Come comunicare attraverso una canzone

Comunicare attraverso una canzone è forse una delle più antiche modalità di trasmissione delle emozioni.
Basti pensare che, per sublimare la recitazione di versi, i nostri antenati dell’epoca classica si facevano accompagnare dal suono del flauto o della lira, proprio in questo modo sono nate grandi opere appartenenti al patrimonio letterario dell’umanità, come l’Iliade e l’Odissea.

Secondo Nietzsche , filosofo, poeta e compositore del IXX secolo, la musica è l’unica forma d’arte capace di penetrare l’animo umano ed arrivare lì dove altre forme d’arte non riescono ad arrivare.
La musica indubbiamente fornisce una base alle parole e riesce a farle veicolare in maniera più fluida e immediata.

Nel corso di questa settimana, mi si perdoni il salto temporale, si è parlato a lungo di musica in occasione dell’appuntamento annuale con il Festival di Sanremo, che richiama puntualmente sul palco artisti noti e meno noti per presentare i loro brani al pubblico.

Quest’anno si sono alternati i nuovi volti del rap, volti e voci molto popolari del rock melodico e nuove combinazioni risultate dalle contaminazioni culturali che sempre arricchiscono il repertorio artistico di un paese.

Ma, venendo al dunque, cosa comunica una canzone, e, soprattutto, come si può essere certi che quello che comprendiamo sia il significato esatto che l’autore gli ha attribuito nel momento in cui l’ha composta?

La risposta è semplice: noi non possiamo!

Non per mancanza di immedesimazione o capacità di attribuire un senso profondo alle cose, ma semplicemente perché gli stessi autori, quando scrivono, sono spinti da slanci diversi, da ispirazioni spesso in contrasto o addirittura in contraddizione tra loro.

La scrittura artistica, a differenza di quella informativa o promozionale, ha questo vantaggio: ti consente di esprimerti come vuoi senza porti il problema della coerenza e la preoccupazione di allineare troppi elementi.

Dal punto di vista dell’ascoltatore, la comunicazione dei contenuti di una canzone, può subire stravolgimenti inaspettati.

Quante volte ti è capitato di ascoltare una canzone in un momento particolare della tua vita e pensare che le parole facessero proprio al caso tuo e stessero in qualche modo raccontando quello che sta capitando a te?
Immagino molte, come a tutti!
Questo accade perché l’ascoltatore può manovrare, più o meno consapevolmente, una variabile chiamata interpretazione!

Si narra che “Wish you were here” dei Pink Floyd non parli esattamente di una relazione d’amore, eppure se l’ascolti dopo essere stato lasciato, in preda allo smarrimento e al senso di vuoto, scommetteresti che quella canzone sia stata scritta da uno che si sentiva come te.

E che dire di “A perfect day” di Lou Reed?
Non la dedicheresti a chi porta gioia e amore nella tua vita?
Eppure sembra che sia un ringraziamento a ben altre cose.
Ne siamo certi?
No!
A meno che non abbiamo la fortuna di attingere alla fonte certa: un’intervista all’autore che ci sveli senza remore (lo farà?) tutto quello che aveva nella testa mentre scriveva.
E anche qui ti chiedo: lo reputi possibile?
Io direi di no, e ti cito la seconda variabile importante: l’ispirazione, che è spesso frutto di emozioni, desideri, mancanze, che possono durare pochi istanti e generare capolavori, come i due pezzi sopra citati.

Tutto questo per dire che quando l’autore dà alla luce una canzone automaticamente delega all’ascoltatore il potere di mettere in atto la sua interpretazione e sognare in base alle emozioni che quel testo e quella musica trasmettono.
Il segreto della comunicazione delle canzoni è proprio questo: il mittente perde il controllo e il destinatario declina quei versi secondo la propria ispirazione e capacità di comprensione, in funzione del contesto e del momento.

Il bello della comunicazione è anche questo: poter donare le parole e lasciare che chi le ascolta le faccia proprie.

Spero ti sia stato utile questo mio contributo post sanremese, se vuoi approfondire tutto ciò che ha a che vedere con la comunicazione vieni a trovarmi qui!

I discorsi che hanno fatto la storia: Gandhi alla marcia del sale

Il discorso: non smettere mai di aspettare un mio post su questo argomento, perché, come sai, mi sta particolarmente a cuore ed è uno dei pilastri del mio must “sempre la parola giusta”.

