Al bando le “Non Parole”!

Cosa sono le “Non Parole”?
Starai pensando – Matteo Maserati è impazzito, ha smesso di parlarci di parole e ora comincia con le “non parole” – …esatto!
Un po’ come nella favola di Alice nel Paese delle Meraviglie e il bianconiglio dove si festeggiava un allegro non compleanno.

Ti sto parlando di tutte quelle parole prive di significato che le persone insicure e non convinte di quello che stanno dicendo, tendono ad aggiungere nel loro discorso per riempire i momenti di pausa.
E ti dirò di più: le non parole non vengono utilizzate solamente dalle persone insicure e non convinte, ma anche da tutti coloro che si sentono inadeguati mentre stanno parlando di fronte ad un pubblico.

Hai presente quando stai parlando con quelle persone che, mentre stanno esprimendo un’idea o semplicemente ti stanno raccontando qualcosa, intervallano le loro parole con suoni di questo tipo:
Emm, eeee, cioé , precisamente, sinceramente , appunto, etc…-
Oppure tendono a “strascicare” l’ultima lettera della parola che hanno appena pronunciato : – ieriiiii sono andato a casa eeee ho lavato i piatti -.

Il Motivo per cui si utilizzano le non parole è molto semplice, quasi scontato.

Nasce da una percezione sbagliata del silenzio.

Ebbene sì: abbiamo qualche problema con il silenzio.
Spesso mentre stiamo parlando ci troviamo nelle condizioni di dover pensare a ciò che stiamo per dire e alcune volte non ci viene subito il modo in cui dirlo o la parola che dobbiamo usare, in quel preciso istante quindi ci troveremo nelle condizioni di fare un silenzio, una piccola pausa di alcuni istanti.
Le pause però fanno paura perché il silenzio fa paura, per una errata convinzione che ci hanno trasferito e che abbiamo involontariamente acquisito: pensiamo che chi sta in silenzio è perché non sa le cose. Questo è vero se il silenzio è molto prolungato, ma se dura pochi istanti tende solo ad evidenziare ed esaltare quello che abbiamo appena detto o che stiamo per dire.
Per rendere ancora meglio l’idea provate a leggere queste poche righe , prolungate le vocali o consonanti come mostrato e per avere una migliore sensazione di quello che vi ho appena scritto vi invito a leggere ad alta voce:

” Ciaaoo, mi chiamoooo Gino Rossiiii eeee sono unnnnn idraulico eeeee vengono da Roma. Lavorooo in proprio eeee appunto faccio l’ idraulico, hemmm aggiusto tubi , cioé tubi rotti”

Quante volte ti capita di ascoltare persone che si presentano, che parlano e utilizzano proprio questa modalità?
Guardate cosa accadrebbe se invece parlassero in modo differente, leggetele sempre ad alta voce e rispettate la parola PAUSA/SILENZIO
“Ciao , …PAUSA/SILENZIO
Mi chiamo Gino Rossi, …PAUSA/SILENZIO
Faccio l’idraulico e vengo da Roma, …PAUSA/SILENZIO
Lavoro in proprio e aggiusto tubi, …PAUSA/SILENZIO”
quelli rotti …PAUSA/SILENZIO”

Le Non Parole tendono a trasferire una sensazione di insicurezza e inadeguatezza. Molte persone che ho seguito in questi anni hanno cambiato drasticamente la percezione che trasferivano all’esterno prestando un po’ di attenzione a quanto fosse importante sostituire le loro parole con delle pause pensate, calibrate e significative.

Il modo migliore per non pronunciare le non parole e sostituirle con le giuste pause è fare esercizio.
Un esercizio che ti voglio consigliare in questo momento è quello di prendere con regolarità il registratore del tuo smartphone, va bene anche solo quello audio, e parlare per circa cinque minuti. La prima volta probabilmente noterai che cominci diverse parole prive di significato, dalla seconda in poi tenderai a farci sempre maggiore attenzione.

Nel prossimo post ti parlerò dell’importanza di uno strumento efficacissimo nel campo della comunicazione: le pause.
Hai idea dell’importanza che può avere una pausa all’interno di una dinamica di Comunicazione d’Impatto?

Inizia a farti un’idea… leggendo proprio qui!

