Articoli

Stile di comunicazione passivo e mobbing: chi sono le vittime più facili?

Ho iniziato questo percorso di conoscenza degli stili relazionali partendo dalla volontà di capire il fenomeno del mobbing.

Sono partito dal presupposto che avere gli strumenti giusti avvicina le persone alla soluzione e sapere che stile relazionale utilizza chi ti trovi di fronte non è affatto una cosa da poco.

Partiamo dall’identikit del passivo.
Ti anticipo però che se non hai letto il post della settimana precedente ti perdi pezzi importanti, quindi corri su questo link e recupera il tempo perso!
Torniamo a noi.

Chi applica lo stile passivo?
Lo stile passivo è caratterizzato da una forte inclinazione ad evitare responsabilità e conflitti con l’interlocutore.
I comportamenti rintracciabili nello stile passivo sono:
– Non esporsi
– Non affermare la propria posizione subendo quella degli altri
– Non dichiarare i propri desideri né il proprio malcontento
– Non esprimere emozioni, soprattutto quelle negative
– Non intervenire nella conversazione per proporre una propria idea
– Non comunicare disaccordo quando le argomentazioni degli altri sono fortemente in antitesi con i propri valori
– Manifestare la tendenza a lamentarsi senza mai proporre soluzioni o alternative
– Evitare di prendere di petto i problemi e di proporre soluzioni

Lo stile passivo presenta degli elementi fortemente connotativi anche nella sfera della comunicazione non verbale e paraverbale, vediamone alcuni.

Quando si ha una maggiore tendenza verso lo stile passivo si manifestano i seguenti comportamenti:
– Non guardare negli occhi l’interlocutore
– Essere molto evasivo
– Avere un volume e un tono di voce basso e cantilenante
– Muoversi a scatti e con gesti nervosi
– Non si ha una buona fluidità verbale, compromessa da numerose pause ed esitazioni
– Si ha una gestione dello spazio tendente ad aumentare la distanza dall’interlocutore

Questo un rapido sguardo sullo stile passivo, tenendo sempre ben presente che per la schematizzazione degli stile è necessaria un’estremizzazione dei comportamenti in modo da rendere efficacemente le differenze tra le tre diverse tipologie.
L’obiettivo di chi tende a relazionarsi con uno stile passivo è sempre quello di evitare le discussioni.
Quante volte durante una riunione o anche un confronto tra amici ti è capitato di osservare che uno dei presenti non esprime il suo dissenso nei confronti di chi sta parlando ma tu sai perfettamente, magari perchè lo conosci bene, che non può essere assolutamente d’accordo con le proposte lanciate?

Anche nell’ambiente familiare, ad esempio, spesso un componente con una personalità più trainante riesce a concretizzare i propri desideri magari a scapito di quello che non ha il coraggio di dire nulla, ma abbassa la testa, dice di sì mentre gli trema la voce e non vede l’ora di uscire dalla stanza per andare a sfogare la sua rabbia altrove?
Il passivo si comporta come se i suoi bisogni fossero perennemente secondari rispetto a quelli degli altri.
Ebbene rimanendo sui due precedenti esempi, prova ora ad immaginare che le due persone che hanno subito i comportamenti di altri si trovino ora in un contesto totalmente diverso, con persone meno prepotenti e magari più inclini all’ascolto, vedrai che in un caso simile il “passivo” avrà l’opportunità di mostrare anche la sua area comportamentale non passiva!

Mi fermo ok, è tanta roba.
Sai cosa sto per dirti vero?
Che gli strumenti giusti ti salvano le giornate, il lavoro, la vita.
Vieni a vedere di cosa sto parlando, clicca qui!

Il veglione…di settembre!

C’è chi sostiene che l’inizio dell’anno debba essere festeggiato a settembre…considerando tutto quello che ognuno di noi è chiamato a muovere dopo la fine dell’estate, direi che quest’affermazione davvero non fa una piega.

Si ricomincia: questa è la parola d’ordine.
Cosa, come, dove, quando è poi nell’esperienza di ciascuno, ma quello che davvero accomuna tutti è la necessità di alzare il culo (ops) dalle sdraio e immergersi in una nuova stagione tutta da costruire.

Da anni sostengo la motivazione come valore alla base di molte azioni, fondamentale per intraprendere percorsi e attività.