Ebbene la parole vanno inquadrate, strutturate, inserite in una sequenza logica, coerente e funzionale.
Sono un appassionato dei grandi discorsi della storia, in particolare di quelli che hanno contribuito in qualche modo a rendere grande quel pezzo di storia!

Oggi voglio condividere un passo del Discorso della marcia del sale, di Gandhi del 1930.
Te lo introduco prima di riportarne la citazione.
La marcia del sale fu un’iniziativa volta a sfidare il decreto ministeriale reale che proibiva agli indiani di estrarre il sale. Inizialmente i protagonisti di questa iniziativa furono in pochi, ma arrivarono in migliaia, per poi, in migliaia, essere picchiati e arrestati dalla polizia inglese.

Ecco il discorso che Gandhi proclamò alla marcia del sale

Da quanto ho visto e sentito nelle due ultime settimane, sono propenso a credere che il numero dei seguaci della resistenza civile continuerà ad aumentare ininterrottamente. Ma è necessario che non si manifesti neppure una parvenza di violenza anche dopo che noi saremo stati arrestati. Noi abbiamo fermamente deciso di far ricorso a tutte le nostre risorse per portare avanti una lotta esclusivamente nonviolenta. Nessuno deve consentire che l’ira lo faccia deviare da questa via. Questa è la mia speranza e la mia preghiera. Vorrei che queste mie parole raggiungessero ogni angolo del paese. Se io e i miei compagni periremo nella lotta, avremo portato a termine il nostro compito. Toccherà allora alla Commissione di Lavoro del Congresso indicarvi la via da seguire, e starà a voi seguire la sua guida. Questo è il vero significato della risoluzione della Commissione di Lavoro.

L’emozione, e il brivido, che questo discorso infonde è legato non solo ai contenuti profondi e di grande valore umano e civile, ma anche al modo in cui la resa di questi contenuti è resa sublime grazie alla struttura su cui il testo è costruito:

– C’è un’apertura contenente tutto ciò che è necessario introdurre per coinvolgere i partecipanti e ribadire le motivazioni
– C’è un “corpo” in cui il discorso vive il suo sviluppo e contiene i fatti, le volontà, la determinazione, creando una chiara ispirazione.
– C’è un atterraggio, una chiusura, che porta a compimento, con coerenza, ciò che stato anticipato, accompagnato da una visione del futuro, sotto forma di speranza e di richiesta all’azione (preghiera).

La potenza di questo discorso lo ha reso uno dei più famosi e dirompenti della storia.

Ogni discorso, a prescindere dai contenuti, è reso efficace dalla sua struttura.
Vuoi sapere come costruire un discorso efficace per dare il giusto valore, e soprattutto seguito, alle tue parole?
Vieni a leggere qui!

Gli orrori nella comunicazione: non aprire un negozio se non sai sorridere

Un antico detto orientale recitava così “non aprire un negozio se non sai sorridere” ed io mi sento di aggiungere anche “non cercare lavoro in un negozio, non ti relazionare con il pubblico se non sei in grado, non dico di sorridere, ma almeno di essere educata e professionale con un cliente.”.

Come spesso accade mi ritrovo a raccontare esperienze che ho vissuto realmente!

Occupandomi di comunicazione praticamente mi capita di lavorare a tempo pieno anche solo osservando e studiando le situazioni in cui mi imbatto e le persone che incontro, per non parlare di tutte le dinamiche comunicative che si instaurano tra di loro o tra me e loro.

Qualche giorno fa, in attesa dell’ennesimo treno in partenza, entro in un negozio di abbigliamento di un noto brand italiano all’interno della Stazione Termini di Roma per cercare un un capo che mi interessava e che mi avevano segnalato in quel punto vendita.
Mi avvicino allo stand dei giubbotti e trovo quello che mi interessa, ma la mia taglia non era nello stand. Mi dirigo verso la commessa, che ho facilmente individuato perché indossava la divisa di quel brand, per chiederle se dello stesso modello aveva una taglia più piccola. La commessa in questione era posizionata dietro la cassa accanto un’altra commessa che stava gestendo contemporaneamente 10 clienti. Poiché la mia domanda era molto veloce e non richiedeva grosse manovre né operazioni logistiche, mi sono avvicinato alla commessa libera e le ho semplicemente chiesto se c’erano altre taglie oltre a quelle esposte.
La mia domanda richiedeva una risposta semplice: sì, no, devo controllare.

