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Candidato politico … e fattelo un corso di Public Speaking [storia vera]

Perché tutti, ma proprio tutti, dovrebbero fare un corso di Public Speaking?

Perché serve, in ogni situazione, in molteplici contesti, nella vita di tutti i giorni.

Pensare che il Public Speaking serva solo a chi per professione è tenuto a parlare spesso in pubblico è la credenza più diffusa e la più pericolosa perché espone al rischio di non poter essere efficace per se stessi e per le persone a cui teniamo nel momento in cui dire le cose nel modo giusto potrebbe fare davvero la differenza in termini di efficacia.

In questo momento le campagne elettorali sono nel centro del mirino, sia perché i cittadini vogliono capirci qualcosa su chi votare, sia per chi è interessato ai processi comunicativi.

Improvvisazione, schemi fallimentari, incapacità di gestire le emozioni e la scarsa esperienza, sono gli elementi principali della brodaglia che mette a rischio la reputazione di molti candidati.

Ti voglio raccontare il caso reale di Alessia, una mia collaboratrice, che lunedì mattina è entrata in ufficio e mi ha raccontato una sua esperienza.

Andiamo nel concreto, e questa volta nel piccolo, in una piccola città, dove valgono le stesse e identiche leggi che nelle metropoli, dove Alessia si è recata per ascoltare la presentazione di una lista di candidati e ha riportato alcune gravi distorsioni comunicative di cui è necessario analizzare i passaggi.

Punto per punto, una piccola riflessione “tecnica” su quello che è accaduto:

  • Non si può elencare ogni singolo passaggio di una strategia, sulla carta vincente, toccando il cuore e le emozioni degli interlocutori, per poi concludere con un “tutto questo potrebbe sembrare utopistico”. Errore gravissimo! Stai contraddicendo tutto quello che hai esposto prima!
  • Parlare male degli avversari ruba solo tempo ed energia! Concentrati sui punti vincenti della tua proposta!
  • Le emozioni. Ci sono, è giusto che ci siano, ma controllarle è necessario.
  • L’esperienza. Insegna sì, ma non vince sempre, quindi non ha senso auto celebrarsi per le esperienze precedenti, il tuo discorso deve puntare sul presente e sull’immediato futuro.

Direi di sfruttare le ore di silenzio elettorale per ripassare le strategie vincenti, a partire dall’analisi della struttura di un discorso pubblico.
Non hai scelta: vieni a leggere qui!

Quando il primo assioma ti sfugge un po’ di mano!

Accade sì: il primo assioma può sfuggire al controllo del mittente.

Eccolo qui:

NON SI PUÒ NON COMUNICARE

Alle volte si ha così tanta voglia di comunicare che il rischio di essere fuori luogo, di ponderare poco e male gli elementi di contesto, di fare figuracce…è pressoché al massimo livello!

Qualche giorno fa abbiamo più o meno tutti festeggiato la ricorrenza del 25 aprile, data che, come sappiamo, segna un importante passaggio per il nostro Paese: la liberazione dall’occupazione nazista e fascista.

Questo è quello che ci raccontano i libri di storia, questo è quello che nella realtà è accaduto…fin qui, mi dirai, tutto torna…ma poi ho fatto un salto sui social…e nella giungla si perde la bussola con facilità.

Il vero problema non è stata la perdita della bussola, quanto piuttosto l’assoluta perdita di senso, e di significato mi sento di dire, legata ad una necessità quasi spasmodica di scrivere quello che passa per la testa senza sincerarsi che la propria cultura generale sia al passo con la realtà delle cose.

La mattina del 25 aprile Facebook, e Instagram a seguire,  era la voce di qualunque causa: ragazzi di 20 anni che chiamavano i propri coetanei “compagni”, persone molto adulte che rievocavano uno dei momenti più cruciali della storia probabilmente dei loro genitori o nonni, donne arrabbiate che postavano lo slogan “non una in meno”, chi attaccava Salvini, chi insultava Casa Pound, chi confondeva la libertà con la liberazione, chi si proclamava partigiano di cause più attuali.

Insomma, in quella data un numero impressionante di persone ha risposto al primo assioma della comunicazione declinando il proprio pensiero su qualunque cosa.

Attenzione!