Tutti i miei percorsi per te sono pronti, ho tutto quello che ti serve per le tue performance in pubblico: strumenti, strategie, tips, conoscenze per una corretta lettura dei contesti e dei tuoi interlocutori.
Hai tutto a disposizione per far decollare le tue performance comunicative: niente più titubanze, intoppi, perdite di tempo e soprattutto niente più buchi nell’acqua: è arrivato il momento del successo!

La domanda che ti faccio è semplice: tu sei pronto?
Essere pronti non si traduce nel volerlo e basta, è un processo strutturato anche questo, quindi il mio primo intervento per te dopo l’estate comincia adesso dandoti gli strumenti per prepararti all’apprendimento e alla messa in pratica delle competenze che ti consentiranno di arrivare spedito ai tuoi obiettivi.

Devi, e dico devi:

· avere assoluta consapevolezza di voler diventare speaker eccellente e di avere le abilità per poterlo essere concretamente;
· maturare la convinzione che l’abilità di parlare in pubblico non è qualcosa di irraggiungibile o metafisico, ma una competenza che si può acquisire raggiungendo un’adeguata preparazione seguendo regole e passaggi ben definiti;
· pensare in termini positivi il tuo obiettivo, visualizzando il momento in cui esporrai un discorso in pubblico come un momento positivo, immaginando di avere successo come abile oratore nella professione e nel privato;
· dedicarti all’esercizio: l’abilità comunicativa va allenata, seguendo percorsi precisi di studio e di applicazioni pratiche per affinare le capacità e avvicinarci all’eccellenza;
· sfruttare tutte le occasioni per fare pratica in materia di Public Speaking, sia buttandoti in situazioni che lo richiedono, mettendo alla prova la tua abilità, sia osservando gli altri e catturando spunti utili.

Non finisce qui, per il momento ti faccio fare un giro panoramico di quello che ti aspetta, clicca qui!

Benvenuto in questo settembre ricco di opportunità!

Ospite a casa! Le giuste regole!

Da cosa nasce l’esigenza di fare una riflessione sul rapporto che intercorre tra il valore dell’ospitalità e il modo poi di comunicarlo?

Calma! Te lo racconto subito.
Mentre mi godo la decompressione di agosto non perdo occasione per tenere allenate le mie abilità di osservatore e, sarà deformazione professionale accanita, mi ritrovo ad analizzare le situazioni osservandone gli aspetti di comunicazione.
Vado dritto al punto perché la questione è davvero singolare: nel caso in cui si ospita qualcuno in casa propria, o in cui si è ospite, come viene gestito questo rapporto in termini di comunicazione?

Questo pensiero nasce dall’esperienza di una mia amica che, a dire il vero, al ritorno dalla vacanza non è ancora in grado di dire se si è trattato di una disavventura oppure no.

Giulia non aveva organizzato granché per le sue vacanze quest’anno, fresca di divorzio, desiderosa di riposo, riceve per ferragosto l’invito da parte di alcuni amici a trascorrere qualche giorno al mare presso la loro casa in Montenegro. Giulia entusiasta accetta l’invito, organizza la sua partenza, ma arrivata lì, pur conoscendo le persone che le avevano spontaneamente offerto l’alloggio, si è sentita fortemente in imbarazzo perché non riusciva a comunicare in maniera “sana” con questi amici.

Fatte salve le differenze culturali che vanno sempre messe in preventivo anche senza uscire dai confini nazionali, può capitare che il modo diverso di percepire e di trasmettere il valore dell’ospitalità possa creare situazioni davvero poco piacevoli.
Il rapporto di ospitalità nasce da un presupposto: c’è qualcuno che accoglie in casa propria qualcun altro, questo implica posizioni non allineate a prescindere dalla vicinanza affettiva tra le persone coinvolte.
Alcuni manifestano freddezza non mettendo a proprio agio l’ospite, altri sono invadenti e gli organizzano la vita, altri ancora lo travolgono con le proprie attività…alt!
Facciamo ordine!
Proviamo a buttare giù un vademecum dell’ospitalità che possa in qualche modo fungere da “regolatore” nelle dinamiche comunicative inserite in questo contesto.
Prendi nota:

  • L’ospite non è un prigioniero, e quest’ultimo, dal canto suo, deve sentirsi libero di far presente la necessità di non allinearsi necessariamente a tutte le proposte degli ospitanti. Con i dovuti modi e usando #semprelaparolagiusta
  • L’ospite non è un soprammobile: non puoi pretendere nemmeno che una persona alloggi a casa tua e stia fermo lì ad aspettare i tuoi tempi e le tue necessità per svolgere qualunque tipo di attività. Accoglienza ok, ma anche libertà di lasciarlo organizzare attività in autonomia mentre tu sei impegnato in altro!
  • L’ospite non è il tuo baby sitter: ebbene sì ho sentito anche questa! La persona ospitata troverà sicuramente il modo di manifestare la sua gratitudine, ma non diventando un dipendente al vostro servizio.
  • L’ospitalità non è dovuta e non sei in hotel: questa è per gli ospitati! Non sei in albergo: ripaga l’ospitalità, ci sono tanti modi, trovane uno e soprattutto contribuisci in termini di pulizia alla gestione degli spazi che occupi.
  • Chi ti ospita ha il piacere di stare anche un po’ con te: ok che non si debba passare le vacanze in simbiosi, ma si dà per scontato che se ti invitano è anche per il piacere di condividere esperienze, quindi non fare l’opportunista e approfitta di questo tempo per curare i rapporti di amicizia.

Insomma si fa presto a dire ospitalità!
Come vedi, è tutto un gioco di equilibri, come del resto molte situazioni comunicative lo sono!
Quindi vedi di prepararti al meglio e vieni ad approfondire qui!

Le 10 cose da non far dire alla tua bocca

Mentre ripercorro un articolo di Forbes di qualche tempo fa sulle cose da non far dire al tuo corpo, rifletto su quella che da sempre è la mia linea d’azione e che è all’origine dell’hashtag #semprelaparolagiusta … e mi rendo conto che sarebbe davvero il caso di fare un decalogo delle cose da non far dire alla nostra bocca per rendere più efficace la nostra comunicazione.

Prendi nota perché qui si entra nel merito dei tuoi discorsi!
10 cose da non far dire…alla tua bocca!

  1. Non esprimerti a suon di negatività! Per quanto possa essere giusta la causa, non è mai una buona idea trasmettere all’interlocutore un messaggio utilizzando toni, parole, atteggiamenti che richiamino la negatività.
  2. Conta le volte in cui citi te stesso! Hai mai notato quante volte dici la parola “io” all’interno di una conversazione? Per descrivere il tuo stato d’animo, per mettere in luce i tuoi meriti, per raccontare esperienze che reputi fondamentali da raccontare? Ricorda che in ogni persona c’è un “io” e l’interlocutore potrebbe essere infastidito, o anche offeso, da un eccesso di egocentrismo a scapito del confronto con l’altro.
  3. Chiudi la bocca ogni tanto! Metti in atto uno dei più preziosi strumenti di comunicazione: l’ascolto. Entra in empatia con l’altro, con un pubblico, con chi ti sta davanti. Solo concedendoti momenti di ascolto attivo potrai davvero intraprendere una conversazione alla pari ed efficace in termini di Comunicazione!
  4. Non avere fretta di nominare i tuoi difetti! Proprio così. Non si tratta di nascondere o omettere, si tratta semplicemente di concentrarsi sulle proprie virtù per comunicare il meglio di sé agli altri, sia attraverso le parole che attraverso i comportamenti.
  5. Non tirare in ballo persone che non sono presenti e non possono difendersi né produrre argomentazioni. Ci sarà un momento per offrire loro la possibilità di spiegarsi.
  6. Non nasconderti dietro la comunicazione scritta per dare sfogo all’orco che c’è in te! Questo fenomeno ha preso piede in particolare con l’avvento dei social, dove tutti, anche gli insospettabili, si sono sentiti investiti del potere di esprimersi su tutto sentendosi protetti da un’esposizione meno diretta (ma molto più massiva ahiloro!)
  7. Non parlare male degli altri per supportare le tue tesi. Se le tue argomentazioni sono convincenti, i contenuti validi e le tue capacità oratorie eccellenti, non hai bisogno di servirti delle debolezze dei tuoi competitor, in qualunque ambito.
  8. Non perdere mai di vista il contesto. Affinché tutto ciò che dici sia congruo, coerente e funzionale chiediti sempre se è in una giusta relazione con il contesto. Il significato delle parole, dei toni, dei movimenti ha ragione d’essere se legato al contesto.
  9. Non esagerare con le citazioni! Dai mettici qualcosa di tuo! Poi se un personaggio autorevole ci ha già messo lo zampino tanto meglio, ma non puoi tenere un discorso saltando da una citazione all’altra!
  10. Rispetta sempre, attraverso le parole, chi hai di fronte. Non sai chi sia, che storia abbia, cosa stia provando in quel momento. Sai solo che è lì per te, davanti a te e ti sta ascoltando: preoccupati sempre che le parole che usi non siano offensive nei confronti di nessuno.