Lei neanche mi guarda in faccia, ma mi risponde a voce molto alta, quasi urlata, “ ho appena staccato, non posso aiutarla”.
Ora con il massimo rispetto nei confronti di chi lavora facendo dei turni forse anche lunghi ed estenuanti, sono rimasto molto stupito, negativamente, della brutalità con cui ha bloccato la mia domanda pur trattandosi di una risposta facile e breve che avrebbe risparmiato a me la delusione di una risposta sgradevole e alla sua collega l’undicesimo cliente di cui occuparsi da sola.

 

Al di là della maleducazione che ti contraddistingue a livello personale, qui ci sono delle note professionali su cui riflettere per non cadere nelle rete di convinzioni che se vendi scarpe stai vendendo scarpe e basta.
Non è così!

Se vendi scarpe, lampadari, soggiorni in una spa, tu stai vendendo, e prima ancora rappresentando, un brand.

In quel momento tu stai raccontando chi è quel brand, come lavora, come si occupa dei suoi clienti e dei suoi prodotti. Se tu mi comunichi che per il solo fatto di aver staccato da tre secondi non sei in grado di fornirmi un’informazione veloce né di avvalerti delle più elementari regole di buona educazione, tu stai comunicando, e in pubblico, che qualcosa non funziona come dovrebbe.

Anche la postura traeva in inganno: era dietro la cassa, indossava una divisa, nulla nel suo atteggiamento comunicava che fosse fuori servizio.

La coerenza è un elemento importante anche nella comunicazione, in quel preciso istante il suo non verbale era in netto contrasto con quello che poi ha comunicato a parole.

Quando si comunica in pubblico è fondamentale:

  • Un allineamento tra ciò che si dice e ciò che si fa
  • Il rispetto dell’interlocutore a prescindere dal ruolo e dal contesto
  • Il rispetto nei confronti del ruolo che si riveste e del brand che si rappresenta
  • La capacità di fornire una risposta adeguata anche se non si è in grado di soddisfare a pieno le richieste dell’interlocutore.

Vuoi saperne di più su come si comunica in pubblico?
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Come si applica il Mirroring

In occasione della giornata I’m Comunicazione, la scorsa domenica, ti ho parlato di mirroring.

Oggi vorrei approfondire il discorso e capire meglio il funzionamento di questo processo.

Di quanto siano importanti gli aspetti non verbali della comunicazione abbiamo ampiamente discusso, in particolare sulla possibilità di avvalersi della comunicazione non verbale per garantire una maggiore efficacia comunicativa.

Il mirroring poggia su una struttura di comunicazione non verbale.

Questa tecnica, ideata nell’ambito della PNL (programmazione neuro linguistica) consiste nel rispecchiamento dei comportamenti del tuo interlocutore, ovvero nell’imitazione dei suoi gesti e tono di voce.
Nel corso del mirroring avviene che, poco dopo la fase iniziale, l’interlocutore che fa da “specchio” inizia a cambiare atteggiamento, alzando il tono di voce, cambiando postura, o cose di questo tipo: se l’interlocutore segue i comportamenti dell’altro vuol dire che il mirroring sta funzionando.

Il mirroring è particolarmente efficace nelle relazioni di aiuto, ad esempio tra coach e cochee o counselor e cliente, perché contribuisce notevolmente allo sviluppo di una relazione di fiducia, indispensabile per guidare le persone verso percorsi di cambiamento e trasformazione.

Con il mirroring infatti restituiamo all’interlocutore, attraverso il nostro comportamento, gli stessi atteggiamenti che appartengono al suo modello comunicativo.

Diventare lo specchio di qualcuno, riflettendone la posizione delle braccia e delle gambe, la postura, l’espressione del volto, viene percepito dall’altro, anche inconsciamente, come empatia, affinità, somiglianza.

ATTENZIONE::::

La tecnica del mirroring esclude comportamenti di presa in giro e ridicolizzazione dell’altro, questo significa che chi applica una dinamica di mirroring deve assumersi la responsabilità di costruire una sintonia rispettando l’altro, con discrezione e delicatezza, senza invadere il suo spazio e infastidirlo.

