comunicazione?
Non sempre!
Anzi!
Molto spesso, soprattutto quando si è abituati a parlare in pubblico perché lo si fa per lavoro, ci si sente così sicuri che si pensa addirittura di poter andare a braccio.

Sicuramente una conoscenza approfondita dell’argomento aiuta molto, così come l’esperienza e l’abitudine a parlare in pubblico, questo però non salva nemmeno lo speaker più esperto dal pericolo di un errore, dal rischio di perdersi nel mezzo della sua trattazione.
Per quanto l’argomento posso essere molto conosciuto dallo speaker, ci sono delle variabili che possono condizionare le performance al punto da alterare l’andamento della prestazione.

L’errore che molti speaker commettono, magari fidandosi troppo a volte della loro esperienza di relatori davanti a molti interlocutori, è quella di non aver costruito la struttura della comunicazione, quella sulla quale il nostro discorso poggia, dall’incipit alla conclusione.

Perché mai, mi chiedo, rovinare il proprio discorso solo per aver dato per scontato delle cose?
Io direi che si può tranquillamente evitare!

Ogni oratore per raggiungere un alto livello di efficacia nella propria comunicazione deve costruirsi una scaletta della trattazione.
La scaletta per poter funzionare deve rispettare 3 passi, che consentano all’oratore di essere:

· coinvolgente
· convincente
· accattivante

Percorriamo ora tecnicamente la struttura del discorso, così da scomporla e analizzarne ogni singolo blocco.

Abbiamo già citato l’apertura, il corpo e l’atterraggio, ma se facciamo un salto nel tempo vediamo come questa suddivisione è nata e quando sia legata all’andamento dei processi mentali.

La struttura del discorso, secondo la sistematizzazione definita da Cicerone, si articola in:

· Exordium: è il momento in cui si fornisce un’anticipazione del discorso che verrà approfondito, questo consente agli interlocutori di predisporre i processi mentali per ascoltare al meglio;
· Oratio: questo secondo momento deve essere dedicato al contenuto, in modo lineare ed esaustivo. In questa fase è importante evitare di dilungarsi in digressioni, aprire parentesi e allontanarsi dal focus del discorso.
· Peroratio: è il momento in cui vengono esposte le argomentazioni a sostegno dei contenuti trattati, per supportare l’intero discorso sostenuto. E’ il momento in cui si fornisce agli interlocutori una sintesi degli argomenti trattati e i motivi per cui seguire e fare ciò che hai detto.

Fondamentale, in tutte e 3 le fasi, esprimersi con la massima chiarezza: il nostro interlocutore riesce ad entrare in sintonia con i nostri processi mentali, e dunque a comprendere i nostri discorsi, solo se sono semplici. Se i nostri discorsi sono troppo complessi e articolati la capacità di ragionamento del nostro interlocutore nel seguire i nostri passaggi sarà drasticamente inferiore.

Ora sono certo che la tua cassetta degli attrezzi sia più completa!
Se ti interessa approfondire meglio l’argomento non devi far altro che cliccare qui!

Come comunicare attraverso una canzone

Comunicare attraverso una canzone è forse una delle più antiche modalità di trasmissione delle emozioni.
Basti pensare che, per sublimare la recitazione di versi, i nostri antenati dell’epoca classica si facevano accompagnare dal suono del flauto o della lira, proprio in questo modo sono nate grandi opere appartenenti al patrimonio letterario dell’umanità, come l’Iliade e l’Odissea.

Secondo Nietzsche , filosofo, poeta e compositore del IXX secolo, la musica è l’unica forma d’arte capace di penetrare l’animo umano ed arrivare lì dove altre forme d’arte non riescono ad arrivare.
La musica indubbiamente fornisce una base alle parole e riesce a farle veicolare in maniera più fluida e immediata.

Nel corso di questa settimana, mi si perdoni il salto temporale, si è parlato a lungo di musica in occasione dell’appuntamento annuale con il Festival di Sanremo, che richiama puntualmente sul palco artisti noti e meno noti per presentare i loro brani al pubblico.

Quest’anno si sono alternati i nuovi volti del rap, volti e voci molto popolari del rock melodico e nuove combinazioni risultate dalle contaminazioni culturali che sempre arricchiscono il repertorio artistico di un paese.

Ma, venendo al dunque, cosa comunica una canzone, e, soprattutto, come si può essere certi che quello che comprendiamo sia il significato esatto che l’autore gli ha attribuito nel momento in cui l’ha composta?

La risposta è semplice: noi non possiamo!

