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Comunicazione efficace: quali comportamenti evitare per raggiungere il tuo obiettivo

La Comunicazione Efficace è il risultato di una serie di comportamenti – anche di quelli da evitare – volti al raggiungimento di un obiettivo.

Approfondimenti in tema di Comunicazione Efficace ne abbiamo condivisi diversi, ma quanto sei consapevole dei comportamenti da evitare?
Se lo spazio in cui ti muovi è vasto diventa alta anche la possibilità di commettere errori: i rischi sono numerosi, le dinamiche più complesse, i soggetti coinvolti gestiscono dinamiche relazionali il cui grado di difficoltà può variare da molto semplice a molto complesso. Per facilitarti il compito e darti i giusti strumenti per raggiungere i tuoi obiettivi attraverso un corretto processo comunicativo è bene che ti indichi alcuni comportamenti da evitare per salvare la tua comunicazione del fallimento.

 

Fai tesoro di queste regole perché valgono sia in ambito privato – con i tuoi figli, con il partner – che nel mondo professionale.
No ai seguenti comportamenti:

➡️  Imposizioni. L’imperativo “devi” molto spesso allontana il tuo interlocutore dagli obiettivi che ti sei prefisso, ponendo lui nella condizione di subire un’imposizione e te stesso in una posizione scomoda di abuso del tuo potere, o del tuo ruolo.

➡️  Ammonimenti e minacce. Non funzionano quasi mai in contesti democratici! La libertà di azione e di reazione dell’interlocutore è fondamentale per l’efficacia dello scambio comunicativo. Anche questo genere di atteggiamento – come pure il primo – incentiva sentimenti di disagio e sottomissione.

➡️  Prediche e morali. Anche qui il rapporto tra mittente e destinatario si interrompe generando un senso di colpa e di impotenza che conduce l’interlocutore ad azioni che si sente costretto a compiere, agendo senza piena libertà né consapevolezza, spinto piuttosto da emozioni di disagio e frustrazione. Può funzionare una comunicazione così? Lascio a te la risposta.

➡️  Consigli e soluzioni a tutti i costi. Anche nella tua cerchia c’è il dispensatore assoluto di buoni consigli e soluzioni? Quello che deve sempre dirti come comportarti? Ecco, non essere come lui, allontanati il più possibile dal suo modello. Avere sempre la soluzione da propinare può sembrare utile, e forse in alcuni casi concretamente lo è, ma il problema è che pone l’interlocutore in una condizione di inadeguatezza e di limitazione alla propria libertà. Se un amico espone una questione o solleva un problema ad alta voce e non ti ha chiesto una soluzione, molto probabilmente ha solo voglia di parlare. Se cerca un conforto e trova una persona che sfoggia la sua abilità, non si sentirà affatto stimolato e anche il tuo obiettivo comunicativo, carico sicuramente delle migliori intenzioni, fallirà.

➡️  Persuadere in ogni caso. Le regole della comunicazione persuasiva esistono e funzionano, ma non è che tutti possono improvvisarsi esperti. Ci vuole la giusta preparazione che può essere solo il frutto di adeguati studi e percorsi di formazione. Quindi, a meno che tu non sia il massimo esperto riconosciuto in materia, non cercare a tutti i costi di portare dalla tua parte l’interlocutore.

➡️  Giudicare: è forse l’atteggiamento dalle conseguenze più pericolose. Può essere mortificante, demotivante, distruttivo e sicuramente mai efficace rispetto ai tuoi obiettivi di comunicazione.

Potrebbe non essere tutto, questo lo saprai a breve, ma sicuramente è sufficiente per fare una valutazione delle tua modalità comunicative in famiglia, nella vita sociale e professionale.

Inizia a lavorare sui tuoi comportamenti analizzando il loro legame con le loro dirette conseguenze.

Vuoi fare un lavoro serio, strutturato, personalizzato?

Sai già cosa devi fare!
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I 4 livelli della Comunicazione Interpersonale

Quando parliamo di livelli di comunicazione interpersonale ci riferiamo in particolare alla modalità comunicativa che scegliamo di adottare in contesti e circostanze differenti in vista degli obiettivi che si desidera raggiungere.

Quello che caratterizza ogni scambio comunicativo è che si tratta di Comunicazione Interpersonale, ovvero della trasmissione di un messaggio da un mittente a uno o più interlocutori.

Nel post della scorsa settimana abbiamo analizzato la costruzione di un Piano di Comunicazione, ma prima di addentrarci negli abissi più complessi, sai che alla base di tutto si parte sempre dalla Comunicazione Interpersonale.

 

Hai presente tutte quelle volte in cui qualcuno ti dice. “ma come ti è venuto in mente di dire quella cosa’”, oppure “hai perso l’occasione per dire questa cosa, era il momento giusto!”