Ma quanto è cool la comunicazione multisensoriale?

Ai 3 canali della Comunicazione, ecco dove eravamo rimasti!
La codifica nel cervello umano avviene quindi facendo un mix di questi tre canali, ma voglio entrare più nello specifico per capire meglio di cosa si tratta!
Se ti chiedo di immaginare una mela, probabilmente la prima cosa che ti verrà in mente è la mela, rossa, verde, oppure potresti avere la sensazione tattile della buccia liscia o sentire il rumore tipico del morso della mela che automaticamente ti porta anche a sentirne il sapore.

Sarebbe interessante capire quale canale prediligi, anche adesso che stai leggendo queste righe: il canale visivo, uditivo o  cinestetico.

Mettiti in gioco per qualche minuto e seguimi in questo test!

Mentre inizi a leggere queste parole scritte e senti la voce dentro la tua mente, prova a pensare ad un tavolo, potrebbe essere il tavolo che hai di fronte a te in questo momento o il tavolo della tua cucina, o anche quello dell’ultimo ristorante in cui sei stato.

L’importante è che sia un tavolo che hai visto. Cerca di ricordarne la forma ed il colore, vedi quello che vedevi e pensa se era quadrato tondo oppure di un’altra forma geometrica.
Come erano i bordi?
Vivi o morbidi?
Il colore era uniforme o aveva delle variazioni?
Bene, ora chiediti di che materiale era fatto: legno , ferro, vetro plastica, formica o marmo?
Immagina ora di sollevarlo: ti sembra pesante o leggero?
Se lo buttassi a terra da 3 metri di altezza che rumore farebbe?
Se inizi a picchiettare con la tua mano o le nocche delle tue dita che suono ne uscirebbe?
E se iniziassi a staccarne un pezzo con i denti che sapore avrebbe? Che rumore percepiresti all’interno della tua bocca?
E se lo leccassi sarebbe amaro o dolce?
Prova ad avvicinare il naso al tavolo e annusalo.
Che odore avrebbe?
Di cosa saprebbe?

Molto bene.

Ti sei trovato a visualizzare in un modo multi sensoriale il tavolo. Forse sei rimasto colpito dagli aspetti visivi (forma, colore) qualcun altro magari sarebbe stato colpito dagli aspetti uditivi (rumore), infine è presumibile che qualcun altro ancora avrebbe provato delle strane sensazioni quando ho suggerito di dedicarsi agli aspetti cinestesico (gusto, odore, materiale).

Poco importa quale ti ha colpito di più , sicuro è che ogni persona che ha letto le righe sopra ha visualizzato in modo intenso il tavolo.
Ne sono certo, é garantito al 100%!

E ne sono così sicuro perché volutamente ho toccato tutti e tre i canali di codifica delle informazioni.

Sai cosa significa questo?
Che qualunque sia il messaggio che vuoi trasmettere, o quello che stai per recepire, amico mio, portare la comunicazione a un livello multisensoriale significa moltiplicarne gli effetti.

Ogni interlocutore avrà un proprio canale favorito, ma non è detto che lo speaker ne sia a conoscenza, quindi è fondamentale sviluppare l’abilità di saper comunicare a un pubblico fortemente eterogeneo e avere la certezza di poter arrivare a tutti!
Immagina il potenziale della comunicazione multisensoriale in una dinamica di comunicazione d’impatto!
È da un po’ che te ne parlo e non mi stanco mai di farlo, se ancora non lo hai fatto corri a vedere di cosa sto parlando

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La Comunicazione d’Impatto non perdona: #semprelaparolagiusta

Ogni cosa mi parla di Comunicazione d’Impatto!

Non sono impazzito, ma come spesso accade quando progetto un percorso, oltre alla trattazione delle basi teoriche e all’aggiornamento dei contenuti, mi guardo intorno per studiare sul campo come cambia il modo di comunicare delle persone.
Il linguaggio è la mia specialità e sono attento all’uso che ne fa e a come cambia il suo utilizzo in funzione di alcuni fattori.

All’interno di una performance in pubblico il linguaggio è senza dubbio un elemento di altissima incidenza sulla buona riuscita della comunicazione. Un buon linguaggio facilita la trasmissione di un messaggio verbale, ma non è tutto.
Sai qual è uno dei più pericolosi, e purtroppo frequenti, tranelli in cui cadere?

