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La prossemica: gestione dello spazio nelle dinamiche interpersonali

Lo spazio e i rapporti interpersonali

La prossemica definisce la gestione dello spazio nelle dinamiche interpersonali.
Da sempre lo spazio fisico condiziona le relazioni interpersonali, ma ancor prima di entrare nel merito delle relazioni, possiamo affermare che lo spazio e il suo utilizzo regolano le relazioni sociali 🚦
 
Di esempi potremmo farne a non finire.
 
Sali in treno, ci sono posti liberi con accanto o di fronte un passeggero e posti liberi con accanto altri posti liberi.
Ti dico io dove ti siedi: dove tutto è completamente libero.
Occupi il tuo spazio sociale, quello che reputi ti faccia sentire più a tuo agio in generale e più comodo nello spazio.
 
 🧐 Per comprendere a fondo la naturalezza di un simile comportamento basti pensare al mondo animale, che spesso riassume le nostre attitudini ancestrali.
I cani, i gatti, le scimmie, demarcano il territorio, agiscono dei comportamenti specifici per farlo, e quei comportamenti definiscono non solo il loro rapporto con lo spazio, ma anche con altri animali.

La prossemica

Quello che accade nel mondo umano invece è regolato dalle leggi della prossemica, che descrivono il rapporto dell’individuo con lo spazio in funzione del comportamento sociale che esso comporta.
🔴  Correva l’anno 1966 quando un certo Hall ha coniato il termine “Prossemica”, ma soprattutto ha introdotto 4 zone, corrispondenti al tipo di distanza interpersonale:
➡️  zona intima: implica intimità, confidenza, vicinanza. Lo spazio che ti divide dal tuo interlocutore al massimo si estende ai 50 centimetri. Si tratta di una vicinanza concessa solo a persone di cui ci si fida.
 
➡️  zona personale: è una distanza che regola il rapporto tra individui che si conoscono, ma non intimamente. Colleghi e conoscenti possono rientrare in questa zona che prevede tra gli interlocutori una distanza da 50 centimetri a 1 metro.
 
➡️  zona sociale: riservata agli incontri formali, nel lavoro e nelle occasioni speciali. Prevede tra gli interlocutori una distanza da 1 a 3 metri. Questa è la distanza più utilizzata quando si lavora insieme senza però entrare in un rapporto eccessivamente confidenziale.
 
➡️  zona pubblica: qui oltrepassiamo i 3 metri di distanza, in quanto questo tipo di distanza viene applicata in conferenze e meeting dove non è previsto un coinvolgimento diretto tra i presenti. 
 
Quella presentata può sembrare in apparenza una semplice classificazione delle possibili distanze spaziali-relazionali tra le persone.
In verità un’analisi più approfondita non tarderebbe a far emergere interessanti implicazioni di carattere sociale, a partire dalla messa in atto di specifici comportamenti.
 
Alt! 
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discorso-e-racconto

Il discorso diventa racconto. Convincere con una buona storia

Il discorso e il racconto: l’elemento comune

Per quanto possano avere sviluppi diversi il discorso e il racconto sono legati ad un elemento: il contenuto.
Chi si accinge a scrivere un racconto infatti, in fase preliminare, non fa un lavoro molto diverso da chi deve scrivere un discorso, con la differenza che il racconto ha una sviluppo dettato dalla trama, il discorso ha al suo interno una serie di elementi tecnici che vanno organizzati.
Il primo dramma di chi scrive un discorso e magari ha poche competenze in termini di comunicazione persuasiva – dove per persuasivo si intende la capacità di indurre chi ti ascolta all’azione – nel 90% dei casi rimane incagliato nell’incastro tra contenuto e forma.Strutturare il contenuto di un discorso è difficile sin dalla fase di scelta del materiale, perché si tratta di fare una distinzione continua tra ciò che serve e ciò che non serve, tra ciò che fa più effetto e ciò che sarebbe utile, ma annoia. Insomma, il contenuto può essere un percorso spinoso e se c’è una cosa che non puoi permetterti quando declami un discorso è che al tuo pubblico arrivi il tuo grado di difficoltà nel lavorare quell’argomento.