Qui non stiamo a sindacare sulle opinioni espresse o sulle cause tirate in ballo. Qui, come al solito, si parla in termini tecnici di Comunicazione!

Mi sono detto che se un alieno avesse messo il naso nei social lo scorso 25 aprile non avrebbe capito nulla della ricorrenza tanto cara al nostro Paese.

La voglia di comunicare affonda le proprie radici nei bisogni più ancestrali dell’essere umano e il primo assioma ne è la prova, questo però non significa che si debba del tutto ignorare il dove, il come e il quando!

Quindi mi sento di darti qualche suggerimento per evitare di trovarti nel gruppo di chi ha buttato a caso il proprio ingrediente nel calderone:

  1. Prima di comunicare il tuo pensiero, le tue impressioni, le tue richieste su un determinato argomento, raccogli le informazioni da fonti attendibili. In questo caso bastava il libro di storia, ma non sempre è così facile.
  2. Non ti fidare delle opinioni di qualcuno solo perché lo stimi. Se stimi qualcuno sicuramente avrai le tue ragioni, ma ricorda che le opinioni spesso hanno poco a che fare con la logica. Quindi evita di aggregarti al pensiero di chi stimi solo perché hai un’ottima reputazione di questa persona.
  3. Analizza il contesto, che in termini pratici si traduce nella domanda:”è il caso che io scriva ora questa cosa in questo modo?”. Questa è più o meno la domanda “salvagente” in situazioni simili.

 

La comunicazione è uno strumento dotato di una potenza notevole che si traduce in un a velocità nella diffusione delle informazioni che spesso il mittente sottovaluta.

Sempre la parola giusta…ma con coerenza e congruità!

Pronto per scoprire le più efficaci strategie di comunicazione efficace?

 

Seguimi a questo link

 

2 ORE … ed è il panico! I rischi della comunicazione social!

Dopo il blackout di Whatsapp e Instagram ho fatto un esperimento o meglio un’indagine… Leggi bene cosa ho fatto.

Da anni ormai siamo abituati a misurarci con un modello comunicativo dettato dalle dinamiche del mondo dei social, al punto che, quando questo mondo presenta segnali di cedimento, molti perdono la bussola…e questo non va bene.

La comunicazione nasce ben prima dei social e dei nuovi modi di parlare che questi hanno introdotto, eppure domenica, le due ore di buio di facebook e whatsapp hanno generato un tale caos che molti anziché alzare il telefono (che funzionava benissimo) e chiamare la persona con cui avrebbero dovuto comunicare via whatsapp, hanno preferito lanciare dei veri SOS nei social che ancora funzionavano (assaltando twitter nello specifico!).

Come sai il mondo della comunicazione offre sempre spunti di riflessione, ma in questo caso ha proprio sollecitato in me un desiderio di “indagine” perché sono rimasto stupito di come le persone siano entrate in affanno perché 2 tra i principali canali social del momento si sono presi una pausa di qualche ora.

La maggior parte di quelli con cui ho parlato (12 su 20), non ha pensato di sopperire al mal funzionamento di whatsapp con una telefonata o con un sms tradizionale, ma ha pensato di andare su facebook per verificare se qualcuno aveva lanciato l’allarme e se erano presenti comunicazioni in merito! Non sono riusciti ad accedere e chi ha un account twitter si è sfogato lì.

Andiamo a quelli che hanno scoperto prima il mal funzionamento di facebook e instagram: qui il panico vero.
Ho udito espressioni del tipo “ero fuori dal mondo”, “in isolamento”, “non ero aggiornato sui fatti del mondo e quando ho scoperto di whatsapp non sapevo a chi e come dirlo!”.

Ok
Calma
Respira

Stiamo scherzando?

Come è possibile che l’acquisizione di nuovi comportamenti comunicativi possa indebolire così tanto la capacità di cercare soluzioni comunicative alternative?
Noi non possiamo non comunicare: è il primo assioma!
E allora, come è potuto succedere che un numero esagerato di persone ha pensato di non poterlo fare, di non raggiungere i destinatari desiderati, o, ancora peggio, ma molto peggio, di non poter accedere all’informazione?