Insomma il legame tra i contesti e ciò che si dice è fondamentale per l’obiettivo perché, mai come nel caso della Comunicazione il rischio del fuori luogo è pericoloso … ma molto diffuso ahimè. Il solo modo per riuscire a cavartela in ogni situazione è quello di conoscere i livelli della Comunicazione Interpersonale.
Quindi, onde evitare di diventare un collezionista di gaffe, di sembrare avulso dai contesti e dalle circostanze, o peggio trovarti nel delirio di un equivoco, è importante capire che la Comunicazione, parlo proprio di quella più ordinaria e spontanea, è articolata su più livelli, conoscerli è importante per dare il giusto contesto ai messaggi trasmessi e la giusta credibilità a chi si esprime.
➡️  Il primo livello che andremo a considerare è quello astratto teorico. Ti do il quadro a livello immaginativo: entra bendato in una stanza, ascolta ciò stanno dicendo, chiedi di uscire entro pochi minuti perché non hai la più pallida idea di cosa stanno dicendo. Questo è il livello astratto teorico, proprio degli ambienti specialistici, ricco di tecnicismi e comprensibile solo da chi ci sta già dentro, o ha, almeno, una conoscenza basilare sull’argomento. Diversamente da queste premesse questa modalità comunicativa non è umanamente fruibile.

➡️  Dall’astratto teorico passiamo alla situazione astratta, facendo un volo pindarico non banale. In questo caso ci troviamo infatti nella situazione più generica possibile, in cui il livello di comunicazione rende ogni individuo un possibile interlocutore su quello che sarà uno scambio su argomenti molto generali e di conoscenza comune. Hai presente quando sei in viaggio e non vedi l’ora di partire per tuffarti in un pisolino o immergerti nel tuo libro? Bello, vero? Poni fine all’idillio però perchè il tuo vicino di posto ha tanta voglia di parlare e di chiederti un’opinione su qualunque cosa. Dove stai andando, se hai notato che ormai si parte sempre più in ritardo, che il meteo è inaffidabile e i politici tutti uguali. Ecco, queste sono le coordinate spazio temporali della situazione astratta dove il messaggio trasmesso spesso è generico, non direttamente collegato all’esperienza in termini di accadimenti, ma molto legato al contesto in termini occasioni per generalizzare e per parlare per frasi fatte o luoghi comuni. Si tratta di una comunicazione per nulla specialistica, molto utilizzata nelle circostanze in cui sussiste una situazione di vicinanza ma allo stesso tempo di estraneità tra gli interlocutori.

➡️  Terzo livello: situazione concreta. Torniamo al tuo fantastico viaggio in treno e al vicino di posto che vuole parlare del meteo. Se ti collochi sul terzo livello la tua risposta sarà “proprio ieri leggevo un articolo in cui un giornalista dispensava consigli su come convivere con i repentini cambiamenti climatici.” La caratteristica di questo livello è una maggiore vicinanza all’esperienza e alla realtà portando all’attenzione dell’interlocutore riflessioni o elementi concreti per alimentare la conversazione intrapresa.

➡️  Chiudiamo in bellezza con il quarto livello: l’esperienza. Questo è il livello di maggior coinvolgimento  – emotivo, razionale, affettivo –  tra mittente e destinatari. Si verifica quando un interlocutore intraprende una conversazione che richiama l’attenzione dell’interlocutore chiamando in causa la sua stessa esperienza. In questa fase, essendo strettamente legata al vissuto, emergono elementi che consentono una facile immedesimazione da parte di chi ascolta, che è dunque portato ad empatizzare e participare grazie al suo elevato grado di coinvolgimento.

Analizza il modo in cui usi i tuoi livelli di Comunicazione e il grado di efficacia che pensi di raggiungere e vediamo cosa  necessario modificare.


Se hai voglia di saperne di più o migliorare qualcosa agisci subito!
Scrivimi a [email protected] 
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Le 5 domande strategiche di un piano di Comunicazione efficace.

Per progettare un piano di comunicazione efficace, dal punto di vista della strategia e dei risultati, è importante porsi 5 fondamentali domande.

Mi dirai: se basta questo allora tutti possono farlo.
Tutti possono sicuramente, il problema spesso risiede nel fatto che non sanno di doverlo fare o non hanno idea di dove acquisire gli strumenti per saperlo fare 🧐

Un piano di comunicazione è come un pacco che arriva, c’è un mittente, uno o più destinatari, un contenuto.
Ma chi sceglie cosa c’è dentro?

Il mittente sicuramente.