Convincere con buona storia

La potenza di un racconto è che contiene una storia, e le storie piacciono, perché, in un modo o nell’altro, raccontano sempre anche un aspetto di chi le ascolta, permettono di immedesimarsi e di entrare un po’ nella trama catturando il tuo interesse e la tua voglia di scoprire come va a finire, dove si va a parare.

Ma che storia raccontare a un gruppo di professionisti?
Una storia che gli risolva qualcosa attraverso 4 elementi narrativi tecnicamente molto influenti:
➡️  Perché: la tua storia deve produrre azione. Le persone spesso non amano cambiare, il perché deve avere la potenza di convincere loro che va presa una decisione.

➡️  Cosa: il contenuto di una storia non deve contenere necessariamente le cose da sostituire, meno drastico e più motivante sarebbe inserire nella storia anche le cose da migliorare per vederlo sotto una luce diversa, illuminate dalla possibilità di uno sviluppo diverso.

 

➡️  Come: questo è un passaggio fondamentale, è qui che si fondono il cosa e il perché. Cosa deve essere cambiato? Perché? Dalla fusione di questi due elementi emergerà la modalità in cui le persone devono agire un cambiamento.

 

➡️  Se: quando le persone devono cambiare qualcosa, soprattutto nel proprio metodo di lavoro, si nascondono dietro a mille alibi, molti “se”, eventuali scenari catastrofici che potrebbero solo peggiorare la situazione. Il tuo perché deve essere più forte del loro “se”, e deve essere inserito in modo impeccabile nella tua storia, senza indugi né possibilità di equivoci.

Così deve essere la tua storia qualunque sia l’obiettivo nascosto al suo interno.
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Com’è la mappa della tua storia? I 4 MUST del discorso che funziona

Perché una storia

Un discorso funziona se la tua storia ha una mappa basata su 4 MUST fondamentali.

Che si tratti di una presentazione, di un lancio promozionale, di un discorso in pubblico, quello che è ormai da anni provato è che l’efficacia dei contenuti si quadruplica se questi vengono veicolati attraverso una storia.

Una storia non significa l’aneddoto dell’infanzia, le origini dell’azienda e tutto il quadro genealogico dell’imprenditore.


🔴  Significa molto più concretamente decidere di costruire i contenuti intorno a degli elementi che ne rendano più incisivo il significato.

I 4 MUST del discorso che funziona

Il discorso che funziona non è il risultato della casualità, ma della combinazione di elementi tecnici maneggiati da professionisti competenti che sanno che costruire un discorso significa impostare un processo.

Per essere più dettagliati prenderemo ora in esame 4 elementi MUST che possono fare davvero la differenza nella costruzione di un discorso:

➡️  Il contenuto: è spesso la parte a cui i relatori dedicano più tempo, eppure la maggior parte delle volte i contenuti risultano essere pieni di elementi non attinenti agli obiettivi della presentazione o del discorso. Se lo scopo finale è quello di attivare un comportamento per promuovere un cambiamento perché fare esempi astratti? Perché non entrare nel merito della questione e fare esempi che possano essere davvero calzanti e d’esempio per chi ascolta?

➡️  Il pubblico: cosa hanno bisogno di sapere le persone a cui stai parlando? Cosa serve loro concretamente? Di sicuro non di nozioni generali, ma di spunti che possono essere calati nel contesto in cui intendono agire un cambiamento.

➡️  La storia: quale storia costruire attorno al contenuto? Come impostare la sua struttura? Attraverso il formato della storia ci si salva dal rischio di sparare informazioni a raffica. All’interno del flusso di una storia il pubblico si identifica più facilmente con gli obiettivi del discorso e ne farà propri i contenuti.

➡️  Il racconto: adesso devi decidere come questa storia sarà raccontata. Quale formato può rendere più diretto il contenuto che attraverso di essa si vuole trasmettere.
In questa fase va elaborato il modo in cui la storia verrà comunicata affinché abbia l’impatto desiderato e faccia il salto di qualità dal messaggio confuso al messaggio inequivocabile.

Non finisce qui!
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discorso -di- successo

Il tuo discorso ha successo se chi ti ascolta decide

Un discorso di successo

Quando si parla di discorso di successo si trascura spesso un dettaglio importante: chi ascolta decide e non è lì solo per apprendere contenuti interessanti.