Urge la necessità di fissare alcuni punti:

  • Viviamo in un’epoca in cui ci è offerta l’opportunità di accedere a un numero elevatissimo di canali di comunicazione, non mi riferisco all’opportunità di chiedere aiuto su twitter, ma alla capacità di avere sempre un piano B per reperire le persone più importanti da contattare.
  • Non è cosa buona utilizzare i social come veicolo di informazioni sui fatti di cronaca, di politica e sulle notizie in generale: i social sono l’habitat della fake news e molte testate giornalistiche hanno preso l’abitudine di fare dei lanci piuttosto sbilanciati rispetto al contenuto della notizia, solo per racimolare like.
  • Cerca sempre di arrivare alla notizia e gira intorno alle chiacchiere: quando i social sono tornati a funzionare le homepage erano piene di lamentele, il numero delle condivisioni di articoli che spiegassero la natura tecnica del problema era prossimo allo zero.

Comunicare è inevitabile, farlo efficacemente è una competenza che va assolutamente sviluppata, allenata, divulgata!

Sai già come fare?
Io ti suggerisco di fare un salto qui!

I discorsi che hanno fatto la storia: il “Discorso d’insediamento” di Franklin Delano Roosevelt

Eccoci ai grandi discorsi della storia, il filone “narrativo” che ho inaugurato con il discorso di Gandhi alla Marcia del sale e che voglio continuare guardando all’esempio dei grandi discorsi che hanno lasciato un segno nel tempo.

Continuo a sottolineare che, a prescindere dai personaggi, dalle epoche, dalle loro idee e iniziative, quello che mi interessa analizzare è l’aspetto della comunicazione in termini di struttura dei discorsi e di impatto sugli interlocutori.

Oggi vorrei citare il discorso di Roosvelt conosciuto anche come “Discorso d’insediamento” del 1933.

Prima di entrare nel merito del discorso è bene inquadrarlo storicamente per comprendere al meglio il tono, la finalità e il momento in cui è stato pronunciato.

Franklin Delano Roosevelt è stato eletto Presidente degli Stati Uniti nel mezzo di una crisi economica senza precedenti, il “Discorso d’insediamento” rappresenta, per l’appunto, il suo ingresso alla Casa Bianca.

La vera particolarità di questo discorso è che contiene, dall’incipit alla chiusura, un elemento difficilmente gestibile nella sfera comunicativa: l’invettiva.

Si tratta infatti di un discorso “contro” qualcuno, si tratta di contenuti d’accusa nei confronti di chi si ritiene sia responsabile delle condizioni in cui versava in quel momento la Nazione più potente al mondo.
Ne condivido uno dei passi più salienti per entrare nel cuore della sua intensità:

E’ triste vedere che niente è cambiato, da allora. Anzi. Di fronte al fallimento del credito, essi hanno saputo soltanto proporre di ricorrere a nuove concessioni di credito. Quando è stato loro impossibile di continuare a prospettare il miraggio del profitto per indurre il nostro popolo a seguire le loro false teorie di governo, essi hanno creduto di poter correre ai ripari con pietose esortazioni invitanti a concedere ancora la perduta fiducia. Essi non conoscono altre norme, che quelle di una generazione di difensori dei propri interessi.

Non c’è dubbio, né possibilità di equivoco, basta scomporre anche solo questo passo per individuare la severità, la fermezza, la volontà d’accusa, nelle sue 3 componenti principali:

  1. Incipit: parte da uno stato d’animo che rappresenta il dolore di un popolo intero che ha creduto in un cambiamento ed è stato deluso. Si immedesima subito in chi è all’ascolto, perché sa di arrivare al cuore, alla condizione di disagio in cui molti cittadini sono ridotti dopo la crisi del ‘29.
  2. Corpo: cosa è stato fatto, e soprattutto cosa non è stato fatto, per tutelare gli interessi dei cittadini. Emergono qui gli elementi concreti, misurabili, le azioni all’origine dello status quo.
  3. Chiusura: la presa di coscienza, la piena e triste consapevolezza di dove si è giunti a causa delle azioni di alcuni e la precisa volontà di attribuire delle gravi responsabilità.

Non è facile impostare un discorso basato su un’invettiva senza minarne la solennità, soprattutto se le argomentazioni vanno a toccare tasti tanto delicati e drammatici. Si tratta di un discorso politico, collocato all’interno di una precisa strategia, deve quindi rispettare una struttura tecnica per poterne garantire l’efficacia.