Pensare che in un discorso in pubblico la capacità di esprimersi attraverso un buon linguaggio sia l’unica competenza richiesta ad un bravo speaker!

Avere un buon linguaggio è fondamentale, ma lo è altrettanto saper utilizzare una serie di strumenti che ne amplifichino l’efficacia comunicativa. Anche quando si è consapevoli di poter contare su una buona abilità oratoria si deve prestare attenzione a non commettere dei facili errori.

Andiamo ai fatti e prendi nota:
Ecco le linee guida i per rendere al massimo l’efficacia del linguaggio:

· adottare un linguaggio che sia il linea con lo stile e il livello culturale dell’uditorio, indagare dunque con precisione sulla tipologia di pubblico e, se possibile, utilizzare anche un gergo di settore condivisibile;

· utilizzare parole semplici e appropriate, accertandosi che possano essere chiare per tutti. Fornire sempre una spiegazione/traduzione se si sceglie di utilizzare termini stranieri o tecnico-scientifici troppo specifici;

· usare messaggi brevi e logici così da agevolare sia la comprensione che la memorizzazione;

· arricchire il discorso con aneddoti, storie di vita, esempi concreti di persone. Apprendere attraverso l’esempio delle esperienze di altri cattura maggiormente l’interesse del pubblico e ne facilita la comprensione dei contenuti.

Bene, abbiamo tracciato il percorso, adesso iniziamo a fare qualche passo concreto!

Ti ho parlato a lungo di tutti gli aspetti non verbali della comunicazione, è arrivato il momento di entrare nel dettaglio del linguaggio.
La storia inizia così: nella seconda metà dello scorso secolo molti studi hanno posto l’attenzione su come l’essere umano percepisca gli input dall’esterno utilizzando principalmente tre canali: visivo, uditivo, cinestesico.

Qui inizia un nuovo capitolo, che affronterò con te nel prossimo post!

Devi essere pronto e avere tutti gli strumenti per il corso sulla Comunicazione d’Impatto!
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Prrr…come Prossemica!

Oggi voglio parlarti di qualcosa che consapevolmente o inconsapevolmente porti con te nei momenti comunicativi e che la dice lunga sul rapporto con il tuo interlocutore!

La prossemica!
“Che strana parola”, starai pensando!
La prossemica nasce intorno agli anni ’60 per definizione dell’antropologo americano Edward Hall! Lui iniziò dallo studio del comportamento animale per il controllo del territorio.
Il termine “prossemica” deriva dal latino proximus, prossimo ed è la disciplina che studia il modo in cui l’uomo si muove nello spazio, di come reagisce agli stimoli provenienti da questo spazio e di come se ne serve per comunicare con gli altri.
La prossemica, dunque, riguarda quella sfera della comunicazione non verbale legata alla gestione dello spazio nella comunicazione.
Hall prende in esame lo spazio attorno all’uomo e per primo riconosce che questo spazio non è vuoto, ma suddiviso in precise aree concentriche, invisibili, entro le quali l’individuo si muove e fa entrare gli altri seguendo criteri ben precisi: all’aumentare dell’intimità diminuisce la superficie dell’area occupata.

Le aree di azione dell’uomo identificate da Hall sono 4:
· L’area intima
· L’area personale
· L’area sociale
· L’area pubblica

L’area intima: è la distanza che si mantiene con le persone care, quelle con cui si ha maggiore confidenza e familiarità. In termini spaziali riguarda una zona dai 20 ai 50 cm e copre la distanza raggiungibile dalle nostre mani se teniamo i gomiti vicino al corpo. La distanza è così breve che in questo caso è possibile il contatto con il corpo della persona vicina, è l’area dell’abbraccio, uno spazio in cui si sentono le parole anche se appena sussurrate, in cui è possibile sentire l’odore e addirittura variazioni del colorito legate all’arrossire o l’impallidire.