Ma come sceglie il momento giusto, il contesto coerente, e soprattutto il contenuto?
Come capisce cosa inserire in un contenitore che arriva a persone diverse per mille infiniti motivi?
Adesso invece dirai: questa cosa è impossibile da fare.
E anche qui ti sbagli.Andiamo nel concreto, entriamo nel tuo mondo, o in un mondo che puoi facilmente immaginare, e simuliamo una situazione plausibile.Hai qualcosa da dire ai tuoi dipendenti. Non parliamo di un piccolo team, ma di una fetta più corposa, facciamo che si tratta dei tuoi dipendenti, tutti diversi, con ruoli diversi, che lavorano da luoghi diversi.Sai cosa devi dire, sai quanto conta per te e le conseguenze che potrebbe avere sui tuoi affari, ma non sai come costruire un piano di comunicazione all’interno del quale collocare ciò che devi dire.Il punto di partenza è sicuramente l’indagine: una ricerca basica ma strategica su cinque elementi che devono poterti orientare nella stesura del piano.

➡️  a chi comunicare?
➡️  quando farlo?
➡️  cosa comunicare?
➡️  quale strumento usare per farlo?
➡️  da dove farlo? Ovvero: che posizione occupa chi ha la responsabilità di agire una comunicazione?

Prova a sfuggire a una sola di queste domande e il tuo piano di comunicazione traballerà

🔴 Se non riesci a immaginare chi ti ascolta non sei in grado di definire il momento migliore per parlargli, con che strumento arrivare alla sua attenzione, a chi assegnare il compito, di solito delicato, di trasmettere il messaggio.

Il destinatario è il punto di partenza, quello che in ogni comunicazione promozionale viene definito target, ma la sola individuazione di questo dato non basta.


Scegliere il momento giusto è il secondo passaggio. Non tutte le persone coinvolte si trovano nella stessa fase della vita, nello stesso mood personale o professionale, nella stessa predisposizione emotiva. Avvisarli in anticipo dell’arrivo di una comunicazione è importante.

Come capire come attraversare tutti? Basandosi sul tempo che i destinatari condividono! Il loro solo punto di contatto è quello. Devi conoscere il momento dell’azienda, in termini di storia, di rapporto con la concorrenza, di posizione sul mercato.
Quale mezzo usare?
Semplicemente quello più efficace.
Quello su cui hai testato che i tuoi interlocutori, come gruppo, sono più ricettivi. Ce ne sono molti: un comunicato stampa, un briefing, un seminario, una mail, una diretta.

A chi l’arduo compito? A chi per posizione, obiettivi, ruolo, valori, è più vicino ai destinatari e più in grado di esaurire il significato del contenuto.
Il team leader, l’amministratore delegato, l’HR manager.

Il contenuto. Content is the king, vale sempre. Chiaro, immediato, dettagliato, argomentato.
Puoi decidere tu se riuscire o fallire.
E … la prossima volta su questo ti dirò di più.
Vuoi saperlo ora?
 
Va bene, scrivimi!
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Come gestire la resistenza al cambiamento ( … to be continued)

Gestire la resistenza al cambiamento è fondamentale per proteggere business e relazioni.

Nel post della scorsa settimana ( Chi ostacola il cambiamento? Scoprilo con le 9 categorie di Egan) abbiamo già incontrato i primi 4 possibili atteggiamenti di risposta al cambiamento.

➡️  i soci

➡️  gli alleati

➡️  i compagni di viaggio

➡️  i compagni di dormitorio

Tutti soggetti che scelgono come reagire alle trasformazioni in corso e partecipano, con supporto o avversione. In funzione della fiducia che esprimono nei confronti dei promotori del cambiamento e della misura in cui credono in esso sposano o meno la causa. Possono promuovere il cambiamento e alimentare tutte le attività messe in atto per renderlo possibile e calzante con il contesto di riferimento.

Hai già individuato tra i tuoi collaboratori qualcuno dei soggetti studiati da Egan?
Hai saputo collocare ognuno di loro nella sua categoria di comportamento di appartenenza?

🔴 La tua capacità di riconoscere la posizione dei tuoi collaboratori è direttamente proporzionale alle tue possibilità di successo.

Hai già pensato a come supportare chi intende accogliere e alimentare le trasformazioni in atto?🧐Hai già strutturato un piano di informazione, formazione, azione per chi invece intende opporsi? 🧐

Apri bene gli occhi perché il pericolo è in agguato e i rischi per il tuo business sono elevatissimi 😱

Prima di spaventarti davvero, aspetta che ti presenti il secondo gruppo, le ultime 5 categorie analizzate e presentate da Egan.