Ho scelto il passo più saliente perché ci tenevo a farti vedere come si possa raggiungere il picco di efficacia anche all’interno di un discorso breve, avendo a disposizione, in termini di contenuto, solo lo scontento di un’intera nazione e la volontà di trasmettere un senso di responsabilità e di presa in carico capace di fare la differenza.

Veniamo a te, alle tue esperienze comunicative…sai che ogni discorso rispetta regole molto precise che ne garantiscono l’efficacia?
Vuoi sapere meglio di cosa sto parlando?

Fai un salto qui!

Qualche tecnicismo anche per lo speaker più esperto!

Gli speaker conoscono i tecnicismi della comunicazione?
Non sempre!
Anzi!
Molto spesso, soprattutto quando si è abituati a parlare in pubblico perché lo si fa per lavoro, ci si sente così sicuri che si pensa addirittura di poter andare a braccio.

Sicuramente una conoscenza approfondita dell’argomento aiuta molto, così come l’esperienza e l’abitudine a parlare in pubblico, questo però non salva nemmeno lo speaker più esperto dal pericolo di un errore, dal rischio di perdersi nel mezzo della sua trattazione.
Per quanto l’argomento posso essere molto conosciuto dallo speaker, ci sono delle variabili che possono condizionare le performance al punto da alterare l’andamento della prestazione.

L’errore che molti speaker commettono, magari fidandosi troppo a volte della loro esperienza di relatori davanti a molti interlocutori, è quella di non aver costruito la struttura della comunicazione, quella sulla quale il nostro discorso poggia, dall’incipit alla conclusione.

Perché mai, mi chiedo, rovinare il proprio discorso solo per aver dato per scontato delle cose?
Io direi che si può tranquillamente evitare!

Ogni oratore per raggiungere un alto livello di efficacia nella propria comunicazione deve costruirsi una scaletta della trattazione.
La scaletta per poter funzionare deve rispettare 3 passi, che consentano all’oratore di essere:

· coinvolgente
· convincente
· accattivante

Percorriamo ora tecnicamente la struttura del discorso, così da scomporla e analizzarne ogni singolo blocco.

Abbiamo già citato l’apertura, il corpo e l’atterraggio, ma se facciamo un salto nel tempo vediamo come questa suddivisione è nata e quando sia legata all’andamento dei processi mentali.

La struttura del discorso, secondo la sistematizzazione definita da Cicerone, si articola in:

· Exordium: è il momento in cui si fornisce un’anticipazione del discorso che verrà approfondito, questo consente agli interlocutori di predisporre i processi mentali per ascoltare al meglio;
· Oratio: questo secondo momento deve essere dedicato al contenuto, in modo lineare ed esaustivo. In questa fase è importante evitare di dilungarsi in digressioni, aprire parentesi e allontanarsi dal focus del discorso.
· Peroratio: è il momento in cui vengono esposte le argomentazioni a sostegno dei contenuti trattati, per supportare l’intero discorso sostenuto. E’ il momento in cui si fornisce agli interlocutori una sintesi degli argomenti trattati e i motivi per cui seguire e fare ciò che hai detto.

Fondamentale, in tutte e 3 le fasi, esprimersi con la massima chiarezza: il nostro interlocutore riesce ad entrare in sintonia con i nostri processi mentali, e dunque a comprendere i nostri discorsi, solo se sono semplici. Se i nostri discorsi sono troppo complessi e articolati la capacità di ragionamento del nostro interlocutore nel seguire i nostri passaggi sarà drasticamente inferiore.

Ora sono certo che la tua cassetta degli attrezzi sia più completa!
Se ti interessa approfondire meglio l’argomento non devi far altro che cliccare qui!

Come comunicare attraverso una canzone

Comunicare attraverso una canzone è forse una delle più antiche modalità di trasmissione delle emozioni.
Basti pensare che, per sublimare la recitazione di versi, i nostri antenati dell’epoca classica si facevano accompagnare dal suono del flauto o della lira, proprio in questo modo sono nate grandi opere appartenenti al patrimonio letterario dell’umanità, come l’Iliade e l’Odissea.