Ricorda sempre che il tuo interlocutore è in grado di sentire il suo stato d’animo attraverso il tuo mirroring e percepirti come una persona vicina al suo modo di essere.
Uno dei più significativi vantaggi di questa tecnica è che ti consente di creare rapport senza necessariamente conoscere il tuo interlocutore.
L’inconscio ha un ruolo importante nel mirroring perché spesso il nostro interlocutore non è consapevole di molti suoi gesti automatici come i tic o i comportamenti ripetitivi (toccarsi il mento, battere le dita, arrotolarsi i capelli tra le dita).

Il potere del mirroring sta proprio nel fatto che la ripetizione di un comportamento accentua le affinità e assottiglia le differenze, in questo modo l’empatia aumenta.

Secondo Richard Bandler, fondatore della PNL, insieme a John Grinder, per comprendere pienamente il mirroring bisogna pensare al fenomeno degli orologi descritto da Itzhak Bentos in Stanking the Wild Pendulum: orologi diversi per dimensioni, con pendoli della stessa misura, se collocati sulla stessa parete gradualmente sintonizzano i movimenti dei loro pendoli.

Per comprendere i meccanismi che sottendono e regolano il mirroring basti pensare alla naturale propensione che tutti abbiamo nel riconoscere fiducia e affidabilità a ciò che ci è più familiare.

Il mirroring viene applicato consapevolmente e intenzionalmente mentre invece gli effetti del suo operato avvengono a livello inconscio dove avvengono tutte le valutazioni sulla qualità del rapport.

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Il 2019 sarà il miglior anno di sempre grazie a Pianificazione Strategica

Siamo nel 2019, è stato un attimo e già ci sei dentro!

Come accade ogni anno, anche questa volta si inizia con una ricca lista di buone intenzioni.
Sai bene, per esperienza maturata, che i buoni propositi sono altamente esposti al rischio di dispersione, al punto che, già tra una quindicina di giorni, potresti accorgerti che le cose stanno prendendo una direzione diversa da quella che avevi programmato.

Questo non va bene!
Devi sapere da subito cosa fare e quando.

Allora direi che nella tua lista di buoni propositi la prima cosa da inserire è la pianificazione.
Non sto parlando di una semplice programmazione delle attività, ma di un vero e proprio processo, con specifici strumenti e dinamiche.
Uno strumento che ti consentirà di avere una visione globale dei tuoi obiettivi, delle loro scadenze, delle risorse e gli strumenti che hai per realizzarli e in che momento è più efficace farlo.

Quando parlo del processo di pianificazione mi riferisco alla capacità di costruire un vero e proprio piano d’azione molto dettagliato, chiaro ed efficace attraverso il quale definirai nuove linee guida, credenze, focus e obiettivi per ogni ruolo della tua vita.

Questo è stato il pensiero che mi ha guidato alla programmazione della giornata di

MAS Pianificazione Strategica de “2019 il miglior anno di sempre”

Vediamo insieme quello che ti aspetta!

Imparerai:

  • A riflettere sui tuoi ruoli in ambito personale e professionale per pianificare nuovi obiettivi sia nel lavoro che nelle relazioni affettive.
  • A focalizzare le tue energie e programmare il tuo grandioso 2019, in modo concreto, dettagliato e realistico.
  • A individuare, comprendere e superare i limiti che credi di avere
  • Ad analizzare e riscoprire i tuoi valori personali e le risorse che hai a disposizione per realizzarli
  • A programmare le strategie più efficaci per raggiungere i tuoi obiettivi e realizzare il tuo piano d’azione nel corso del 2019!

Non posso svelare altro perché il 12 gennaio è vicino, ma il discorso va approfondito.

Puoi farlo qui!

I 7 punti chiave del discorso aziendale di fine anno

Nel corso di questa settimana, molti “capi” sono alle prese con cene aziendali in occasione delle festività natalizie.
La cena aziendale è un momento di incontro importante tra Capo e collaboratori e, a seconda dell’impostazione aziendale e del tipo di mood che si vuole seguire, può essere più o meno formale.