I motivi per cui una presentazione fallisce li abbiamo già analizzati, quello che conta adesso è focalizzarsi sul fatto che a fare la differenza non è solo il contenuto, neanche la forma.

Ti dico di più: non è sufficiente neanche il livello di utilità che quelle informazioni possono avere nella vita professionale o sociale di chi ascolta.
Quello che rende davvero efficace un discorso viene dopo, viene quando è ora di capire le mosse di chi è in ascolto.
Hai il potere di far alzare i tuoi interlocutori dalla sedia e farli agire?
Bene, allora il tuo è un discorso di successo.Hai ricevuto molti applausi, ma dopo 2 mesi parli con l’HR manager dei tuoi interlocutori e scopri che il mondo è rimasto come prima?
Ecco il tuo non è stato un discorso di successo, perché, si presume che, se hai disquisito su un argomento con una platea,  quest’ultima qualcosa deve fare con i tuoi contenuti, oltre al sempre nobile obiettivo di arricchire il proprio bagaglio di competenze individuali.Cosa devi sapere?
Tutto. Lo abbiamo ripetuto spesso.
🔴  Il discorso è uno strumento collocato all’interno di un processo, nessun elemento dunque è autonomo rispetto agli altri che lo compongono.

Chi ti ascolta decide

Una buona analisi dei bisogni ci insegna che dobbiamo conoscere il nostro pubblico.
E fin qui ok.
Età, ruolo, anzianità aziendale … cose che già sai.
Per quanto questi aspetti rappresentino dei pilastri sempre validi, ce ne sono altri che incidono tantissimo sulle tue reali possibilità di convincere l’interlocutore all’azione.Le domande che ti mancano, trasformeranno il tuo modo di approcciare un pubblico con un discorso:

➡️  come apprende il tuo pubblico? Qual è la cultura di apprendimento dell’organizzazione da cui provengono i suoi componenti?

➡️  cosa motiva questo uditorio ad essere qui in ascolto? Le persone sono venute per un motivo specifico? Per un interesse generale? Perché qualcuno ha ritenuto opportuno che partecipassero?

➡️  quanto conta quello che dirai per le decisioni che devono prendere? In che misura i tuoi contenuti servono per agire un’azione di cambiamento migliorativo?

Questi 3 elementi che sembrano messi così quasi a caso, costituiscono per te una grande opportunità: quella di costruire un discorso che abbia un effetto concreto, che serva a modificare comportamenti, procedure e non si riduca alla mera composizione di un buon contenuto, fondamentale sempre, ma insufficiente per gli obiettivi di un uditorio e per il successo di una performance.

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presentazione-perché-non-funziona

Perché la tua presentazione non funziona? Scoprilo prima del tuo pubblico.

La presentazione funziona se convince

Una presentazione ha successo se convince.

Affinché una presentazione possa definirsi persuasiva è necessario che spinga le persone a mettere in atto specifici comportamenti.

Siamo ben lontani, anni luce direi, da intenti manipolativi e cose di questo tipo!


Qui ci riferiamo nello specifico alla capacità, nonché competenza, di fornire le giuste argomentazioni a supporto del tuo discorso/presentazione in modo da orientare gli interlocutori verso un obiettivo che sia vantaggioso anche per loro.
Quando un professionista lavora ad una presentazione solitamente ha uno di questi 3 obiettivi:

➡️  convincere: sostenere la validità di un argomento, un servizio, un progetto.

➡️  informare: fornire elementi e approfondimenti a scopo conoscitivo.

➡️  fornire un report: presentare i risultati di un progetto, una gara, un lavoro con riferimenti numerici precisi ricavati tramite fonti autorevoli e dunque attendibili.

 

Perché fallisce la tua presentazione?


Tutto fantastico mi dirai, peccato però che molte volte, molte più di quanto si possa immaginare, qualunque sia l’obiettivo, la presentazione fallisce miseramente perché è strutturata male.

Ebbene sì, non ci sono motivazioni fantascientifiche, succede semplicemente che la presentazione sia fatta male!
Ti puoi permettere questo?
Se lo può permettere il tuo business?
Puoi esporti anche solo al minimo rischio che si verifichi una situazione di questo tipo?
No!
No!
No!Non conta quanto sia importante ciò che hai dire, non conta lo slancio motivazionale che metti a supporto del tuo impegno.
A volte non conta neppure la reputazione splendida di anni di carriera.