Secondo Nietzsche , filosofo, poeta e compositore del IXX secolo, la musica è l’unica forma d’arte capace di penetrare l’animo umano ed arrivare lì dove altre forme d’arte non riescono ad arrivare.
La musica indubbiamente fornisce una base alle parole e riesce a farle veicolare in maniera più fluida e immediata.

Nel corso di questa settimana, mi si perdoni il salto temporale, si è parlato a lungo di musica in occasione dell’appuntamento annuale con il Festival di Sanremo, che richiama puntualmente sul palco artisti noti e meno noti per presentare i loro brani al pubblico.

Quest’anno si sono alternati i nuovi volti del rap, volti e voci molto popolari del rock melodico e nuove combinazioni risultate dalle contaminazioni culturali che sempre arricchiscono il repertorio artistico di un paese.

Ma, venendo al dunque, cosa comunica una canzone, e, soprattutto, come si può essere certi che quello che comprendiamo sia il significato esatto che l’autore gli ha attribuito nel momento in cui l’ha composta?

La risposta è semplice: noi non possiamo!

Non per mancanza di immedesimazione o capacità di attribuire un senso profondo alle cose, ma semplicemente perché gli stessi autori, quando scrivono, sono spinti da slanci diversi, da ispirazioni spesso in contrasto o addirittura in contraddizione tra loro.

La scrittura artistica, a differenza di quella informativa o promozionale, ha questo vantaggio: ti consente di esprimerti come vuoi senza porti il problema della coerenza e la preoccupazione di allineare troppi elementi.

Dal punto di vista dell’ascoltatore, la comunicazione dei contenuti di una canzone, può subire stravolgimenti inaspettati.

Quante volte ti è capitato di ascoltare una canzone in un momento particolare della tua vita e pensare che le parole facessero proprio al caso tuo e stessero in qualche modo raccontando quello che sta capitando a te?
Immagino molte, come a tutti!
Questo accade perché l’ascoltatore può manovrare, più o meno consapevolmente, una variabile chiamata interpretazione!

Si narra che “Wish you were here” dei Pink Floyd non parli esattamente di una relazione d’amore, eppure se l’ascolti dopo essere stato lasciato, in preda allo smarrimento e al senso di vuoto, scommetteresti che quella canzone sia stata scritta da uno che si sentiva come te.

E che dire di “A perfect day” di Lou Reed?
Non la dedicheresti a chi porta gioia e amore nella tua vita?
Eppure sembra che sia un ringraziamento a ben altre cose.
Ne siamo certi?
No!
A meno che non abbiamo la fortuna di attingere alla fonte certa: un’intervista all’autore che ci sveli senza remore (lo farà?) tutto quello che aveva nella testa mentre scriveva.
E anche qui ti chiedo: lo reputi possibile?
Io direi di no, e ti cito la seconda variabile importante: l’ispirazione, che è spesso frutto di emozioni, desideri, mancanze, che possono durare pochi istanti e generare capolavori, come i due pezzi sopra citati.

Tutto questo per dire che quando l’autore dà alla luce una canzone automaticamente delega all’ascoltatore il potere di mettere in atto la sua interpretazione e sognare in base alle emozioni che quel testo e quella musica trasmettono.
Il segreto della comunicazione delle canzoni è proprio questo: il mittente perde il controllo e il destinatario declina quei versi secondo la propria ispirazione e capacità di comprensione, in funzione del contesto e del momento.

Il bello della comunicazione è anche questo: poter donare le parole e lasciare che chi le ascolta le faccia proprie.

Spero ti sia stato utile questo mio contributo post sanremese, se vuoi approfondire tutto ciò che ha a che vedere con la comunicazione vieni a trovarmi qui!

Gli orrori nella comunicazione: non aprire un negozio se non sai sorridere

Un antico detto orientale recitava così “non aprire un negozio se non sai sorridere” ed io mi sento di aggiungere anche “non cercare lavoro in un negozio, non ti relazionare con il pubblico se non sei in grado, non dico di sorridere, ma almeno di essere educata e professionale con un cliente.”.

Come spesso accade mi ritrovo a raccontare esperienze che ho vissuto realmente!