Non per mancanza di immedesimazione o capacità di attribuire un senso profondo alle cose, ma semplicemente perché gli stessi autori, quando scrivono, sono spinti da slanci diversi, da ispirazioni spesso in contrasto o addirittura in contraddizione tra loro.

La scrittura artistica, a differenza di quella informativa o promozionale, ha questo vantaggio: ti consente di esprimerti come vuoi senza porti il problema della coerenza e la preoccupazione di allineare troppi elementi.

Dal punto di vista dell’ascoltatore, la comunicazione dei contenuti di una canzone, può subire stravolgimenti inaspettati.

Quante volte ti è capitato di ascoltare una canzone in un momento particolare della tua vita e pensare che le parole facessero proprio al caso tuo e stessero in qualche modo raccontando quello che sta capitando a te?
Immagino molte, come a tutti!
Questo accade perché l’ascoltatore può manovrare, più o meno consapevolmente, una variabile chiamata interpretazione!

Si narra che “Wish you were here” dei Pink Floyd non parli esattamente di una relazione d’amore, eppure se l’ascolti dopo essere stato lasciato, in preda allo smarrimento e al senso di vuoto, scommetteresti che quella canzone sia stata scritta da uno che si sentiva come te.

E che dire di “A perfect day” di Lou Reed?
Non la dedicheresti a chi porta gioia e amore nella tua vita?
Eppure sembra che sia un ringraziamento a ben altre cose.
Ne siamo certi?
No!
A meno che non abbiamo la fortuna di attingere alla fonte certa: un’intervista all’autore che ci sveli senza remore (lo farà?) tutto quello che aveva nella testa mentre scriveva.
E anche qui ti chiedo: lo reputi possibile?
Io direi di no, e ti cito la seconda variabile importante: l’ispirazione, che è spesso frutto di emozioni, desideri, mancanze, che possono durare pochi istanti e generare capolavori, come i due pezzi sopra citati.

Tutto questo per dire che quando l’autore dà alla luce una canzone automaticamente delega all’ascoltatore il potere di mettere in atto la sua interpretazione e sognare in base alle emozioni che quel testo e quella musica trasmettono.
Il segreto della comunicazione delle canzoni è proprio questo: il mittente perde il controllo e il destinatario declina quei versi secondo la propria ispirazione e capacità di comprensione, in funzione del contesto e del momento.

Il bello della comunicazione è anche questo: poter donare le parole e lasciare che chi le ascolta le faccia proprie.

Spero ti sia stato utile questo mio contributo post sanremese, se vuoi approfondire tutto ciò che ha a che vedere con la comunicazione vieni a trovarmi qui!

I discorsi che hanno fatto la storia: Gandhi alla marcia del sale

Il discorso: non smettere mai di aspettare un mio post su questo argomento, perché, come sai, mi sta particolarmente a cuore ed è uno dei pilastri del mio must “sempre la parola giusta”.

Ebbene la parole vanno inquadrate, strutturate, inserite in una sequenza logica, coerente e funzionale.
Sono un appassionato dei grandi discorsi della storia, in particolare di quelli che hanno contribuito in qualche modo a rendere grande quel pezzo di storia!

Oggi voglio condividere un passo del Discorso della marcia del sale, di Gandhi del 1930.
Te lo introduco prima di riportarne la citazione.
La marcia del sale fu un’iniziativa volta a sfidare il decreto ministeriale reale che proibiva agli indiani di estrarre il sale. Inizialmente i protagonisti di questa iniziativa furono in pochi, ma arrivarono in migliaia, per poi, in migliaia, essere picchiati e arrestati dalla polizia inglese.

Ecco il discorso che Gandhi proclamò alla marcia del sale

Da quanto ho visto e sentito nelle due ultime settimane, sono propenso a credere che il numero dei seguaci della resistenza civile continuerà ad aumentare ininterrottamente. Ma è necessario che non si manifesti neppure una parvenza di violenza anche dopo che noi saremo stati arrestati. Noi abbiamo fermamente deciso di far ricorso a tutte le nostre risorse per portare avanti una lotta esclusivamente nonviolenta. Nessuno deve consentire che l’ira lo faccia deviare da questa via. Questa è la mia speranza e la mia preghiera. Vorrei che queste mie parole raggiungessero ogni angolo del paese. Se io e i miei compagni periremo nella lotta, avremo portato a termine il nostro compito. Toccherà allora alla Commissione di Lavoro del Congresso indicarvi la via da seguire, e starà a voi seguire la sua guida. Questo è il vero significato della risoluzione della Commissione di Lavoro.