All’interno della cena aziendale un ruolo fondamentale è rivestito dal discorso aziendale, che, a livello strutturale, segue le stesse dinamiche e step di un discorso qualunque – apertura, corpo, chiusura – ma in termini contenutistici contiene una serie di peculiarità che è interessante approfondire.

Partiamo dal soggetto: chi è più opportuno che tenga il discorso di fine anno?
Beh, senza ombra di dubbio la persona più indicata sarebbe l‘imprenditore stesso, per quanto l’azienda possa essere strutturata e ramificata, è il punto di riferimento dei collaboratori, la persona da cui è nata l’idea imprenditoriale e che meglio può rappresentare la sua stessa azienda.

Quali devono essere i contenuti di un buon discorso aziendale?
Anzitutto bisogna rievocare i valori e la mission aziendale e come questi hanno permesso di raggiungere gli obiettivi, o parte degli obiettivi, dell’anno precedente.

I contenuti del discorso devono rispecchiare quanto più possibile l’identità aziendale, i valori che i collaboratori e dipendenti condividono e in cui si rispecchiano. Per questo è bene che l’apertura del discorso aziendale si soffermi sull’importanza dell’aspetto umano e del valore di tutte le risorse che fanno grande l’azienda a livello valoriale e in termini di fatturato.

Nel corpo del discorso c’è spazio per i numeri, perché quelli sono il metro per misurare la crescita in termini di profitto, per le osservazione, per i margini di miglioramento e per i progetti futuri.
Nel corpo del discorso c’è l’incoraggiamento a fare di più e a fare meglio, c’è la visualizzazione del futuro supportata da obiettivi chiari con scadenze definite.

Non deve essere una riunione di lavoro, è ovvio. Il clima è più informale, ma si tratta di un evento che celebra la collaborazione delle persone in un’impresa e quell’impresa le unisce.

La chiusura del discorso deve far incontrare queste due logiche: un momento identitario all’interno di un’organizzazione e il riconoscimento del valore personale, oltre che professionale, di tutti quelli che ne fanno parte.

Quindi per prepararti al meglio al tuo discorso per la cena aziendale tieni presente questi 7 punti chiave e il tuo discorso sarà un successo!

  • Presentarsi e rinnovare il piacere di essere a capo della divisione, organizzazione, business unit
  • Ripercorrere i valori e la mission aziendale
  • Condividere considerazioni sul raggiungimento degli obiettivi definiti e le azioni intraprese
  • Soffermarsi sul valore delle persone unite dall’identità aziendale
  • Portare qualche numero a supporto della crescita aziendale
  • Condividere i margini di miglioramento incoraggiando i collaboratori a fare sempre meglio
  • Valorizzare le professionalità impiegate e le loro competenze come risorsa fondamentale in vista degli obiettivi futuri, specificati nei loro dettagli e scadenze.

Sei pronto per il tuo discorso aziendale?
Approfondisci sempre e per ampliare la tua conoscenza in materia fai un salto qui!

Buon discorso aziendale!

Come fare un atterraggio perfetto

Eccoci alle prese con l’atterraggio perfetto!
Quello del discorso, intendiamoci!

Connettiti con la situazione: sei lì, hai completato la tua performance, sai di aver iniziato bene, sviluppato gli argomenti alla grande, devi solo appoggiare l’aereo sulla pista e capire come è andato il viaggio!
E soprattutto i tuoi “passeggeri” te li sei persi o ci sono ancora?
Usciamo dalla metafora e entriamo nel dettaglio: la cosa più importante, e allo stesso tempo più difficile, è tenere alto il livello di attenzione del pubblico in fase di “atterraggio”.
Come possiamo capire e misurare l’efficacia della nostra performance?

Uno strumento molto importante è il feedback, ovvero il messaggio di ritorno che i nostri interlocutori ci inviano.

Attraverso il feedback possiamo percepire il loro livello di gradimento a partire dalle espressioni dei loro volti!
Il feedback può essere anche sollecitato o esplicitamente richiesto dallo speaker che può chiedere al proprio uditorio se si hanno commenti, riflessioni, osservazioni da porre.
Oltre a queste modalità informali per raccogliere feedback sul lavoro svolto esistono anche metodo più strutturati come, ad esempio, la somministrazione di moduli o questionari di valutazione dove si può scegliere cosa chiedere all’uditorio, decidendo così in base a quale aspetto valutare la riuscita o meno della performance.