➡️  gli indecisi: non prendono una posizione chiara
➡️  le mine vaganti: sono i più pericolosi perché tendono ad agire anche se non chiamati in causa. Le questioni su cui intervengono infatti il più delle volte non sono di loro diretto interesse, a volte non lo sono affatto, ma tendono a prendere una posizione per inclinazione personale o per sabotare iniziative.
➡️  gli oppositori: sono forse i più lucidi e corretti, non appoggiano il programma di cambiamento per motivi supportati da valide argomentazioni. Si oppongono al programma, ma non alle persone. Sono professionisti competenti che, pur non sostenendo il programma, proteggono le relazioni.
➡️  gli avversari: si buttano completamente nella causa. Si oppongono al programma, alla squadra che lo promuove e, se necessario, anche alla singola persona.
➡️  i senza voce: loro non agiscono. Rientrano in questa categoria soggetti sui quali il cambiamento avrà un grosso impatto, ma non hanno elementi o motivazioni per contrastarlo né per sostenerlo. Spesso, inoltre, non hanno nemmeno chi li rappresenta.Attenzione ora!
Non finisce qui: su ogni categoria infatti si interviene in modo diverso.
Nello specifico:

  • soci e alleati vanno tenuti vicini
  • gli oppositori vanno convertiti
  • gli avversari vanno gestiti.

E qui inizia il bello.
Per ogni gruppo di categorie va sviluppato un piano di comunicazione e di formazione dedicato, in modo da diversificare gli interventi e ottenere dai loro esiti il massimo risultato in termini di business e relazioni 💪

Vuoi saperne di più?
Chiaro!

Chi ostacola il cambiamento? Scoprilo con le 9 categorie di Egan

C’è sempre chi ostacola il cambiamento. 

Gerard Egan, per facilitarti il compito, ha individuato 9 categorie di evidenti e meno evidenti oppositori. Era il lontanissimo 1994, ma se ci pensi il cambiamento è uno di quegli elementi che … non cambiano mai!

Non ci sono note aggiuntive sul cambiamento, è la costante dell’individuo nel cosmo, è l’unica certezza e forse l’unico elemento davvero prevedibile per quanto possa sembrare paradossale.


Ci sarà, ci sarà spesso, a volte sarà impercettibile, altre ti ribalta l’esistenza, ma avviene nell’attimo, in qualunque attimo della vita.
Filosofi, politici, poeti, artisti.
Tutti alle prese con questo strano fenomeno dell’universo.

Panta Rei per Eraclito, la nostalgia del tempo e delle stagioni per i poeti. Dura la vita degli artisti se pensi alle ora che Monet o Turner hanno dedicato allo studio del cambiamento dei paesaggi al variare della luce.
Per quanto alla natura ci si possa opporre ben poco, alle volte qualcuno ci prova comunque.
 

In altri ambiti però è più facile individuare gli oppositori al cambiamento, quelli che puntano i piedi, sollevano dubbi, remano contro a chi certe trasformazioni le vuole alimentare.

Gli oppositori al cambiamento, penso di poterlo dare per assodato, molto spesso sono delle reali minacce per la realizzazione di progetti e attività.

Ma chi sono questi oppositori?
Dove si nascondono?

Gerard Egan, docente di Filosofia e Psicologia, alla Loyola University di Chicago, ha condotto uno studio sulle persone coinvolte in un cambiamento individuando ben 9 categorie di possibili posizioni e atteggiamenti:

 
 
➡️  i soci: loro appoggiano il programma di cambiamento proposto.
 
 
➡️  gli alleati: sostengono le proposte avanzate dai singoli promotori del cambiamento.
 
 
➡️  i compagni di viaggio: ci troviamo qui di fronte a sostenitori passivi, indecisi, che manifestano la tenue volontà di appoggiare il programma ma non si pronunciano sui promotori, o sulla squadra. Quindi non aderiscono pienamente al programma.
 
 

➡️  i compagni di dormitorio: qui siamo nel regno dell’ambiguità. Sostengono il programma, ma non hanno piena fiducia nei promotori, o non li stimano personalmente o professionalmente. Manca qui la fiducia che consente una piena ed efficace adesione.

Alt. Pausa!
Ora individua la categoria dei tuoi collaboratori.
Ce n’è qualcuno nelle prime 4 categorie?

Le altre 5 ti aspettano al prossimo post!

I 5 step della critica costruttiva

5 step affinché una critica sia costruttiva?
Proprio così, non uno in meno!

La scorsa settimana abbiamo parlato delle 3 azioni da evitare assolutamente per far sì che una critica si riveli costruttiva senza sminuire le relazioni con gli altri o il business in corso.

Oggi vedremo cosa fare, imparerai lo step successivo a quello che ti ha permesso di evitare la catastrofe!