Se il tuo messaggio non arriva, il pubblico non recepisce, e di conseguenza non risponde, non agisce i comportamenti richiesti e tu hai lavorato invano.
Scrivi in ottimo italiano. Ok.
Accanto ai tecnicismi lasci spazio anche alle emozioni. Fantastico.
Quando ti ascolti ti fai l’applauso. Meraviglioso.Ecco la brutta notizia: il tuo interlocutore non sei tu e il tuo feedback è insufficiente.Inizia a riflettere sul modo in cui lavori alle tue presentazioni, individua tra i 3 obiettivi quello che prevale nelle tue attività.Preparati ad apprendere un metodo infallibile, perché dal prossimo post il tuo modo di strutturare le presentazioni farà un salto di qualità pazzesco.
Bene, vuoi saperne di più.
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pianificare - una-presentazione

Pianificare una presentazione: come prende le decisioni il tuo pubblico?

Pianificare una presentazione

 Nella pianificazione di una presentazione l’ordine di priorità mette al primo posto il contenuto, le modalità di esposizione, le caratteristiche degli interlocutori, ma proprio tra queste ultime, viene spesso trascurato un importante dettaglio: il tempo necessario al pubblico per prendere una decisione.

Per quanto non sia una regola assoluta, spesso l’esposizione di una presentazione è finalizzata a condizionare il comportamento di chi ascolta, ma il pubblico – soprattutto se eterogeneo – ha bisogno di tempo per decidere quale comportamento adottare, quale novità introdurre, quale strada scegliere tra più opzioni⌚️

Le tecniche di Comunicazione, soprattutto quella ad alto impatto, lavorano sull’efficacia della trasmissione del messaggio contando su un’ottimizzazione delle risorse tempo – risposta dell’interlocutore, ma in un processo di comunicazione meno controllato – perché la Comunicazione ad Alto Impatto può applicarla sono chi ha le competenze per farlo – bisogna tener conto di alcune importanti variabili 🔍

Come prende le decisioni il tuo pubblico?

La durata di un processo decisionale da parte di un interlocutore successiva all’ascolto di una presentazione dipende da 4 fattori:

➡️  Istinto
Non è certo una novità apprendere che certe decisioni vengono prese d’istinto, molto spesso quando una persona opta per questa soluzione unisce due fattori: un numero piuttosto basso di dati oggettivi e le impressioni legate alle sue esperienze pregresse.
Come evitare, all’interno di un meeting ad esempio, che gli interlocutori prendano una decisioni in base al proprio istinto? Per esempio strutturando la presentazione in modo che contenga molti dati empirici, numerici, oggettivi, per far sì che chi ascolta non possa basarsi su supposizioni e fare associazioni con situazioni esterne, ma rifletta piuttosto su dati non opinabili e attendibili.

➡️  Ripetizione
Le modalità di apprendimento presentano delle componenti fortemente soggettive, per questo non tutti hanno bisogno dello stesso tempo. Ci sono infatti persone che hanno bisogno di ascoltare più volte, questo ovviamente non può significare che devi ripetere a pappagallo più volte i concetti di una presentazione. Come gestire allora questa eventualità già nella fase di pianificazione di una presentazione? Il segreto può essere nella varietà dei formati. Scegli di presentare i contenuti in modo diverso, rappresentandoli attraverso schemi, simulazioni, grafici. Insomma uno storytelling diversificato stimola molto l’apprendimento perché sollecita l’attenzione e consente di percorrere lo stesso concetto più di una volta e consentire dunque delle ripetizioni.

➡️  Tempo trascorso
Alcune persone nel processo di comprensione di un contenuto hanno semplicemente bisogno di più tempo di altri. In un contesto di apprendimento adulto, aziendale, non è facilissimo allinearsi con le loro esigenze, ma una strategia sicuramente efficace è quella di far riaffiorare lo stesso concetto – o i concetti fondamentali – all’interno di esempi o situazioni diverse.