Attraverso il questionario di valutazione, che può essere strutturato in risposte multiple, risposte chiuse o risposte aperte, si sceglie cosa valutare: l’efficacia dei contenuti, la chiarezza nelle spiegazioni, la capacità di coinvolgimento, la capacità di interagire con il pubblico, si possono infatti analizzare alcuni di questi aspetti o tutti insieme.
Molto importante, alla fine di una performance in pubblico, è chiedersi se gli obiettivi che sono stati anticipati sin dal momento iniziale sono stati raggiunti.
Molto utile per lo speaker, ai fini di migliorare sempre nell’efficacia delle proprie performance, è fare una sorta di autovalutazione, annotando, a mente fresca, le aree di miglioramento individuate nel corso della trattazione.
Accompagnare il pubblico verso la chiusura è importante per rafforzare il significato dell’intera trattazione e mantenere alto fino alla fine l’interesse dell’uditorio.

Ti ho detto tutto quel che devi sapere finora, non dimenticare di approfondire l’articolato mondo del discorso pubblico, puoi farlo qui!

Vogliamo concludere il discorso?

La chiusura di un discorso è una fase non meno delicata delle precedenti,come apertura e corpo del discorso, anche perché gli ultimi momenti sono quelli che resteranno più impressi nella memoria di chi ascolta.

Lo so che tra il Black Friday e altro mi sono concesso qualche digressione, ma non dimentico dove eravamo rimasti!
Eccoti sei lì, sei partito alla grande, hai esposto i tuoi contenuti, e adesso devi tirare le reti in barca e riavvicinarti alla riva!
Una buona chiusura del discorso è fondamentale per assicurare che tutto ciò che è stato trasmesso sia stato realmente assimilato.
Anche la fase di chiusura prevede uno specifico iter e delle strategie per rendere la performance più efficace.
Andiamo con le tips!
Per rendere una chiusura più incisiva lo speaker ha l’opportunità di:
– sottolineare gli obiettivi conseguiti durante un percorso condiviso con l’uditorio in modo da evidenziare i risultati ottenuti;
– riconoscere il contributo del pubblico e il merito dei partecipanti nel raggiungimento degli obiettivi;
– riconfermare il piano d’azione definito e condiviso

La fase di chiusura comprende il sommario e il piano di azione.
Durante la trattazione gli argomenti discussi sono molteplici, così come gli esercizi, le simulazioni, gli aneddoti, per questo è importante che il relatore riassuma i momenti salienti del suo discorso, ripercorrendone gli step principali.

Possiamo affermare che la chiusura di un discorso sia una fase delicata almeno quanto l’incipit, questo perchè ricerche sul campo hanno dimostrato che l’inizio e la chiusura sono i momenti in cui l’attenzione del pubblico è più alta.
La chiusura non può essere certo improvvisata, deve anzi essere introdotta, anticipata e condotta senza velocizzare eccessivamente i tempi, né accorciandoli. Quel che è certo è che la chiusura deve lasciare un’emozione.
Riassumiamo ora alcuni suggerimenti per chiudere un discorso in pubblico:
Proporre un piano d’azione: abbiamo già visto l’importanza dell’invito a fare qualcosa, iniziare un progetto, intraprendere un percorso,etc;
ricapitolare il discorso facendo presente i passaggi più importanti;
utilizzare una metafora o un piccolo racconto per accompagnare l’uditorio verso la conclusione;
fare una domanda retorica per invitare l’uditorio a sviluppare delle riflessioni sugli argomenti trattati;
proporre una visione d’insieme per condividere una riflessione sugli argomenti trattati;
fare ringraziamenti e rendere partecipe il pubblico nel raggiungimento degli obiettivi.
lanciare un video: lasciare come ultimo ricordo un’immagine impattante o carica di significato;
fare una citazione: per concludere affidarsi alle parole di autori la cui autorevolezza sia riconosciuta.

Ho finito…ma solo per oggi!
Torno presto, nel mentre sai dove devi andare?

Fai un salto qui Come Comunicare in Pubblico!

Come comunicare un licenziamento?

Esiste un modo per comunicare un licenziamento?
La risposta già la sai!
Partiamo subito da un presupposto: esiste un modo per comunicare qualunque cosa!