Intanto ti dico: corri a rileggere le 3 azioni da evitare!

In secondo luogo cerca ora di capire come comportarti se devi avanzare una critica verso qualcuno, rifletti e ripensa a come lo fai di solito o a come qualcuno lo ha fatto con te 🤔


Come ti sei sentita/o in entrambe le situazioni?
Dove ti ha portato il tipo di emozione che hai provato?L’errore grande, e spesso irreparabile, che si commette quando si deve fare una critica è quello di basarsi sulle emozioni e di conseguenza sulle posizioni. Ben poco ci si concentra, in quei momenti, sugli obiettivi 👎

🔴  Il primo presupposto affinché una critica sia costruttiva è che mentre la si agisce venga comunque riconosciuto il valore della persona a cui è rivolta e delle attività che svolge. Per quanto possa a volte risultare difficile è molto importante riconoscere il valore di quello che fa anche se è proprio questo l’oggetto della critica.Entriamo subito nel merito dei 5 step:1 ➡️  chiedere il permesso. Ebbene sì. Chi ti dice che quella persona abbia voglia in quel preciso momento di accogliere la tua critica? Ok sei il suo capo. Non conta. Chi ti dice che l’imposizione sia il miglior modo per avanzare le tue osservazioni? Chiedere il permesso è una formula che di fatto non richiede effettivamente un’autorizzazione, ma prepara l’altro ad accogliere un punto di vista, una proposta di miglioramento, un parere discordante. Chiedere il permesso significa preannunciare con rispetto che si ha qualcosa da dirgli per rendere migliore il risultato.

2 ➡️  essere concreti. Un fatto, un’azione, un momento. Ci vuole precisione. Una critica generica non presenta specifici punti su cui lavorare. Non ha senso attaccare l’intera persona o l’intero progetto. Individua i dettagli precisi su cui vuoi esprimere la tua critica.

3 ➡️  descrivere i propri sentimenti. E qui ti voglio. Cosa c’entrano i sentimenti? Uh c’entrano eccome, specie se si tratta di esprimere un dissenso. C’entrano perché se devi dire che qualcosa non ti piace o ti infastidisce è bene che in primo luogo tu descriva come quella cosa ti ha fatto sentire. Come l’hai accolta.

4 ➡️  dare suggerimenti. Parti qui con le proposte. Non ha senso demolire. Nel suggerire cosa e come cambiare stai già mettendo in risalto quello che non va, non hai bisogno di ingigantirlo solo per il gusto di far notare l’errore. Sii proattiva/o, vai con le possibili proposte e soluzioni.

5 ➡️  spiegare le ragioni dei suggerimenti. Ovviamente le proposte vanno supportate con argomentazioni valide e oggettive, in cui tutti possano intravedere dei vantaggi. Porta delle prove a sostegno delle tue proposte.

Bene, sembra semplice, ma ti accorgerai di quanto sia facile cadere nella tentazione della critica senza considerare questi passaggi.


Non devi farlo!
Questo è il vademecum di una comunicazione efficace che genera 2 risultati strepitosi: buone relazioni, buoni risultati nel tuo business.

Il valore della critica nella Comunicazione: le tre azioni da evitare.

La critica nella comunicazione è fondamentale, ma sono ben tre le azioni da evitare per non rischiare di rovinare tutto.
Partiamo da zero.

La critica è uno strumento importante e applicarlo nel modo corretto è l’unico modo per sfruttarne il potenziale e soprattutto i vantaggi.

La critica per sua natura, e per colpa del pregiudizio, gode di una connotazione negativa.

Nella nostra cultura in passato è andata spesso di pari passo con modalità educative come la punizione o il riconoscimento della colpa, generando sentimenti molto negativi come la frustrazione, il senso di colpa, il senso di fallimento.

Ma in questo l’etimologia aiuta e ci fa notare che la parola “critica” ha la stessa radice della parola “crisi”, che, come ben sappiamo, è vittima della stessa sorte.
 
Sulla parola crisi però qualche segnale di lume c’è stato e già da qualche anno qualcuno la avvicina al concetto di “nuovo inizio” o “opportunità”. 
Lo stesso deve valere per la critica ma il percorso è un po’ più in salita.

Il bambino che a scuola sbaglia che iter segue?
Spesso ancora oggi: il rimprovero (davanti a tutti), la punizione, l’umiliazione di dover intraprendere l’apprendimento dell’errore commesso in una modalità tanto deprimente.
I collaboratori possono sbagliare allo stesso modo.
E lì che succede?
Dipende dal capo, dal team leader, dal supervisore, che il destino ti ha assegnato.