L’area personale: è la zona in cui facciamo entrare le persone con cui abbiamo un rapporto di conoscenza, ma non intimo, è la giusta distanza per una stretta di mano o per una conversazione di cortesia. L’estensione è dai 50 ai 120 cm ed equivale alla distensione del braccio. A questa distanza il tono della voce può rimanere moderato, si avverte sicuramente il cambiamento di colorito del volto. Non si avvertono più in quest’area gli odoro personali e il profumo, a meno che quest’ultimo non sia così forte da invadere la zona dell’altra persona.

L’area sociale: in quest’area la distanza si raddoppia rispetto all’area personale ed arriva fino a 240 cm. In quest’area sono collocate le persone che non conosciamo bene, quelle con cui abbiamo un rapporto poco intimo e casuale: un funzionario della banca, un tecnico chiamato per lavori di manutenzione. In quest’area sono collocate le persone con cui si ha un rapporto professionale privo di coinvolgimento affettivo.

In questa area i gesti sono molto utilizzati per facilitare la comprensione, l tono di voce è più elevato, non è possibile toccarsi o sentire profumi degli interlocutori. Il contatto è prevalentemente di natura visiva, quindi lo sguardo è la modalità comunicativa privilegiata.

L’area pubblica: questa è l’ultima area in cui è possibile inserire persone con le quali si hanno rapporti diretti, e copre una distanza che va da 240 cm a 8 metri. Questa è la zona d’interesse per chi deve parlare in pubblico e rivolgersi a un uditorio. In questa zona assume maggior rilevanza la componente verbale che necessita dell’ausilio di un paraverbale un po’ più robusto, voce alta, e di un non verbale altrettanto ricco.
La prossemica è importante per comprendere tutte le dinamiche messe in atto in un processo di comunicazione e naturalmente l’importanza del suo ruolo emergerà anche nello studio della Comunicazione d’Impatto!

 

Se è vero che un gesto vale più di mille parole…occhio a come ti muovi!

Ti sei mai chiesto quanti gesti metti in atto durante le tue giornate? Impossibile contarli effettivamente, perché la maggior parte di essi sono involontari e automatici.
La scorsa settimana ti ho parlato del grande Albert e del suo ruolo nello studio della comunicazione non verbale, oggi voglio soffermarmi sulla gestualità e anche in questo caso dirti due parole su chi si è occupato di questo ramo del linguaggio del corpo.

Negli anni ’50, un antropologo americano, Ray Birdwhistell, si dedicò allo studio della mimetica e della gestualità definendo “cinesica” la comunicazione veicolata da questi due elementi.
Cinesica, dal greco, kinesis=movimento.
Anche lo zoologo Desmond Morris si dedicò allo studio dei segnali non verbali e definì il gesto come “qualunque azione capace di inviare un segnale visivo ad un osservatore (…) e di comunicargli una qualsiasi informazione”.
Ti riassumo quello che ha dedotto dai suoi studi e dalle sue osservazioni.

La comunicazione gestuale può essere:
· Volontaria: i gesti accompagnano il messaggio veicolato dalle parole in maniera consapevole, coerente e appropriata;
· Involontaria: nella maggior parte dei casi i gesti sono involontari e non controllati e ci si pente di averli messi in atto;

Nel 1970 due studiosi della University of California, Paul Ekman e Wallace Friensen ripresero il modello della cinesica e lo rielaborarono, articolando al cinesica in 5 aree:
1. Gesti illustratori: vengono messi in atto per rafforzare il discorso, l’obiettivo è quello di arricchire la comunicazioni con messaggi visivi per facilitarne la comprensione. Esempio: per dire che una località è particolarmente lontana o un bene particolarmente costoso si tende a rafforzare quest’immagine alzando le mani verso l’alto.

2. Gesti simbolici: sono gesti dotati di un significato condiviso dai membri di una specifica cultura e spesso si sostituiscono alle parole. Un esempio può essere il pollice alzato che nella nostra cultura significa “ok”, “confermato” e può essere riconosciuto con molta facilità da tutti coloro che ne condividono il significato. Questo stesso gesto può avere un significato diverso in altre culture, il pollice alzato può anche significare: un gruppo di muli, un occhio nero, una sposa proveniente da un determinato villaggio.

3. Gesti indicatori dello stato emotivo: sono per lo più compiuti inconsapevolmente e si esprimono attraverso espressioni facciali, movimento degli arti, postura, come ad esempio chiudere le spalle o portarsi la mano davanti alla bocca.