L’emozione, e il brivido, che questo discorso infonde è legato non solo ai contenuti profondi e di grande valore umano e civile, ma anche al modo in cui la resa di questi contenuti è resa sublime grazie alla struttura su cui il testo è costruito:

– C’è un’apertura contenente tutto ciò che è necessario introdurre per coinvolgere i partecipanti e ribadire le motivazioni
– C’è un “corpo” in cui il discorso vive il suo sviluppo e contiene i fatti, le volontà, la determinazione, creando una chiara ispirazione.
– C’è un atterraggio, una chiusura, che porta a compimento, con coerenza, ciò che stato anticipato, accompagnato da una visione del futuro, sotto forma di speranza e di richiesta all’azione (preghiera).

La potenza di questo discorso lo ha reso uno dei più famosi e dirompenti della storia.

Ogni discorso, a prescindere dai contenuti, è reso efficace dalla sua struttura.
Vuoi sapere come costruire un discorso efficace per dare il giusto valore, e soprattutto seguito, alle tue parole?
Vieni a leggere qui!

Gli orrori nella comunicazione: non aprire un negozio se non sai sorridere

Un antico detto orientale recitava così “non aprire un negozio se non sai sorridere” ed io mi sento di aggiungere anche “non cercare lavoro in un negozio, non ti relazionare con il pubblico se non sei in grado, non dico di sorridere, ma almeno di essere educata e professionale con un cliente.”.

Come spesso accade mi ritrovo a raccontare esperienze che ho vissuto realmente!

Occupandomi di comunicazione praticamente mi capita di lavorare a tempo pieno anche solo osservando e studiando le situazioni in cui mi imbatto e le persone che incontro, per non parlare di tutte le dinamiche comunicative che si instaurano tra di loro o tra me e loro.

Qualche giorno fa, in attesa dell’ennesimo treno in partenza, entro in un negozio di abbigliamento di un noto brand italiano all’interno della Stazione Termini di Roma per cercare un un capo che mi interessava e che mi avevano segnalato in quel punto vendita.
Mi avvicino allo stand dei giubbotti e trovo quello che mi interessa, ma la mia taglia non era nello stand. Mi dirigo verso la commessa, che ho facilmente individuato perché indossava la divisa di quel brand, per chiederle se dello stesso modello aveva una taglia più piccola. La commessa in questione era posizionata dietro la cassa accanto un’altra commessa che stava gestendo contemporaneamente 10 clienti. Poiché la mia domanda era molto veloce e non richiedeva grosse manovre né operazioni logistiche, mi sono avvicinato alla commessa libera e le ho semplicemente chiesto se c’erano altre taglie oltre a quelle esposte.
La mia domanda richiedeva una risposta semplice: sì, no, devo controllare.

Lei neanche mi guarda in faccia, ma mi risponde a voce molto alta, quasi urlata, “ ho appena staccato, non posso aiutarla”.
Ora con il massimo rispetto nei confronti di chi lavora facendo dei turni forse anche lunghi ed estenuanti, sono rimasto molto stupito, negativamente, della brutalità con cui ha bloccato la mia domanda pur trattandosi di una risposta facile e breve che avrebbe risparmiato a me la delusione di una risposta sgradevole e alla sua collega l’undicesimo cliente di cui occuparsi da sola.

 

Al di là della maleducazione che ti contraddistingue a livello personale, qui ci sono delle note professionali su cui riflettere per non cadere nelle rete di convinzioni che se vendi scarpe stai vendendo scarpe e basta.
Non è così!

Se vendi scarpe, lampadari, soggiorni in una spa, tu stai vendendo, e prima ancora rappresentando, un brand.

In quel momento tu stai raccontando chi è quel brand, come lavora, come si occupa dei suoi clienti e dei suoi prodotti. Se tu mi comunichi che per il solo fatto di aver staccato da tre secondi non sei in grado di fornirmi un’informazione veloce né di avvalerti delle più elementari regole di buona educazione, tu stai comunicando, e in pubblico, che qualcosa non funziona come dovrebbe.

Anche la postura traeva in inganno: era dietro la cassa, indossava una divisa, nulla nel suo atteggiamento comunicava che fosse fuori servizio.

La coerenza è un elemento importante anche nella comunicazione, in quel preciso istante il suo non verbale era in netto contrasto con quello che poi ha comunicato a parole.

Quando si comunica in pubblico è fondamentale:

  • Un allineamento tra ciò che si dice e ciò che si fa
  • Il rispetto dell’interlocutore a prescindere dal ruolo e dal contesto
  • Il rispetto nei confronti del ruolo che si riveste e del brand che si rappresenta
  • La capacità di fornire una risposta adeguata anche se non si è in grado di soddisfare a pieno le richieste dell’interlocutore.