Anche nel mondo adulto e professionale viaggiano aneddoti di interventi molto aggressivi e offensivi nei confronti dell’errore di un collaboratore. Senza arrivare all’estremismo del mobbing esistono realtà in cui la cultura del rimprovero governa tuttora indisturbata.
Come nella migliori tradizioni radicate nel tempo, anche in questo caso è facile azzardare una previsione delle conseguenze:
la critica è pesante, il collaboratore subisce un’offesa che sconfina inevitabilmente nel personale.
 

Nella migliore delle ipotesi si innesca un meccanismo di conflitto pericoloso per la salute mentale dei collaboratori e per il business, nel peggiore dei casi il livello motivazionale del collaboratore si abbassa al minimo storico, entra in un loop di crisi di competenza, qui neanche oso entrare nel merito della quantificazione del danno.

Disastro.


🔴  Una comunicazione efficace ha la funzione di migliorare le relazioni e, anche nel caso della critica, esistono almeno 5 azioni che si possono intraprendere per renderla positiva e costruttiva.
Prima di entrare nella parte bella della storia, è utile operare dei tagli ed eliminare una volta per tutte quelle iniziative, non chiamarle strategie, volte al rimprovero, alla derisione, all’accusa, che danneggiano la persona e il business, perché, in entrambi i casi, sarebbe un grave fallimento.Evita:

  • la casualità temporale. Anche il momento della critica va preparato e pianificato, perché c’è una precisa logica da seguire. Non ha senso intervenire subito, sulla base dell’emotività, solo per la fretta di incolpare. Aspetta il momento giusto che si traduce piuttosto nel “pianifica il momento opportuno”.
  • la presenza di altre persone: prima di stabilire che un feedback negativo, una critica, possano essere utili per tutti, è necessario valutare dopo un primo confronto con il diretto interessato. Una volta estrapolati i contenuti utili di una critica allora si può strutturare una condivisione costruttiva.
  • la generalizzazione. Le critiche non circoscritte, quelle che mettono in discussione non un singolo evento, non una specifica azione, non un momento isolato, ma l’intero operato della persona, o addirittura, la persona stessa.

 

Lavora su questo e smantella vecchi modi di ragionare e di operare 💪

Al prossimo contenuto ragioneremo su come impostare una critica in modo positivo, efficace, costruttivo con 5 specifici step!


Stay tuned!

Il mondo è cambiato, la comunicazione anche. Metti in pratica il principio di prossimità.

Che il mondo sia cambiato non c’è alcun dubbio.

Che la Comunicazione abbia avuto lo stesso esito neanche.

Realtà e comunicazione sono legate indissolubilmente. è tempo di sfide nuove perché è cambiata la realtà e di conseguenza il modo di concepire la quotidianità.

 

Il rapporto con il cliente è cambiato – sia esso interno o esterno -, non ci si incontra, ci si dà appuntamento su zoom, o se si riesci ad incontrarsi si evita la stretta di mano, la pacca sulla spalla con quelli più amici. I collaboratori si gestiscono a distanza, senza pausa caffè insieme per due chiacchiere, una risata … magari anche questo su zoom.

 

Ad un anno dall’evento epocale dell’emergenza sanitaria è cambiato il modo di concepire i valori per non parlare del loro ordine di priorità.

La sicurezza è diventato il mantra di chiunque, superando confini sociali, economici, territoriali. Tutti indistintamente vogliamo sentirci al sicuro. E guai se quella certezza manca, se quella speranza non si affaccia almeno una volta al giorno alla porta di ognuno.

Sostenibilità è diventato il valore che accende riflessioni e sensibilità. 

Relazione: quella parola magica che per alcuni è stata una nuova scoperta, per altri l’incubo di viverne senza o di condividere il tempo cercando di smussare o evitare la conflittualità.

Il distanziamento ha creato dei solchi tra le persone e dentro le persone, condizionando il loro modo di vivere per intero, ma soprattutto di porsi nei confronti degli altri.

Questi altri sono i cari lontani, i più vicini magari anche temuti o evitati, sono le relazioni che ci servono per lavorare, per fare networking, business. Insomma, il nuovo mondo ha determinato la nascita di nuove forme di Comunicazione, non nuove nella loro natura magari, ma nuove nei contesti improvvisamente stravolti, nuove nella percezione, nuove negli obiettivi.

Anche le parole sono cambiate.

Puoi forse più dire “ci vediamo” senza che nell’altro inneschi il pensiero “speriamo, che qui non si sa mai”.

Non puoi più motivare parlando di “accettare una sfida senza che il pensiero vada alla sfida della salute, per la vita. 

“Ce la faremo, dai!” un tempo era la frase dei coach, oggi ti rimanda subito a chi sta combattendo in terapia intensiva ed è inevitabile che sia così, che il pensiero vada lì.