Occupandomi di comunicazione praticamente mi capita di lavorare a tempo pieno anche solo osservando e studiando le situazioni in cui mi imbatto e le persone che incontro, per non parlare di tutte le dinamiche comunicative che si instaurano tra di loro o tra me e loro.

Qualche giorno fa, in attesa dell’ennesimo treno in partenza, entro in un negozio di abbigliamento di un noto brand italiano all’interno della Stazione Termini di Roma per cercare un un capo che mi interessava e che mi avevano segnalato in quel punto vendita.
Mi avvicino allo stand dei giubbotti e trovo quello che mi interessa, ma la mia taglia non era nello stand. Mi dirigo verso la commessa, che ho facilmente individuato perché indossava la divisa di quel brand, per chiederle se dello stesso modello aveva una taglia più piccola. La commessa in questione era posizionata dietro la cassa accanto un’altra commessa che stava gestendo contemporaneamente 10 clienti. Poiché la mia domanda era molto veloce e non richiedeva grosse manovre né operazioni logistiche, mi sono avvicinato alla commessa libera e le ho semplicemente chiesto se c’erano altre taglie oltre a quelle esposte.
La mia domanda richiedeva una risposta semplice: sì, no, devo controllare.

Lei neanche mi guarda in faccia, ma mi risponde a voce molto alta, quasi urlata, “ ho appena staccato, non posso aiutarla”.
Ora con il massimo rispetto nei confronti di chi lavora facendo dei turni forse anche lunghi ed estenuanti, sono rimasto molto stupito, negativamente, della brutalità con cui ha bloccato la mia domanda pur trattandosi di una risposta facile e breve che avrebbe risparmiato a me la delusione di una risposta sgradevole e alla sua collega l’undicesimo cliente di cui occuparsi da sola.

 

Al di là della maleducazione che ti contraddistingue a livello personale, qui ci sono delle note professionali su cui riflettere per non cadere nelle rete di convinzioni che se vendi scarpe stai vendendo scarpe e basta.
Non è così!

Se vendi scarpe, lampadari, soggiorni in una spa, tu stai vendendo, e prima ancora rappresentando, un brand.

In quel momento tu stai raccontando chi è quel brand, come lavora, come si occupa dei suoi clienti e dei suoi prodotti. Se tu mi comunichi che per il solo fatto di aver staccato da tre secondi non sei in grado di fornirmi un’informazione veloce né di avvalerti delle più elementari regole di buona educazione, tu stai comunicando, e in pubblico, che qualcosa non funziona come dovrebbe.

Anche la postura traeva in inganno: era dietro la cassa, indossava una divisa, nulla nel suo atteggiamento comunicava che fosse fuori servizio.

La coerenza è un elemento importante anche nella comunicazione, in quel preciso istante il suo non verbale era in netto contrasto con quello che poi ha comunicato a parole.

Quando si comunica in pubblico è fondamentale:

  • Un allineamento tra ciò che si dice e ciò che si fa
  • Il rispetto dell’interlocutore a prescindere dal ruolo e dal contesto
  • Il rispetto nei confronti del ruolo che si riveste e del brand che si rappresenta
  • La capacità di fornire una risposta adeguata anche se non si è in grado di soddisfare a pieno le richieste dell’interlocutore.

Vuoi saperne di più su come si comunica in pubblico?
Corri a leggere cosa scrivo qui!

Come comunicare un licenziamento?

Esiste un modo per comunicare un licenziamento?
La risposta già la sai!
Partiamo subito da un presupposto: esiste un modo per comunicare qualunque cosa!

Voglio partire da un fatto, realmente accaduto, raccontatomi da una persona che ho seguito e che qualche mese fa ha voluto condividere con me le impressioni di una semplice conversazione che oggi mi ha autorizzato a postare su questo blog.

La conversazione di cui sopra riguarda un tema scottante, doloroso e spesso traumatico: un licenziamento. Nel caso specifico il suo.
Da tempo aveva percepito che la piccola azienda per cui lavorava come assistente della titolare, navigava in pessime acque: una piccola realtà, con un business ancora poco definito e perennemente dominato dell’incertezza.
Dopo essersi ritrovata a fare per mesi la spalla del pianto della sua titolare, che era solita esprimere i suoi stati emotivi in ufficio, l’assistente è stata licenziata.