Vuoi saperne di più su come si comunica in pubblico?
Corri a leggere cosa scrivo qui!

Come si applica il Mirroring

In occasione della giornata I’m Comunicazione, la scorsa domenica, ti ho parlato di mirroring.

Oggi vorrei approfondire il discorso e capire meglio il funzionamento di questo processo.

Di quanto siano importanti gli aspetti non verbali della comunicazione abbiamo ampiamente discusso, in particolare sulla possibilità di avvalersi della comunicazione non verbale per garantire una maggiore efficacia comunicativa.

Il mirroring poggia su una struttura di comunicazione non verbale.

Questa tecnica, ideata nell’ambito della PNL (programmazione neuro linguistica) consiste nel rispecchiamento dei comportamenti del tuo interlocutore, ovvero nell’imitazione dei suoi gesti e tono di voce.
Nel corso del mirroring avviene che, poco dopo la fase iniziale, l’interlocutore che fa da “specchio” inizia a cambiare atteggiamento, alzando il tono di voce, cambiando postura, o cose di questo tipo: se l’interlocutore segue i comportamenti dell’altro vuol dire che il mirroring sta funzionando.

Il mirroring è particolarmente efficace nelle relazioni di aiuto, ad esempio tra coach e cochee o counselor e cliente, perché contribuisce notevolmente allo sviluppo di una relazione di fiducia, indispensabile per guidare le persone verso percorsi di cambiamento e trasformazione.

Con il mirroring infatti restituiamo all’interlocutore, attraverso il nostro comportamento, gli stessi atteggiamenti che appartengono al suo modello comunicativo.

Diventare lo specchio di qualcuno, riflettendone la posizione delle braccia e delle gambe, la postura, l’espressione del volto, viene percepito dall’altro, anche inconsciamente, come empatia, affinità, somiglianza.

ATTENZIONE::::

La tecnica del mirroring esclude comportamenti di presa in giro e ridicolizzazione dell’altro, questo significa che chi applica una dinamica di mirroring deve assumersi la responsabilità di costruire una sintonia rispettando l’altro, con discrezione e delicatezza, senza invadere il suo spazio e infastidirlo.

Ricorda sempre che il tuo interlocutore è in grado di sentire il suo stato d’animo attraverso il tuo mirroring e percepirti come una persona vicina al suo modo di essere.
Uno dei più significativi vantaggi di questa tecnica è che ti consente di creare rapport senza necessariamente conoscere il tuo interlocutore.
L’inconscio ha un ruolo importante nel mirroring perché spesso il nostro interlocutore non è consapevole di molti suoi gesti automatici come i tic o i comportamenti ripetitivi (toccarsi il mento, battere le dita, arrotolarsi i capelli tra le dita).

Il potere del mirroring sta proprio nel fatto che la ripetizione di un comportamento accentua le affinità e assottiglia le differenze, in questo modo l’empatia aumenta.

Secondo Richard Bandler, fondatore della PNL, insieme a John Grinder, per comprendere pienamente il mirroring bisogna pensare al fenomeno degli orologi descritto da Itzhak Bentos in Stanking the Wild Pendulum: orologi diversi per dimensioni, con pendoli della stessa misura, se collocati sulla stessa parete gradualmente sintonizzano i movimenti dei loro pendoli.

Per comprendere i meccanismi che sottendono e regolano il mirroring basti pensare alla naturale propensione che tutti abbiamo nel riconoscere fiducia e affidabilità a ciò che ci è più familiare.

Il mirroring viene applicato consapevolmente e intenzionalmente mentre invece gli effetti del suo operato avvengono a livello inconscio dove avvengono tutte le valutazioni sulla qualità del rapport.

Vuoi approfondire le tue conoscenze sulle strategie comunicative più efficaci?

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Il 2019 sarà il miglior anno di sempre grazie a Pianificazione Strategica

Siamo nel 2019, è stato un attimo e già ci sei dentro!

Come accade ogni anno, anche questa volta si inizia con una ricca lista di buone intenzioni.
Sai bene, per esperienza maturata, che i buoni propositi sono altamente esposti al rischio di dispersione, al punto che, già tra una quindicina di giorni, potresti accorgerti che le cose stanno prendendo una direzione diversa da quella che avevi programmato.

Questo non va bene!
Devi sapere da subito cosa fare e quando.

Allora direi che nella tua lista di buoni propositi la prima cosa da inserire è la pianificazione.
Non sto parlando di una semplice programmazione delle attività, ma di un vero e proprio processo, con specifici strumenti e dinamiche.
Uno strumento che ti consentirà di avere una visione globale dei tuoi obiettivi, delle loro scadenze, delle risorse e gli strumenti che hai per realizzarli e in che momento è più efficace farlo.