Tutte le frasi, le incitazioni, le parole che prima usavamo con disinvoltura e con intenti positivi, oggi pur mantenendo l’intento positivo vengono ricontestualizzate e diventano angoscianti allusioni.

La mia domanda è: di cosa ha bisogno oggi il mio interlocutore?

La risposta che mi sono dato, prima di interrogarmi sulle parole, è che il mio interlocutore ha in primo luogo bisogno di sentirmi vicino a lui ovvero di vedere agito il principio di prossimità. 

Eh sì, proprio lui, Ovviamente non parliamo di una prossimità fisica, ma di una vicinanza vera anche quando il mio interlocutore non può vedermi. 

Hai presente quella sensazione che provi quando i tuoi cari sono lontani, ma senti che ci sono?

Hanno attenzione, cura di te, vogliono davvero sapere come stai, al di là dei tuoi risultati o successi a loro interessa sapere come ti senti, dentro di te. 

Ecco, a questo mi riferisco quando parlo di principio di prossimità.

Per il nostro cliente il discorso è analogo, ha bisogno di noi, di sentirci vicino senza il bisogno da parte nostra di vendergli qualcosa. 

 

Il principio di prossimità si può in questo modo mettere in pratica:

dando dei consigli, facendo sentire il cliente sicuro del fatto che le scelte fatte sui tuoi prodotti magari facciano il suo bene e quello della collettività, che si senta sicuro del fatto che venire a contatto con te, con il tuo ambiente, con il tuo prodotto non lo esponga a rischi di salute. Oggi anche questo assume un valore elevatissimo.

Il tuo cliente ha bisogno di sentirsi importante per te.

Un errore da non commettere per esempio? Non iniziare con lui una telefonate con un “come stai?”

Ti chiedi il perché?

Perchè c’è un retaggio dietro la frase “come stai” … tutte le volte che la senti sai che a breve riceverai una proposta o una richiesta … che palle!

Ed oggi, in questo contesto, in questo nuovo mondo, “ciao, come stai” non può significare che alla prossima frase cercherò di venderti qualcosa.

Non è questo oggi il modo di avere cura del tuo cliente.

Prossimità, cura, interesse vero.

La sua realtà è cambiata, il tuo modo di esserci deve cambiare.

 

Esistono parole felici? Giornata mondiale della Felicità

Esistono parole felici?
Legittimo chiedersi questa cosa alla vigilia della Giornata Mondiale della Felicità che avrà luogo il 20 marzo.Prima di approfondire il ruolo della Comunicazione nella felicità, è bene approfondire un momento questa ricorrenza.Il 28 giugno 2012 l’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ha stabilito che da quel momento in avanti il 20 marzo sarebbe stata la giornata internazionale della felicità.Il testo recita così:

“L’Assemblea generale […] consapevole che la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica”

➡️  Senza scomodare la piramide di Maslow siamo tutti piuttosto consapevoli che il bisogno più ricercato dall’individuo – e spesso il più difficilmente raggiungibile – sia la felicità.

Secondo il Rapporto Mondiale sulla felicità 2018 dell’ONU, gli indicatori presi in considerazione per stilare una lista dei popolo più felici sono … indovina?

  • pil pro capite
  • sostegno sociale
  • speranza di vita
  • libertà
  • generosità
  • assenza di corruzione

Alla luce di questo the winner is … Finlandia!

E a seguire in cima alla lista gli altri suoi colleghi della penisola scandinava.

🔴  Le motivazioni della felicità, a prescindere dai rapporti istituzionali delle Nazioni Unite, sono estremamente soggettive legate ai momenti storici e personali.

Tuttavia sulla base di un modello di vita assodato e condiviso come quello occidentale è piuttosto coerente e attendibile che i fattori presi in esame siano realistici.La mia domanda ora è: come si colloca la Comunicazione all’interno di questo discorso?

👉 Che ruolo hanno le parole, i toni, i gesti, insomma tutto quello che un individuo può comunicare, nella ricerca della felicità?Ci sono parole che per propria natura includono felicità, pensa a :

  • benessere
  • sanità (nel senso fisico e mentale)
  • amore
  • generosità
  • aiuto
  • filantropia

è un elenco destinato a crescere se orienti il pensiero in questo direzione.

🔴 Quello che però nel mondo delle parole vale sempre è il valore della composizione, ovvero cosa metti prima o cosa metti dopo la parola centrale. Queste piccole particelle hanno il potere di ribaltare i contesti e trasformare una favola in un incubo.Pensa a quando ti viene comunicata una bellissima notizia – hai accesso a qualcosa che desideravi davvero e da tanto – ti illudi per qualche secondo, finché una semplice composizione di parole arriva a distruggere il sogno. Hai presente quelle robe del tipo

  • a condizione che
  • in presenza dei soli seguenti requisiti
  • fatta eccezione per
  • con una valenza limitata a

Quante probabilità ci sono che riesci a schivare tutti quei punti elenco?
Eh!