Hai preso nota di tutto?
Sei pronto per fare un giro in un mondo più vasto?
Non posso svelarti tutti i segreti della Comunicazione se non sai usare #semprelaparolagiusta!

Corri a leggere qui!

La riprova sociale di Robert Cialdini nelle dinamiche social

La riprova sociale è uno dei valori su cui principalmente si basano le dinamiche social e consiste nello scoprire cosa gli altri considerano giusto/cool/ adatto, per aderire a una sorta di consenso generale che genera approvazione, riconoscimento, appartenenza.

Sulla base di questo principio sono cresciuti in particolare alcuni canali social come Facebook e a seguire Instagram, contenitori di immagini e parole capaci di orientare il sentire comune al punto da influenzare alcuni processi decisionali.

Le novità introdotte da Instagram, e non ancora visibili da tutti, vanno a minare il potere di questo principio in quanto gli utenti non potranno vedere il numero dei like che il post seguito ha ricevuto stravolgendo totalmente quello che fino a oggi è stato un potente strumento di condizionamento del consenso.

Cosa pensano gli altri dell’influencer che seguo?
E l’influencer stesso da chi si fa guidare?

Decade così, o si indebolisce molto, in un giorno come tanti, l’applicazione del principio di riprova sociale su Instagram, il social che per eccellenza ha fornito terreno fertile a tutti coloro che desideravano lanciare tendenze, nuovi mood, community. Lo faranno ancora, ma verranno valutati secondo la coscienza dei singoli.

Instagram si svincola dalla rete dei condizionamenti e inaugura un nuovo modello conversazionale one to one in cui l’operato di altri si affievolisce sempre di più.

In attesa di conoscere tutti i dettagli delle Armi della Persuasione di Cialdini è bene che tu abbia un’idea mooooolto chiara di cosa significhi comunicare in funzione degli ambienti e delle situazioni.

La scorsa settimana ti ho anticipato gli importanti cambiamenti che investiranno il regno di Instagram ( se hai perso l’articolo devi assolutamente correre a leggerlo qui) modificando in maniera sostanziale il ruolo dei follower nella costruzione della brand reputation degli influencer.

Ho avuto così modo di anticiparti uno dei più importanti elaborati di Robert Cialdini “Le armi della Persuasione” all’interno del quale è riportata una della tematiche centrali sulle quali è costruito gran parte del motore dei social network: la riprova sociale.

Partiamo dall’inizio.
Robert Cialdini è uno psicologo particolarmente interessato allo studio del processo di Persuasione.

Dopo aver maturato una lunga esperienza nel mondo della vendita, mettendo se stesso per primo al centro di uno studio, ha eleborato un modello secondo il quale è possibile raggruppare tutte le tecniche persuasive in 6 categorie di partenza:

  • Reciprocità
  • Impegno e Coerenza
  • Riprova sociale
  • Simpatia e bellezza
  • Autorità
  • Scarsità

A questa si aggiunge anche il principio del contrasto anche se negli ultimi anni è stato messo in un piano secondario rispetto ai precedenti .

Nelle prossime occasioni andremo ad analizzare le 5 categorie restanti, perché oggi voglio parlarti della terza: la riprova sociale.

Ti aspetto qui!

Il feedback trionfa sulla storia: i silenzi assordanti di whatsapp

Come è cambiato il ruolo del feedback con il 2.0?
Qualcosa di forte deve essere accaduto!

Ce lo insegna il nuovo modo di interagire attraverso le chat che, a seconda di come evolvono le conversazioni, può generare in casi estremi vere e proprie reazioni da psicosi.

Gli sms per definizione nascono come messaggi brevi, modalità comunicative adottate laddove non è possibile fare una telefonata.
Oggi la telefonata è una delle attività più insolite che si possa svolgere con uno smartphone.

Emoticon, puntini di sospensione, visualizzazioni non visibili, spunte blu, orario degli accessi: questi gli elementi alla base di una nuova forma di disagio comunicativo legata alle difficoltà di interpretazione del feedback.