Quando parlo del processo di pianificazione mi riferisco alla capacità di costruire un vero e proprio piano d’azione molto dettagliato, chiaro ed efficace attraverso il quale definirai nuove linee guida, credenze, focus e obiettivi per ogni ruolo della tua vita.

Questo è stato il pensiero che mi ha guidato alla programmazione della giornata di

MAS Pianificazione Strategica de “2019 il miglior anno di sempre”

Vediamo insieme quello che ti aspetta!

Imparerai:

  • A riflettere sui tuoi ruoli in ambito personale e professionale per pianificare nuovi obiettivi sia nel lavoro che nelle relazioni affettive.
  • A focalizzare le tue energie e programmare il tuo grandioso 2019, in modo concreto, dettagliato e realistico.
  • A individuare, comprendere e superare i limiti che credi di avere
  • Ad analizzare e riscoprire i tuoi valori personali e le risorse che hai a disposizione per realizzarli
  • A programmare le strategie più efficaci per raggiungere i tuoi obiettivi e realizzare il tuo piano d’azione nel corso del 2019!

Non posso svelare altro perché il 12 gennaio è vicino, ma il discorso va approfondito.

Puoi farlo qui!

I 7 punti chiave del discorso aziendale di fine anno

Nel corso di questa settimana, molti “capi” sono alle prese con cene aziendali in occasione delle festività natalizie.
La cena aziendale è un momento di incontro importante tra Capo e collaboratori e, a seconda dell’impostazione aziendale e del tipo di mood che si vuole seguire, può essere più o meno formale.

All’interno della cena aziendale un ruolo fondamentale è rivestito dal discorso aziendale, che, a livello strutturale, segue le stesse dinamiche e step di un discorso qualunque – apertura, corpo, chiusura – ma in termini contenutistici contiene una serie di peculiarità che è interessante approfondire.

Partiamo dal soggetto: chi è più opportuno che tenga il discorso di fine anno?
Beh, senza ombra di dubbio la persona più indicata sarebbe l‘imprenditore stesso, per quanto l’azienda possa essere strutturata e ramificata, è il punto di riferimento dei collaboratori, la persona da cui è nata l’idea imprenditoriale e che meglio può rappresentare la sua stessa azienda.

Quali devono essere i contenuti di un buon discorso aziendale?
Anzitutto bisogna rievocare i valori e la mission aziendale e come questi hanno permesso di raggiungere gli obiettivi, o parte degli obiettivi, dell’anno precedente.

I contenuti del discorso devono rispecchiare quanto più possibile l’identità aziendale, i valori che i collaboratori e dipendenti condividono e in cui si rispecchiano. Per questo è bene che l’apertura del discorso aziendale si soffermi sull’importanza dell’aspetto umano e del valore di tutte le risorse che fanno grande l’azienda a livello valoriale e in termini di fatturato.

Nel corpo del discorso c’è spazio per i numeri, perché quelli sono il metro per misurare la crescita in termini di profitto, per le osservazione, per i margini di miglioramento e per i progetti futuri.
Nel corpo del discorso c’è l’incoraggiamento a fare di più e a fare meglio, c’è la visualizzazione del futuro supportata da obiettivi chiari con scadenze definite.

Non deve essere una riunione di lavoro, è ovvio. Il clima è più informale, ma si tratta di un evento che celebra la collaborazione delle persone in un’impresa e quell’impresa le unisce.

La chiusura del discorso deve far incontrare queste due logiche: un momento identitario all’interno di un’organizzazione e il riconoscimento del valore personale, oltre che professionale, di tutti quelli che ne fanno parte.

Quindi per prepararti al meglio al tuo discorso per la cena aziendale tieni presente questi 7 punti chiave e il tuo discorso sarà un successo!

  • Presentarsi e rinnovare il piacere di essere a capo della divisione, organizzazione, business unit
  • Ripercorrere i valori e la mission aziendale
  • Condividere considerazioni sul raggiungimento degli obiettivi definiti e le azioni intraprese
  • Soffermarsi sul valore delle persone unite dall’identità aziendale
  • Portare qualche numero a supporto della crescita aziendale
  • Condividere i margini di miglioramento incoraggiando i collaboratori a fare sempre meglio
  • Valorizzare le professionalità impiegate e le loro competenze come risorsa fondamentale in vista degli obiettivi futuri, specificati nei loro dettagli e scadenze.

Sei pronto per il tuo discorso aziendale?
Approfondisci sempre e per ampliare la tua conoscenza in materia fai un salto qui!

Buon discorso aziendale!