Un altro esempio riguarda il modo in cui le cose vengono comunicate. Sei in un contesto professionale da cui ti aspetti una crescita, un’evoluzione. Il tuo capo ti comunica una promozione come se ti stesse comunicando l’indirizzo da digitare sul navigatore, nessuno pone in risalto la cosa, nessuno pronuncia le parole magiche – congratulazioni, brava/o te lo sei meritato, sono felice per te –

La tua promozione sì ti consente di evolvere, ma l’assoluta mancanza di entusiasmo e di supporto da parte delle persone con cui ogni giorno dovrai lavorare abbatte la tua motivazione in modo difficilmente recuperabile.

Ma per fortuna le situazioni si possono ribaltare anche positivamente, ed ecco che accanto a parole con una carica negativa si possono collocare parole con un potere attenuante o anche consolatorio.
“Le cose stanno così, ma…”

  • possiamo provare a cambiarle
  • ti sosterremo in ogni caso

Insomma la parola magica non esiste, neppure se in apparenza lo sembra.

🔴  Esiste una combinazione ragionata, supportata da contesti, modellata dal non verbale e alimentata dallo stile relazionale di chi la trasmette.

Buona giornata della felicità e ricorda … parole felici in assoluto non esistono, ma quelle gentili funzionano sempre!

Se vuoi avere sempre la parola giusta, abbi cura della tua intelligenza emotiva

Per avere sempre la parola giusta, una delle prime cose da fare è avere piena consapevolezza della propria intelligenza emotiva. La cura della tua intelligenza emotiva è importante, la gestione delle emozioni è una sua parte fondamentale.

Nel lavoro in team, nelle relazioni di qualunque tipo, nel rapporto seppur discontinuo con i colleghi, la gestione delle emozioni costituisce spesso l’ago della bilancia nell’esito delle situazioni, soprattutto di conflitto.
A volte farsi valere nello scontro con un’altra persona è persino soddisfacente, ma , diciamola tutta, al di là del momento adrenalinico, volendo essere concreti, i vantaggi di uno scontro sono piuttosto scarsi.Non c’è bisogno di spingerci troppo oltre con l’immaginazione, si tratta di situazioni che avrai vissuto mille volte, ma ti faccio un riepilogo

Entri in conflitto con un’altra persona, vuoi ad ogni costo far valere le tue ragioni, ti alteri, ti scateni, ti sfoghi. Alla fine magari l’avrai pure vinta ma ne esci sfinito, esaltato, e decisamente poco obiettivo. 

Hai difeso la tua posizione ma sei sicuro di aver difeso i tuoi interessi e obiettivi?

Spostiamoci in un altro scenario, non per forza sei un aggressivo. Entri in conflitto con un’altra persona, lei urla più forte di te, è più convincente di te, subisci le sue decisioni per evitare di acuire lo scontro. Ne esci comunque sfinito, carico dell’energia dell’altro, frustrato per non aver fatto valere la tua posizione.

Hai rinunciato a un vero confronto, sei sicuro di non aver messo a rischio i tuoi interessi e obiettivi?

Entrambe gli atteggiamenti di risposta/reazione, sono da scartare.


🔴  Uno dei momenti più importanti nella gestione delle emozioni è capire il nesso tra l’interpretazione di un fatto e la reazione che questo fatto scatena in te.

Solo quando ne avrai capito ogni singola dinamica potrai allora decidere un modo alternativo – possibilmente costruttivo – di reagire e risolvere la questione in piena lucidità e obiettività.

Questo è un momento cruciale per lo sviluppo della tua intelligenza emotiva e, per poter raggiungere una soddisfacente capacità di gestione delle emozioni, ti suggerisco un primo esercizio di grande utilità.
 
Qualunque età tu abbia, qualunque sia il contesto di riferimento personale o professionale su cui vuoi agire un miglioramento, un primo passo fondamentale è quello di tenere una nota scritta, o registrata, in cui tu descrivi:

➡️  I dettagli del fatto scatenante
➡️  La reazione che d’impulso avresti voluto agire
➡️  Il modo in cui hai effettivamente agito o non agito
➡️  Il nesso che hai individuato tra quell’evento, i tuoi pensieri e sentimenti, le azioni messe in atto.
Facile no?
Brutte notizie: non lo è affatto.
È un processo, un lavoro strutturato e questo è il primo step.

Come hai affrontato finora le tue emozioni?
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