Il mondo della comunicazione in chat oggi è popolato da 3 diverse specie:

  • Quelli che continuano a usare le chat come sms: forse vivono meglio, ma non sfruttano a pieno lo strumento perché si limitano a utilizzarlo per la messaggistica senza entrare nel mood conversazionale caratterizzato dalla velocità di controllo e di risposta, di interpretazione delle emoticon e delle non risposte (di come si comunica non comunicando abbiamo già parlato in questo post, leggi qui).
  • Quelli che hanno oltrepassato le soglie del mood conversazionale e vagano nel regno del delirio: interpretano i silenzi come minacce, le assenze di tag come iniziative di esclusione sociale, le spunte blu senza risposta immediata come indifferenza, l’impostazione della privacy che oscura l’ultimo accesso come un ambiguo modo di agire nell’ombra.
  • Quelli che cercano di sfruttare le possibilità offerte da questo strumento in termini di utilità, che sono consapevoli di poter chiudere la chat all’occorrenza e che si appellano all’orario dell’ultimo accesso solo in situazioni di estrema urgenza o gravità.

Al di là dell’ironia che può suscitare l’andamento generale dei fruitori delle chat, quello su cui voglio invitarti a riflettere e ad analizzare è come le trasformazioni introdotte dai nuovi canali comunicativi abbiano travolto la società, influenzato le reazioni emotive potenziando quello che è già uno strumento determinante nei processi comunicativi: il feedback.

Il mondo cambia, le persone possono fare diecimila cose con uno smartphone in mano e chi comanda è sempre lui, uno dei pilastri ancestrali della Comunicazione: Sua Maestà il Feedback.

Come ti consiglio di vivere questo cambiamento?

In un’ottica di crescita facendo un semplice excursus storico.

Nella definizione del vecchio assioma ci si affidava al ruolo “correttivo” del feedback: “ti restituisco un feedback per correggere il tuo errore”.

A partire dagli anni 2000 il ruolo del feedback si è spostato verso un’altra direzione: “creiamo una cultura del feedback dove il feedback è accettato in azienda per crescere”. Questo ha generato un grosso problema dovuto a un abuso dello strumento: si davano feedback continuativi!

Nel 2.0 la modalità si è rivoluzionata: il feedback è richiesto perché percepito come uno strumento di crescita anche attraverso la solo modalità conversazionale.

Alla fine, per ora, di questa riflessione ti invito a fare un salto laddove tutti i tuoi dubbi sulla comunicazione saranno dissipati.

Corri a leggere qui!

Appuntamento con i discorsi nella storia…recente: il discorso di Emma Watson alle Nazioni Unite.

Appuntamento con i discorsi nella storia…recente: il discorso di Emma Watson alle Nazioni Unite.

Il 21 settembre del 2014 una giovanissima donna, l’attrice Emma Watson, ha tenuto un discorso sui diritti delle donne a New York, in qualità di nuova ambasciatrice del settore UN Women delle Nazioni Unite. Nota anche per la sua campagna He for She, ha posto l’attenzione su un tema su cui si dibatte da decenni, ma nei confronti del quale i modelli e le strutture sociali ancora manifestano una forte resistenza: l’uguaglianza di genere.

Come mio solito, mi soffermo sugli aspetti tecnici del discorso per lavorare sulla costruzione di un messaggio efficace a sostegno del contenuto che si intende sviluppare e del messaggio che si vuole veicolare.

Ecco il testo del passaggio che credo sia utile analizzare:

La struttura è particolarmente interessante perché è come se fosse suddivisa in blocchi autosufficienti che seguono il loro iter – incipit, sviluppo, atterraggio – .

«Più ho parlato di femminismo e più mi sono resa conto che troppo spesso battersi per i diritti delle donne era diventato sinonimo di odiare gli uomini. Se c’è una cosa che so con certezza è che questo deve finire. Per la cronaca, il femminismo per definizione è la convinzione che uomini e donne debbano avere pari diritti e opportunità: è la teoria dell’uguaglianza tra i sessi – politica, economica e sociale»

In questo primo blocco, Emma Watson arriva subito al dunque: illustra immediatamente il limite con il quale si è scontrata. Il ritmo è già forte, non ci sono elementi di contorno: l’essenziale basta per tenere alta l’attenzione.