➡️  Rivalutazione
Poi ci sono quelli che ascoltano, capiscono bene, decidono in fretta, ma altrettanto in fretta cambiano idea e tornano sulla loro decisione. L’elemento che sicuramente può contribuire al contenimento di questa tendenza può essere quello di presentare gli argomenti senza far trapelare opinioni personali al riguardo e spiegando con molta chiarezza le conseguenze della loro applicazione.

A prescindere dalla struttura che si intende adottare per la presentazione da esporre, sul campo decisionale degli interlocutori è chiaro che a prevalere sarà il libero arbitrio, ma la Comunicazione, come sempre, possiede tutte le caratteristiche per fare la differenza e presentare i contenuti nelle modalità più funzionali agli obiettivi desiderati, d’altro canto è il relatore che conduce, anche quando il pubblico in ascolto è più impegnativo del previsto.


Adesso come al solito vuoi saperne di più 🧐
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E non perderti quello che ho da dirti sulla Comunicazione d’Impatto!
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La collaborazione nell’era tecnologica: una preziosa skill per il cambiamento

Collaborazione nell’era tecnologica

Nel pieno dell’era tecnologica, la collaborazione spesso non riceve l’importanza che merita. 
Le persone sono abituate ad agire in piena autonomia potendo contare sull’ausilio di app e di tutorial per qualunque cosa.
 
L’intelligenza artificiale facilita la vita nelle piccole attività quotidiane, facendoci precipitare nello sconforto più totale se per qualche motivo – e di solito per poco più di qualche minuto – viene a mancare.
Nella vita privata e nelle organizzazione l’abilità richiesta nell’utilizzo di certi strumenti è così fondamentale da poter essere data addirittura per scontata.
L’abitudine di passare da uno strumento all’altro spesso genera una continuità tra le attività private e quelle di lavoro fino a qualche anno fa inimmaginabile, generando una serie infinita di possibilità: 
 
–  seguire un training dal proprio smartphone
– condividere le proprie conoscenze con colleghi e collaboratori da app di sharing aziendali
– misurare i proprio risultati di performance consultando  il proprio smartphone
– monitorare il tempo e l’energie dedicati a ogni singola attività.
 
L’elenco non si esaurisce qui, ma la domanda lecita emerge a gran velocità: dov’è l’apporto personale nelle attività sempre più facilitate dalle possibilità tecnologiche?
 
🔴  Qual è il valore aggiunto delle persone?
 
All’interno di questa abbondanza di fluidità spicca nel mare infinito di competenze la capacità di collaborare.

 

Il valore della collaborazione

 
Si potrebbe scrivere un trattato infinito sul valore della collaborazione, ma quello che mi interessa sottolineare è che il tocco magico dell’intervento umano si traduce nella capacità di generare significato, e quest’ultimo non può che essere il risultato di un passaggio e una condivisione strutturata e continuativa di conoscenze, dove ogni persona può trasferire il valore di quello che sa agli altri e apprendere a sua volta quello che sanno trasmettere. 
 
Il valore della collaborazione all’interno delle organizzazioni è cambiato così tanto nell’era tecnologica al punto da modificare la declinazione dei ruoli e delle responsabilità. Basti pensare al leader che non è più una figura autoritaria il cui valore va ricercato nella posizione gerarchica che occupa, quanto piuttosto nella sua capacità di facilitare il lavoro dei collaboratori trasferendo competenza, esperienza, attraverso soft skill specifiche quali l’empatia, la consapevolezza, la visione creativa.
 
Nella sua opera “La saggezza della follia”, James Surowiecki esalta la collaborazione come possibilità di raggiungere la vera conoscenza:
 
I gruppi possono essere intelligenti solo se esiste un equilibrio tra le informazioni condivise da tutti e quelle in possesso dei suoi singoli membri …”
Adesso vuoi saperne di più, come immaginavo!
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Nel legame tra mente e corpo occhio alla fuga di informazioni

Le informazioni tra mente e corpo

Il legame tra mente e corpo è sancito da un passaggio di informazioni, secondo un processo per cui la mente invia un input e il corpo mette in atto dei comportamenti.
Questo è il motivo per cui conoscere il linguaggio del corpo aiuta nella comprensione delle intenzioni della mente.
A ogni pensiero è legata un’azione che ha un suo luogo nello spazio e delle conseguenze su cose e persone.
 