4. Gesti di adattamento: anche questo gruppo rientra nella sfera dei gesti involontari e sono anch’essi legati al nostro stato emotivo. Rivelano se una persona è a disagio e includono 3 tipi di movimenti:
· cambiamenti di postura
· azioni indirizzate verso il proprio corpo come toccarsi il viso
· azioni centrate sull’oggetto: mordicchiare una matita, giocare con gli occhiali, togliersi l’anello

5. Gesti regolatori: hanno la funzione di regolare il confronto tra il la persona che parla e l’interlocutore, in questo gruppo possiamo individuare gesti come: annuire, il contatto oculare, cambiamenti nella posizione del corpo.

Insomma…occhio al gesto amico mio, perché nulla sfugge a chi ti osserva, e soprattutto attento a quello che comunichi, perché bastano pochi istanti e il dado è tratto, indovina dove voglio andare a parare?

Propri lì: occhio al gesto nella Comunicazione d’Impatto, e se ancora non ti è giunta voce di come funziona,

leggi proprio qui!

Ti presento Mehrabian!

Dal titolo sembra un buffo incontro!
Da un po’, come sai, mi sto soffermando sull’importanza dei segnali non verbali ed oggi ti spiego cosa ha fatto Albert che qualche tempo fa ha approfondito il tema ed individuato degli elementi “standard” sempre validi e attuali da prendere in considerazione quando parliamo di linguaggio non verbale.
Nel 1971 lo studioso in psicologia sociale, Albert Mehrabian della University of Los Angeles condusse uno studio sulla comunicazione non verbale, mettendo a confronto le modalità comunicative, verbale e non verbale, e misurandone l’efficacia dei risultati.

Sulla base di questa sua ricerca avallata da numerosi esperimenti elaborò un modello che ancor oggi rappresenta un punto di riferimento nello studio delle dinamiche comunicative.
Il suo modello prende in esame 3 elementi fondamentali della comunicazione interpersonale:

· Il linguaggio del corpo
· Gli elementi vocali
· Le parole

Senti che numeri ha tirato fuori:

· Il linguaggio del corpo veicola il 55% del messaggio trasmesso, gesti, posizione, espressioni del volto sono responsabili di una così alta percentuale di importanza nel processo di comunicazione;
· Il 38% della comunicazione arriva attraverso la voce, gli elementi chiamati in causa sono quindi: il ritmo, il tono, il timbro, le pause, l’inflessione
· Il 7% della comunicazione è affidato alla strumento della parola, il contenuto verbale, come vediamo, riveste un ruolo di minor importanza rispetto alle componenti non verbali e paraverbali.

Sulla base del modello di Mehrabian possiamo concludere che il 93% dei nostri messaggi viene trasmesso attraverso il linguaggio del corpo includendo in esso anche gli aspetti relativi all’uso della voce.
Attenzione però: riconoscere un solo 7% di incidenza alla comunicazione verbale non significa ridurne l’importanza !
Le parole sono importanti (#semprelaparolagiusta però)!
Ma non puoi fermarti alle parole, meglio scomporre tutto quello che entra in gioco in una comunicazione per capire chi fa cosa e in che misura.
L’importanza della comunicazione non verbale non può essere in alcun modo sottovalutata, tanto che molto spesso tendiamo a dare più importanza a come una cosa viene detta piuttosto che al solo contenuto.

Dallo studio condotto da Mehrabian emerge che l’impressione che gli altri si fanno di noi dipende nell’ordine da:
1. Aspetto fisico
2. La forma in cui ci esprimiamo
3. Il contenuto della nostra comunicazione
Secondo Mehrabian se il 55% della comunicazione , gli elementi della sfera non verbale, non sono interessanti per l’interlocutore, quest’ultimo non è disposto a dedicare la propria attenzione al restante 45%.

La comunicazione non verbale è la componente più importante nel processo di costruzione di un’impressione…e quando dico impressione, ormai sai già che il pensiero va alla Comunicazione d’Impatto!

Vuoi sapere meglio di cosa sto parlando?
Leggi proprio qui!

Hai perso le parole? Hai molto altro!