«Quando avevo 8 anni, ero confusa dal fatto che mi definissero una prepotente perché volevo dirigere la recita per i nostri genitori: ma ai maschi non succedeva. Quando avevo 14 anni ho cominciato a essere trattata come un oggetto sessuale da alcuni media. Quando avevo 15 anni le mie amiche hanno cominciato a lasciare le squadre degli sport che amavano perché non volevano diventare muscolose. Quando avevo 18 anni i miei amici non erano capaci di esprimere i loro sentimenti.”

Secondo blocco: come si è arrivati fin qui, cosa c’è dietro, quale è il filo da risalire per capire cosa ha ispirato le sue idee e la sua posizione.

“Ho deciso di diventare femminista e la cosa non mi sembrava complicata. Ma le mie ricerche più recenti mi hanno fatto scoprire che “femminismo” è diventata una parola impopolare. Le donne si rifiutano di identificarsi come femministe. A quanto pare sono considerata una di quelle donne le cui parole sono percepite come troppo forti, troppo aggressive contro gli uomini, persino non attraenti. Perché questa parola è diventata così scomoda?»

Quest’ultimo blocco rispecchia molto bene le caratteristiche della fase di chiusura perché ne contiene due degli elementi fondamentali: la conclusione delle sue riflessioni e la domanda verso l’esterno, l‘invito ad accogliere il suo pensiero e porsi delle domande per riflettere.

Il nostro appuntamento mensile con i discorsi della storia si conclude qui, per approfondire la struttura del discorso non dimenticare di fare un salto qui!

Cosa racconti al tuo pubblico del tuo brand?

Sei certo di saper comunicare il tuo brand?
Come lo stai facendo?
Come già sai #semprelaparolagiusta è l’hashtag che riassume tutta la mia impostazione e il mio modello di comunicazione e, in questo caso più che mai, la comunicazione del tuo brand non può esulare da questo imperativo categorico!

Nel precedente post, che ti consiglio di leggere nel caso lo avessi perso, (ecco il link) ho introdotto le basi per raccontare te stesso, la tua azienda, i tuoi servizi, al pubblico che ti segue, nello specifico, al pubblico che ti legge, perché la comunicazione scritta segue regole precise e scientifiche quanto quella orale.

La prima domanda che andrò adesso a “indagare” riguarda proprio il contenuto: cosa raccontare?
Quali elementi determinano l’efficacia della mia comunicazione scritta, dando per assodato che è veicolata dal web?

Voglio analizzare con te, ad uno ad uno, gli elementi che costituiscono e rendono di valore la tua comunicazione sul web:

  • Qualità. Primo indiscutibile elemento: non puoi prescindere dalla pubblicazione di contenuti di valore. Devi dare qualcosa che arricchisca, attraverso la lettura, la vita, le attività, la professione di chi ti legge anche a piccole dosi e in funzione dei contesti.

 

  • Pertinenza. Questo tema sembra scontato ma non lo è. Pertinenza non solo rispetto alle tue tematiche ma anche a quello che sta succedendo nel mondo e che in quel momento gli altri stanno raccontando. Devi assumere una prospettiva più ampia, devi saper modificare con criterio e capacità critica il tuo calendario editoriale se sopraggiungono fatti di cronaca, di politica, di sport, attualità che in quel momento predominano la scena e monopolizzano l’attenzione. Leggi i trend su twitter, leggi le Ansa prima di pubblicare, fatti un giro in rete, o fallo fare a qualcun altro al posto tuo, per capire di che si sta parlando.

 

  • Identità. Puoi scegliere di non parlare direttamente di te, anche perché sai che noia a parlare sempre e solo di te. Quello di cui parli però deve rappresentarti, deve somigliarti. La coerenza è figlia di una consapevolezza d’identità prima di tutto! Quindi se decidi di raccontare un evento, un’iniziativa di altri, devi essere in grado di spiegare in che modo ha a che fare con te.

 

  • Familiarità. Qui entra in gioco la conoscenza del tuo pubblico, devi saper dimostrare che sai a chi stai parlando: quello che racconti e il modo in cui lo racconti deve essere compreso con facilità grazie ad una condivisione di linguaggio molto accurata

 

  • Interazione: conversa con il tuo pubblico. Non scrivere se poi non rispondi a chi ti commenta, ti critica, o ti fa domande in rete. Non sei un manifesto pubblicitario sei un agente dialogante!

 

Facciamo una tappa adesso e …appuntamento al prossimo step!

E no, non te ne stare con le mani in mano ad aspettare me.