Saper interpretare i movimenti del corpo, come abbiamo visto nel post sul Significato dei Gesti, ti facilita in 2 diverse tipologie di azione:
 
  1. comprendere il significato reale dei messaggi verbali di chi ti parla.
  2. comunicare in modo più efficace esercitando un maggior controllo sul tuo corpo e orientare la conversazione verso il tuo obiettivo.

La fuga di informazioni

Perché il rischio di una fuga di informazioni?

Perché quando comunichi qualcosa, insieme alle parole, vengono fuori i sentimenti, le emozioni e per quanto ci si possa impegnare nel controllare i propri movimenti, il corpo può ingannarci e lasciar trapelare lo stato emotivo che stiamo vivendo. 
 
La fuga di informazioni, come avrai capito, riguarda i sentimenti negativi, quelli legati al disagio, all’imbarazzo. Nella relazione con gli altri, negli scambi verbali, non si ha alcun motivo per nascondere sentimenti positivi.
 
L’occultamento di solito è rivolto alle emozioni scomode, quelle che possono deviare l’andamento della comunicazione verso direzioni non desiderate. 
Il rischio più alto nella fuga di informazioni è che vengano alla luce nette incongruenze tra ciò che si dice con le parole e ciò che il corpo comunica. 
 
L’emozione che più di tutte ha il potere di generare una fuga di informazioni è l’ansia.
La psicologia fa riferimento a due diverse tipologie di questo stato d’animo:
➡️  ansia caratteriale: fa parte del modo di essere, è un tratto della personalità, non è legata a una specifica situazione, ma tende piuttosto a farsi spazio in molte situazioni.
➡️  ansia situazionale: è legata a cause specifiche, situazioni che non si è in grado di gestire, a stimoli che hanno il potere di spostare lo stato d’animo dall’armonia al disagio.
 
Avere la capacità di cogliere gli elementi in azione in una fuga di informazioni è importante perché offre l’opportunità di supportare l’interlocutore nel recupero di uno stato d’animo positivo, di creare un nuovo momento di empatia all’interno del quale poterlo aiutare ad esprimere i suoi contenuti senza l’ostacolo dell’emotività.
Riconoscerlo su te stesso, invece, ti salva da un bel pasticcio, ti consente di recuperare le situazioni prima che le conseguenze rovinino i tuoi progetti, i tuoi affari.
 
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la simpatia è alla base del successo

La simpatia alla base del successo: si può allenare come soft skill?

La simpatia alla base del successo

La simpatia è alla base del successo? Sicuramente è una caratteristica molto influente nelle scelte che operiamo, il suo peso rafforza, talvolta supera di gran lunga, quello di elementi più razionali.

Il potere della simpatia, al di là delle emozioni che può suscitare di primo impatto, è quello di dare inizio a una serie di pensieri ed emozioni positive, creando un circolo virtuoso molto accattivante.

Da uno studio, condotto prendendo in esame un campione rappresentativo di organizzazioni, è emerso che la scelta di un’azienda da parte di un cliente dipende principalmente da 3 fattori:

➡️  la simpatia delle persone che ci lavorano
➡️  l’esperienza dimostrata nel settore
➡️  l’efficacia della risposta ai bisogni del cliente

Non si tratta di porre le competenze in secondo luogo rispetto agli aspetti relazionali, ma di cercare nell’esperienza di acquisto/ingaggio una combinazione vincente tra persone e servizio.

La simpatia è una soft skill?

La simpatia va dunque considerata al pari di importanti skill?

Urge una definizione ufficiale con etimologia:

[dal lat. sympathia, gr. συμπάϑεια, comp. di σύν «con» e πάϑος «affezione, sentimento»]. – 1. a. Sentimento di inclinazione e attrazione istintiva verso persone, cose e idee
Fonte: Enciclopedia Treccani

Senza ombra di dubbio è la regina della soft skill, dove per simpatia non si intende la capacità di far ridere o divertire, quanto l’abilità di far sentire l’interlocutore a proprio agio, nel posto giusto con le persone giuste.
Pensa ai vantaggi nelle relazioni con i tuoi clienti interni ed esterni!