Di comunicazione non verbale ho già iniziato a parlarti da qualche tempo, l’argomento è piuttosto vasto ed è bene che tu abbia quanti più possibili strumenti a disposizione per comprendere e farti comprendere nella comunicazione con i tuoi interlocutori.
Già sai che sarebbe davvero difficile spiegare un concetto solo attraverso le parole:  il linguaggio del corpo ha proprio il compito di dare un rinforzo alle parole. Se ti osservi nei gesti quotidiani ti accorgi di un sorriso, una smorfia, un’apertura di braccia, un avvicinamento: sono tutti elementi che tiri in ballo per accompagnare un contenuto verbale o per sostituirlo ad esso.

Immagina situazioni di profondo imbarazzo, disagio, rabbia…ti viene in mente qualche tuo comportamento? Ti spiego meglio: la comunicazione non verbale è funzionale alla comunicazione di sentimenti come:
· Simpatia e antipatia
· Accettazione e rifiuto
· Verità e menzogna
· Interesse e noia

Sei consapevole del fatto che questi sentimenti ci viene molto più spontaneo esprimerli senza parlare?

Il linguaggio non verbale è frutto del nostro subconscio, questo lo rende un indicatore molto attendibile dei nostri reali sentimenti. La gestualità è in grado di andare oltre le parole e comunicare ciò che esse da sole non possono esprimere. Conoscere il linguaggio del corpo, le componenti della comunicazione non verbale e saper identificare e decifrare i segnali che la nostra gestualità esprime è molto utile per migliorare i processi comunicativi e controllare gli elementi che li ostacolano, tuttavia non è possibile controllare del tutto la nostra comunicazione non verbale che lascia sempre spazio all’imprevedibilità emotiva.
Ci viene insegnato sin dai primi anni di scuola l’importanza di sapersi esprimere attraverso un linguaggio chiaro e appropriato, meno ci viene detto sull’importanza del linguaggio del corpo che è invece il canale attraverso il quale passa la maggior parte della nostra comunicazione.
Ciò che comunichiamo con il linguaggio del corpo si manifesta attraverso:
· L’espressione del volto
· Il contatto oculare
· La postura
· I movimenti della mani, braccia, gambe
· La tensione del corpo
· Il contatto diretto
· La distanza spaziale
· La voce(tono, timbro, ritmo, inflessione, pause, tremolìo)

Prima di andare avanti con ulteriori approfondimenti sull’argomento, ti consiglio di percorrere ad uno ad uno gli elementi in elenco. Quante volte hai percepito i sentimenti di una persona nei tuoi confronti attraverso la distanza, breve o importante, che metteva tra di voi?
Quante volte hai capito quello che qualcuno stava per dirti leggendo nell’espressione del suo volto?
E quante altre hai percepito il disagio di qualcuno attraverso il movimento della braccia o della mani?
Parliamo di te ora: quante volte hai capito dalla tensione del tuo corpo che chiunque avrebbe percepito la tua ansia?

Ecco, credo adesso tu abbia un quadro più ampio della situazione.
Ti lascio solo immaginare l’importanza che questi elementi possono avere sulla Comunicazione d’Impatto…sai già di cosa sto parlando vero?

Leggi qui se non l’hai già fatto!

Comunicazione Non Verbale: prima di parlare hai già 3 alleati

Ti ho già parlato, e in più di qualche occasione, di Comunicazione Non Verbale e Linguaggio del Corpo.

Nel post della scorsa settimana hai potuto riflettere sul potere della voce e sul suo ruolo nel processo comunicativo.
Oggi, che sai già tanto sulla comunicazione para-verbale, ti voglio sul pezzo perché ti parlerò di 3 importanti elementi che possono realmente fare la differenza nella Comunicazione Non Verbale:

  • Il contesto
  • La coerenza
  • Il complesso

Memorizza bene il legame tra questi 3 elementi perché ti saranno di grande aiuto nel gestire la tua Comunicazione Non Verbale e nel comprendere quella degli altri.