Fin qui niente di nuovo all’orizzonte, mi dirai, ma il bello, per modo di dire, deve ancora venire.
Viene convocata 5 minuti prima della comunicazione e, dopo un breve preambolo, in cui la titolare espone tutte le sue preoccupazioni personali sulla sua azienda, queste sono le parole che escono dalla sua bocca:

Non voglio più avere la responsabilità di sostenere un’assistente, voglio vivere più leggera, e d’ora in poi quando il sabato sera mi metto a dormire anziché preoccuparmi di come pagherò il tuo stipendio, voglio preoccuparmi solo del panino che mangerò il giorno dopo sul lago di Bracciano

Testuali parole, e non stento a crederlo, nessuno dimenticherebbe una simile affermazione.

Non facciamoci prendere dalle emozioni però, qui non si chiede a nessuno di stabilire il torto o la ragione, qui si fa comunicazione ed è questa la prospettiva da cui analizzeremo questa vicenda.

Partiamo dall’assistente licenziata: era proprio necessario che si prestasse a fare la spalla su cui piangere in un contesto professionale?
Di certo no: in qualunque contesto professionale è possibile stabilire un confine tra le sfere di competenza. Questo non significa che dobbiamo diventare dei robot disumani, ma piuttosto che è possibile definire dei paletti pur restando disponibili e umani.

La titolare.
Dove poteva agire meglio da un punto di vista comunicativo?
Cominciamo:

  • Parlare di risultati, numeri, obiettivo, in questo caso rispettivamente non raggiunti, non sufficienti, mal definiti.
  • Escludere i suoi desideri personali evitando che la persona a cui stava comunicando un cambiamento, in negativo, importante, avesse di lei un’immagine legata a un panino nella totale spensieratezza. Ci vuole serietà e delicatezza, e soprattutto stile.
  • Tracciare un parallelo tra le competenze dell’assistente in questione e quelle richieste dall’azienda per spiegare al meglio le motivazioni del licenziamento e il motivo per cui professionalmente quella persona non era più adatta per quell’incarico.
  • Motivare la dipendente licenziare a cercare un’opportunità professionale più in linea con il suo profilo.
  • Far presente che le condizioni aziendali richiedevano un taglio importante dei costi senza ricorrere al panino sul lago di Bracciano.

Molti imprenditori, soprattutto quelli con poca esperienza, tendono a dimenticare che le persone non costituiscono solo una spesa, ma si chiamano risorse proprio perché l’azienda offre loro un percorso di identificazione con essa e nel momento in cui una collaborazione si interrompe entrambe le parti perdono qualcosa.

Ogni azione comunicativa deve tener conto del contesto, delle variabili emotive, dei dati reali.

Ecco perché non mi stancherò mai di dirti che non si improvvisano le cose, si studiano!
Fai un salto qui e capirai meglio di cosa sto parlando!

Come nasce il black friday e perchè funziona – Tutta questione di ….

… di … (continua a leggere per scoprirlo)

Eccoci alla giornata più attesa del periodo prenatalizio, all’appuntamento con l’occasione, l’affare e, soprattutto, l’acquisto.
Da giorni fioccano sulle nostre mail newsletter con i prodotti in promozione, c’è chi inizia prima, chi concentra tutto in questa giornata e chi, dall’altra parte, prepara la lista degli acquisti da fare.
Stiamo parlando del Black Friday.

La storia di questo evento è interessante, l’arrivo in Italia è piuttosto recente, quel che è certo è che il successo del Black Friday è legato a un binomio potentissimo: il Natale e Internet, in particolare il mondo dell’e-commerce.
Non che il Black Friday riguardi solo lo shopping on line, ma è grazie al web che questa “tradizione commerciale” dagli Stati Uniti e Canada ha attraversato gli oceani e raggiunto il mondo intero grazie allo sconfinato potere di Internet che ci consente di conoscere con ragionevole anticipo gli articoli interessati dalle offerte.