La simpatia è all’origine del successo nella vita privata e professionale, è quel famoso quid in grado di rendere la prima impressione irripetibile.

Simpatia e successo

La simpatia non è ovviamente l’unica componente del successo, ma ne costituisce di sicuro uno dei pilastri, sembra infatti che sia alla base di una migliore vita affettiva, di legami più solidi e fin qui ci siamo, ma …udite udite: quella famosa indagine a campione dimostra anche che la simpatia ha un peso decisivo su l’assegnazione di incarichi prestigiosi, di promozioni.
Stai per farmi una domanda immagino:
si può sviluppare simpatia o è un talento naturale?
Diciamo che nell’ultimo caso sei sicuramente in vantaggio, ma lavorando sulle soft skill si può fare un lavoro interessante sulle dinamiche comportamentali nella vita privata e professionale.
Di che si tratta?
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segnali-di-apertura-chiusura

Apertura e chiusura: capire chi mente osservando i segnali del corpo

I segnali di apertura e chiusura nei movimenti del corpo

 
Di segnali il nostro corpo ne trasmette moltissimi, attraverso una serie di movimenti veloci e spesso inconsapevoli che l’interlocutore compie di continuo.

Nel tentativo di comprendere nel modo più dettagliato e completo possibile quello che ci viene detto, può essere di grande aiuto capire lo stato d’animo, l’atteggiamento di chi parla, a partire dall’osservazione di due principali tipologie di segnali individuati da James Borg:
➡️  serenità o disagio
➡️  apertura o chiusura
Il legame tra gli elementi citati non ha bisogno di ulteriori spiegazioni: quando una persona è a proprio agio, si sente serena e manifesta segnali di apertura, quando è attanagliata da ansia, paura, agitazione mette in atto segnali di chiusura.
 
Ti chiederai a cosa ti serva sapere cosa prova chi ti sta parlando.
Ti rispondo subito: a evitare problemi e risolvere immediatamente dubbi e resistenze se ce ne sono. Lo stato d’animo di chi comunica non è strettamente legato a un suo momento personale, ma spesso è fortemente connesso con il contenuto della sua comunicazione.
Se è poco convinto, se ha dubbi seri, se sta mentendo, tu lo devi sapere.
 
Perché?
 
Perché molto probabilmente a seguito di quella comunicazione ci sarà una tua azione, le sue parole apriranno una direzione che tu ti sentirai portato a seguire e se quella direzione è il risultato di un dubbio imboccherai tu la strada sbagliata e ne pagherai le conseguenze.
Imparare a distinguere i segnali di chiusura da quelli di apertura ti allerta da rischi di questo tipo e può salvarti da conseguenze di grave portata. 
 

Comprendere lo stato d’animo non significa che la tua vita diventa una missione d’aiuto verso i momenti bui del tuo interlocutore, ma che puoi intervenire in una conversazione con delle domande molto mirate e strutturate in una modalità costruttiva per scandagliare il contenuto e capire dov’è l’ostacolo.

Segnali di apertura e chiusura

Capire chi mente in questo caso è più facile che in altri perché il grande vantaggio dei segnali di apertura e chiusura è che sono facilmente interpretabili, basta saper dedicare la giusta attenzione e concentrazione all’osservazione dei comportamenti.

Zoom:

🔴  La caratteristica principale dei segnali di apertura è che indicano nell’atto comunicativo la totale assenza di ostacoli di carattere sia fisico che psicologico. Il corpo si esprime esponendosi al mondo, senza ritrosie né paure. Solitamente le gambe sono sciolte, le mani aperte, c’è un buon contatto oculare e nulla trasmette tensione nervosa.

🔴  Diversamente accade quando la persona che sta comunicando sta vivendo uno stato d’animo negativo, legato all’ansia, la paura, l’agitazione ed esprime segnali di chiusura. La chiusura si esprime avvicinando molto gli arti al corpo, contraendo la muscolatura e mantenendo un basso o scarso contatto oculare.

Ora facciamo un esercizio.
Prima di osservare questi segnali negli altri e iniziare la caccia ai mentitori che ne diresti di analizzare il tuo modo di comunicare attraverso i segnali del corpo?
Come comunichi quando ti senti in un certo modo?

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