Il contesto: è un elemento di fondamentale importanza, la cornice di qualunque momento o processo comunicativo e non tenerlo in considerazione sarebbe un gravissimo errore!
Eccoti l’esempio: sei un docente e stai tenendo un’aula esposta a molti rumori. Un vetro è rotto e riparato in modo improvvisato e provvisorio, entra un freddo glaciale e sei invaso dai rumori della strada che pur non avendo il potere di coprire il suono della tua voce disturbano la tua performance rendendoti nervoso e probabilmente anche meno sicuro di te! Già ti immagino: inizi a fare smorfie con la bocca e ad avvicinarti eccessivamente al tuo uditorio per farti sentire meglio, a fare strane espressioni con il viso ogni volta che un passante grida o un clacson ti disturba, probabilmente anche il tono della nostra voce ne risentirebbe. In una situazione come questa una mancata valutazione del contesto conduce inevitabilmente ad una valutazione negativa della performance. Ovviamente qui si presume che un uditorio adulto sia in grado di valutare le difficoltà di un simile contesto, l’esempio estremizzato serve solo per mettere in rilievo l’importanza del contesto in ogni processo comunicativo.

La coerenza: è fondamentale che ci sia una corrispondenza tra ciò che diciamo e i segnali che il nostro corpo manifesta in quel momento. Veniamo anche qui ad un esempio: sostenere di aver apprezzato molto uno spettacolo teatrale mentre per tutto il tempo si è sbuffato, sbadigliato e consultato l’ipad non è esattamente indice di coerenza. Pertanto la corrispondenza tra il contenuto e i segnali non verbali comunicati dal nostro corpo è anch’esso un elemento imprescindibile nell’interpretazione del linguaggio del corpo.

Il complesso: una visione complessiva di tutta la situazione rende più completa, realistica e credibile l’interpretazione del linguaggio del corpo. Dare eccessivo credito a un gesto isolato a un’unica espressione è un errore da evitare nell’interpretazione del linguaggio del corpo. Il singolo gesto da solo non basta, è il complesso, l’insieme che ti mette nelle condizione di interpretare in maniera più congrua i contenuti non verbali di un processo comunicativo. Non si può accusare di disinteresse una persona dell’uditorio perché per pochi secondi consulta il proprio cellulare!

Ora, raccogli le informazioni che ti ho dato finora e immagina l’importanza di 3 elementi come questi in una situazione di Comunicazione d’Impatto! Ebbene sì, proprio quella di cui ti ho già accennato in qualche post fa e che ti consiglio di approfondire!

<<<Guarda qui>>>

Voce: non dimenticarla a casa!

Voce!
Quante volte qualcuno ti ha gridato queste 2 sillabe!
Pensa a scuola, quando durante le interrogazioni eri così terrorizzata/o da non riuscire neanche a respirare, figuriamoci a parlare!
Nella gestione di un discorso in pubblico, il controllo della voce è un elemento importantissimo per il successo del tuo messaggio!
La cosiddetta Comunicazione Paraverbale, altro non è che il modo in cui moduliamo quello che stiamo dicendo.
Che si tratti di un discorso pubblico, di una presentazione al cliente, di una dichiarazione d’amore, di una testimonianza in tribunale…insomma a nessuno potrà sfuggire il modo in cui le parole che usciranno dalla tua bocca verranno accompagnate da un suono, e quel suono, amico mio, ti assicuro che può fare molto, sia in senso positivo che negativo.
Partiamo dal piccolo inconveniente che può manifestarsi nel momento in cui devi “esibirti” in pubblico o comunicare qualcosa che ti mette in difficoltà o imbarazzo: la voce nervosa.
Come controllare questa eventualità?
· Prendendo consapevolezza che il disagio della voce alterata è più un discorso di percezione interna del suono aggravato dal nostro stato emotivo, sta di fatto che per raggiungere il tuo obiettivo devi trovare il modo di farti uscire il fiato!
· Respirando profondamente e con un ritmo ridotto per favorire il rilassamento;
· Evitando di tirare continuamente colpetti di tosse per schiarire la voce: è un rumore molto irritante per chi ascolta ed è    dannoso per le nostre mucose. Aspettando qualche minuto, di solito, infatti, dopo l’inizio, questa sensazione di raucedine  scompare;
·  Iniziando ad alta voce, come se stessi parlando proprio a quelli dell’ultima fila.