Voglio partire da un fatto, realmente accaduto, raccontatomi da una persona che ho seguito e che qualche mese fa ha voluto condividere con me le impressioni di una semplice conversazione che oggi mi ha autorizzato a postare su questo blog.

La conversazione di cui sopra riguarda un tema scottante, doloroso e spesso traumatico: un licenziamento. Nel caso specifico il suo.
Da tempo aveva percepito che la piccola azienda per cui lavorava come assistente della titolare, navigava in pessime acque: una piccola realtà, con un business ancora poco definito e perennemente dominato dell’incertezza.
Dopo essersi ritrovata a fare per mesi la spalla del pianto della sua titolare, che era solita esprimere i suoi stati emotivi in ufficio, l’assistente è stata licenziata.

Fin qui niente di nuovo all’orizzonte, mi dirai, ma il bello, per modo di dire, deve ancora venire.
Viene convocata 5 minuti prima della comunicazione e, dopo un breve preambolo, in cui la titolare espone tutte le sue preoccupazioni personali sulla sua azienda, queste sono le parole che escono dalla sua bocca:

Non voglio più avere la responsabilità di sostenere un’assistente, voglio vivere più leggera, e d’ora in poi quando il sabato sera mi metto a dormire anziché preoccuparmi di come pagherò il tuo stipendio, voglio preoccuparmi solo del panino che mangerò il giorno dopo sul lago di Bracciano

Testuali parole, e non stento a crederlo, nessuno dimenticherebbe una simile affermazione.

Non facciamoci prendere dalle emozioni però, qui non si chiede a nessuno di stabilire il torto o la ragione, qui si fa comunicazione ed è questa la prospettiva da cui analizzeremo questa vicenda.

Partiamo dall’assistente licenziata: era proprio necessario che si prestasse a fare la spalla su cui piangere in un contesto professionale?
Di certo no: in qualunque contesto professionale è possibile stabilire un confine tra le sfere di competenza. Questo non significa che dobbiamo diventare dei robot disumani, ma piuttosto che è possibile definire dei paletti pur restando disponibili e umani.

La titolare.
Dove poteva agire meglio da un punto di vista comunicativo?
Cominciamo:

  • Parlare di risultati, numeri, obiettivo, in questo caso rispettivamente non raggiunti, non sufficienti, mal definiti.
  • Escludere i suoi desideri personali evitando che la persona a cui stava comunicando un cambiamento, in negativo, importante, avesse di lei un’immagine legata a un panino nella totale spensieratezza. Ci vuole serietà e delicatezza, e soprattutto stile.
  • Tracciare un parallelo tra le competenze dell’assistente in questione e quelle richieste dall’azienda per spiegare al meglio le motivazioni del licenziamento e il motivo per cui professionalmente quella persona non era più adatta per quell’incarico.
  • Motivare la dipendente licenziare a cercare un’opportunità professionale più in linea con il suo profilo.
  • Far presente che le condizioni aziendali richiedevano un taglio importante dei costi senza ricorrere al panino sul lago di Bracciano.

Molti imprenditori, soprattutto quelli con poca esperienza, tendono a dimenticare che le persone non costituiscono solo una spesa, ma si chiamano risorse proprio perché l’azienda offre loro un percorso di identificazione con essa e nel momento in cui una collaborazione si interrompe entrambe le parti perdono qualcosa.

Ogni azione comunicativa deve tener conto del contesto, delle variabili emotive, dei dati reali.

Ecco perché non mi stancherò mai di dirti che non si improvvisano le cose, si studiano!
Fai un salto qui e capirai meglio di cosa sto parlando!

Come nasce il black friday e perchè funziona – Tutta questione di ….

… di … (continua a leggere per scoprirlo)

Eccoci alla giornata più attesa del periodo prenatalizio, all’appuntamento con l’occasione, l’affare e, soprattutto, l’acquisto.
Da giorni fioccano sulle nostre mail newsletter con i prodotti in promozione, c’è chi inizia prima, chi concentra tutto in questa giornata e chi, dall’altra parte, prepara la lista degli acquisti da fare.
Stiamo parlando del Black Friday.