Intanto vieni a fare un giro qui che sulla Comunicazione c’è tanto da dire.

Caro cliente ti scrivo

Cosa comunichi ai tuoi clienti?

  • Il valore dei tuoi servizi?
  • I numeri del tuo fatturato?
  • La storia del tuo sogno imprenditoriale?

E soprattutto quando scrivi al tuo cliente, sai a chi ti stai rivolgendo?

Conoscere il proprio pubblico di riferimento sul web è importante quanto conoscere gli uditori in occasione di un discorso pubblico.

Avere presente le caratteristiche del target in ascolto, o in lettura, significa avere l’opportunità di scegliere il linguaggio in termini di contenuti e di stile.

Quindi è un punto focale!!!

Se il web rappresenta una grande opportunità di promozione per chi ha qualcosa da proporre, allo stesso modo offre infinite opportunità di informazione a chi è alla ricerca di un prodotto, quindi, quando si scrive, si deve tener conto che ci si sta rivolgendo a un pubblico per lo più informato.

Cosa devi raccontare dunque ai tuoi clienti considerando che le caratteristiche dei tuoi prodotti/servizi le avranno già rintracciate, controllate attraverso le recensioni e sottoposte a decine di confronti?

Devi raccontare chi sei, quello che fai, perché lo fai e soprattutto da queste cose deve emergere quanto ne sai!
Perché devono scegliere te?
In cosa puoi fare davvero la differenza tu?

Per arrivare a fondo di questa cosa voglio guidarti in un’analisi dettagliata che riguarderà le seguenti aree:

  • Cosa è efficace raccontare, quali contenuti vanno condivisi.
  • Quali canali scegliere e quali contenuti veicolare attraverso questi canali
  • Quando e come fare: informazione, promozione, storytelling.

Sei pronto per questo viaggio?

Prima di accompagnarti però voglio essere sicuro che quando dico la parola COMUNICAZIONE hai idea di cosa stiamo parlando, a livello tecnico e contenutistico.

Fai prima un salto qui!

Candidato politico … e fattelo un corso di Public Speaking [storia vera]

Perché tutti, ma proprio tutti, dovrebbero fare un corso di Public Speaking?

Perché serve, in ogni situazione, in molteplici contesti, nella vita di tutti i giorni.

Pensare che il Public Speaking serva solo a chi per professione è tenuto a parlare spesso in pubblico è la credenza più diffusa e la più pericolosa perché espone al rischio di non poter essere efficace per se stessi e per le persone a cui teniamo nel momento in cui dire le cose nel modo giusto potrebbe fare davvero la differenza in termini di efficacia.

In questo momento le campagne elettorali sono nel centro del mirino, sia perché i cittadini vogliono capirci qualcosa su chi votare, sia per chi è interessato ai processi comunicativi.

Improvvisazione, schemi fallimentari, incapacità di gestire le emozioni e la scarsa esperienza, sono gli elementi principali della brodaglia che mette a rischio la reputazione di molti candidati.

Ti voglio raccontare il caso reale di Alessia, una mia collaboratrice, che lunedì mattina è entrata in ufficio e mi ha raccontato una sua esperienza.

Andiamo nel concreto, e questa volta nel piccolo, in una piccola città, dove valgono le stesse e identiche leggi che nelle metropoli, dove Alessia si è recata per ascoltare la presentazione di una lista di candidati e ha riportato alcune gravi distorsioni comunicative di cui è necessario analizzare i passaggi.

Punto per punto, una piccola riflessione “tecnica” su quello che è accaduto:

  • Non si può elencare ogni singolo passaggio di una strategia, sulla carta vincente, toccando il cuore e le emozioni degli interlocutori, per poi concludere con un “tutto questo potrebbe sembrare utopistico”. Errore gravissimo! Stai contraddicendo tutto quello che hai esposto prima!
  • Parlare male degli avversari ruba solo tempo ed energia! Concentrati sui punti vincenti della tua proposta!
  • Le emozioni. Ci sono, è giusto che ci siano, ma controllarle è necessario.
  • L’esperienza. Insegna sì, ma non vince sempre, quindi non ha senso auto celebrarsi per le esperienze precedenti, il tuo discorso deve puntare sul presente e sull’immediato futuro.

Direi di sfruttare le ore di silenzio elettorale per ripassare le strategie vincenti, a partire dall’analisi della struttura di un discorso pubblico.
Non hai scelta: vieni a leggere qui!