Per quanto riguarda invece il volume, è importante che tu riesca a controllare la tua energia nervosa e trasformarla in un’opportunità raggiungendo un volume elevato ed energico.
Il tono di voce è un elemento fondamentale nella gestione della trasmissione del messaggio, soprattutto considerando che il tuo interlocutore non è in grado di ricordare tutte le informazioni che riceve, è determinante, dunque, metterne in risalto le più importanti.

Per poter raggiungere questo obiettivo ricordati di :
· avere la capacità di utilizzare al meglio il tono di voce;
· usare pause strategiche;
· organizzare la tua comunicazione attraverso piccoli strumenti estremamente efficaci, come: la ripetizione del messaggio, enfasi visiva, etc.
· variare il tono di voce durante la comunicazione.

Nel post della scorsa settimana ti ho parlato della comunicazione d’Impatto, dell’importanza di raggiungere il livello massimo di efficacia in pochissimo tempo.
Pensi che la voce non abbia un ruolo in questo processo?
Altrochè!

La voce è uno strumento con specifiche funzioni e conoscerne il potenziale è fondamentale soprattutto in un processo strategico e complesso come quello della Comunicazione d’Impatto!
Vuoi capire meglio di che si tratta?

<<<guarda qui>>>

Tempo poco, efficacia massima: ecco a voi la Comunicazione d’Impatto

Comunicazione d’Impatto significa togliere di mezzo tutti gli elementi fuorvianti, e perditempo, che possono creare una distanza tra te e il tuo interlocutore: lui deve sapere chi sei e quanto vali, nel tempo che hai a disposizione, con le parole che hai a disposizione (e ricorda…sempre la parola giusta!).

Il tempo a disposizione stringe, in qualunque settore, professione, contesto.
Le competenze da comunicare sono molte e trasversali…insomma bisogna uscire dalla modalità “biglietto da visita”, cv tutto imbellettato,e casi di successo da raccontare…c’è un cambiamento di tendenza adesso, quello che conta, che funziona veramente,è riuscire a trasmettere il proprio valore attraverso la comunicazione.

Sapere e saper fare restano due valori fondamentali, ma se non si è in grado di comunicarli purtroppo servono a ben poco!
Hai solo uno strumento a disposizione: l’efficacia della tua comunicazione, giocatela bene perché è un treno che non passa 2 volte!
Il tuo interlocutore si farà un’idea di te e non sta a lui scoprire quanto vali, ma sta a te arrivare al suo interesse.
Mi capita di seguire molte persone che hanno un background molto distante dagli studi che hanno fatto, la loro principale difficoltà al momento è quella di trasferire agli altri le competenze e abilità acquisite nel tempo, incrociando le varie esperienze e conoscenze. Sarebbe davvero imperdonabile, e poco furbo aggiungerei, perdere occasioni di business, di ingaggio, di partnership, a causa dell’incapacità di comunicare nelle poche, spesso uniche, occasioni che ci vengono date.

Comunicazione d’Impatto significa arrivare al tuo interlocutore senza indugi, sollecitare i suoi interessi e indurlo a chiederti di più.
Il tuo obiettivo deve essere lì, chiaro, inequivocabile, e i tuoi strumenti devono essere all’altezza di questi obiettivi!
Stai forse pensando che sia un’abilità di pochi?
Una specie di talento, un qualcosa di innato che non si può allenare o acquisire nel tempo e seguendo i percorsi giusti?

Ma cosa ti viene in mente!
Lo so che ti stai facendo una marea di domande ora, adesso ti spiego meglio di che si tratta.

Le attuali dinamiche di mercato, il modo in cui si muove il mondo del lavoro e non solo concedono sempre meno tempo alla comunicazione.
Sai quanto tempo hai per arrivare al tuo interlocutore?
90 secondi.
Sai cosa significa arrivare al tuo interlocutore?
Significa conquistare la sua testa e il suo cuore, ovvero far comunicare la sua razionalità con la sua sfera emotiva.
Comunicazione d’Impatto vuol dire saper parlare a queste 2 sfere e riuscire anche a farle parlare tra di loro.
Comunicazione d’Impatto vuol dire conoscere il ruolo e le funzioni di 3 elementi fondamentali: princìpi, modelli, script.
Vuoi sapere meglio di cosa stiamo parlando?

 

<<<leggi qui>>>