La storia di questo evento è interessante, l’arrivo in Italia è piuttosto recente, quel che è certo è che il successo del Black Friday è legato a un binomio potentissimo: il Natale e Internet, in particolare il mondo dell’e-commerce.
Non che il Black Friday riguardi solo lo shopping on line, ma è grazie al web che questa “tradizione commerciale” dagli Stati Uniti e Canada ha attraversato gli oceani e raggiunto il mondo intero grazie allo sconfinato potere di Internet che ci consente di conoscere con ragionevole anticipo gli articoli interessati dalle offerte.

Facciamo un salto nella storia e vediamo l’origine.
Non esiste una data precisa per il Venerdì Nero, perché la sua ricorrenza è legata ad un altro evento, il Thanksgiving Day, Giorno del Ringraziamento, che a sua volta ricorre il quarto giovedì di novembre.
Nel 1924 si è festeggiato il primo Black Friday, quando la catena Macy’s ha organizzato una parata il giorno successivo al Ringraziamento, da allora inaugura il periodo Natalizio.
Negli anni ‘80 la moda del Black Friday ha conosciuto una significativa accelerazione grazie anche all’economia rampante di Ronald Reagan.
Da allora è stata una crescita continua di incassi fino all’esplosione totale con l’e-commerce.
Ma perché “black” se è un evento legato agli incassi e alla prosperità?
Proprio per questo motivo: sembra infatti che i registri contabili venissero compilati con 2 colori, inchiostro nero per gli incassi, rosso per le perdite, e il Black Friday in termini di incassi non conosce eguali.

Il termine in verità sembra sia stato coniato negli anni ‘60 dalla polizia di Filadelfia in occasione della tradizionale partita di football “Army vs Navy”, Esercito contro Marina, che richiamò in città un numero pazzesco di tifosi che congestionarono il traffico al punto da definire quella giornata “un venerdì nero”. Quindi venerdì nero perché anche lo shopping crea non pochi problemi al traffico.
Dagli anni ‘80 in poi ha prevalso la versione positiva dei registri contabili come spiegazione della definizione.

Il nome incute quasi timore, racchiude in sè 2 elementi che si trascinano un importante carico simbolico, nonché scaramantico: il venerdì e il nero.
Né di Vene né di Marte ci si sposa, né si parte, né si dà principio all’arte!
Ecco cosa pensavano gli antichi, per non parlare della coincidenza venerdì 17, Dio ne scampi!
Il nero è il colore delle tenebre, del lutto, dell’umore quando qualcuno ti fa incazzare, del gatto che guai se ti taglia la strada!
Come vedi, ogni cultura è intrisa di credenze proprie, la vera magia è quando riusciamo ad acquisire tradizioni non nostrane e a introdurle nella nostra realtà, un po’ come Halloween che alla fine è diventato un secondo Carnevale!
La magia del Black Friday è diversa: qui si parla di soldi e tanti!
E, a differenza dei tanto attesi saldi di gennaio e luglio, questa data si colloca nel periodo migliore per fare gli acquisti di Natale e i primi acquisti invernali (maggiori consumi di elettricità, gas, capi d’abbigliamento, etc).

La comunicazione dei brand in quest’occasione si fa ancora più accattivante e intensa e trionfa uno dei più importanti must delle regole della vendita: sollecitare, talvolta creare, i bisogni del cliente.
Ecco che le app, grazie alla profilazione, propongono articoli che hai cercato sui principali canali di e-commerce, ecco le pagine di facebook e instagram costellate di promozioni sullo zaino, il materasso, la vacanza, che hai cercato.
Bene, può essere una buona occasione, ma è mio dovere invitarti a tenere gli occhi bene aperti dandoti, come spesso accade, semplici ma efficaci consigli:

  • Mettiti nelle condizioni di poter verificare che lo sconto proposto sia effettivo e non improvvisato (ad esempio inizia a cercare quello che ti interessa un paio di mesi prima se possibile)
  • Arriva con una tua lista e non farti trascinare da tutto quello che ti propongono, perché è il Black Friday non una vincita all’enalotto
  • Approfittane per farti un regalo legato alla tua crescita personale/professionale o a un momento di meritato benessere
  • E se proprio devi farli questi regali di Natale (:-)) può essere davvero l’occasione giusta per fare felice le persone a cui tieni!

Buon Black Friday!