Facciamo un salto nella storia e vediamo l’origine.
Non esiste una data precisa per il Venerdì Nero, perché la sua ricorrenza è legata ad un altro evento, il Thanksgiving Day, Giorno del Ringraziamento, che a sua volta ricorre il quarto giovedì di novembre.
Nel 1924 si è festeggiato il primo Black Friday, quando la catena Macy’s ha organizzato una parata il giorno successivo al Ringraziamento, da allora inaugura il periodo Natalizio.
Negli anni ‘80 la moda del Black Friday ha conosciuto una significativa accelerazione grazie anche all’economia rampante di Ronald Reagan.
Da allora è stata una crescita continua di incassi fino all’esplosione totale con l’e-commerce.
Ma perché “black” se è un evento legato agli incassi e alla prosperità?
Proprio per questo motivo: sembra infatti che i registri contabili venissero compilati con 2 colori, inchiostro nero per gli incassi, rosso per le perdite, e il Black Friday in termini di incassi non conosce eguali.

Il termine in verità sembra sia stato coniato negli anni ‘60 dalla polizia di Filadelfia in occasione della tradizionale partita di football “Army vs Navy”, Esercito contro Marina, che richiamò in città un numero pazzesco di tifosi che congestionarono il traffico al punto da definire quella giornata “un venerdì nero”. Quindi venerdì nero perché anche lo shopping crea non pochi problemi al traffico.
Dagli anni ‘80 in poi ha prevalso la versione positiva dei registri contabili come spiegazione della definizione.

Il nome incute quasi timore, racchiude in sè 2 elementi che si trascinano un importante carico simbolico, nonché scaramantico: il venerdì e il nero.
Né di Vene né di Marte ci si sposa, né si parte, né si dà principio all’arte!
Ecco cosa pensavano gli antichi, per non parlare della coincidenza venerdì 17, Dio ne scampi!
Il nero è il colore delle tenebre, del lutto, dell’umore quando qualcuno ti fa incazzare, del gatto che guai se ti taglia la strada!
Come vedi, ogni cultura è intrisa di credenze proprie, la vera magia è quando riusciamo ad acquisire tradizioni non nostrane e a introdurle nella nostra realtà, un po’ come Halloween che alla fine è diventato un secondo Carnevale!
La magia del Black Friday è diversa: qui si parla di soldi e tanti!
E, a differenza dei tanto attesi saldi di gennaio e luglio, questa data si colloca nel periodo migliore per fare gli acquisti di Natale e i primi acquisti invernali (maggiori consumi di elettricità, gas, capi d’abbigliamento, etc).

La comunicazione dei brand in quest’occasione si fa ancora più accattivante e intensa e trionfa uno dei più importanti must delle regole della vendita: sollecitare, talvolta creare, i bisogni del cliente.
Ecco che le app, grazie alla profilazione, propongono articoli che hai cercato sui principali canali di e-commerce, ecco le pagine di facebook e instagram costellate di promozioni sullo zaino, il materasso, la vacanza, che hai cercato.
Bene, può essere una buona occasione, ma è mio dovere invitarti a tenere gli occhi bene aperti dandoti, come spesso accade, semplici ma efficaci consigli:

  • Mettiti nelle condizioni di poter verificare che lo sconto proposto sia effettivo e non improvvisato (ad esempio inizia a cercare quello che ti interessa un paio di mesi prima se possibile)
  • Arriva con una tua lista e non farti trascinare da tutto quello che ti propongono, perché è il Black Friday non una vincita all’enalotto
  • Approfittane per farti un regalo legato alla tua crescita personale/professionale o a un momento di meritato benessere
  • E se proprio devi farli questi regali di Natale (:-)) può essere davvero l’occasione giusta per fare felice le persone a cui tieni!

Buon Black Friday!

Cosa c’entra Maslow con il mio discorso?

Da un discorso a un altro, tanto per rimanere in tema di discorsi, oggi voglio fare una piccola digressione, a proposito dell’argomento trattato nel mio ultimo post sull’uditorio.
Ti ho citato i bisogni, quello che spinge le persone a fare una cosa piuttosto che un’altra e, nel caso di un discorso, sia esso pubblico o privato, il bisogno di chi ti ascolta ha un ruolo importante nella riuscita della comunicazione.

Vado nel tecnico, alle volte è necessario!
Vediamo nel dettaglio la tipologia di bisogni di cui parliamo.
Sai che figata riuscire a individuare le esigenze di chi hai davanti?

Praticamente il 40% del lavoro è fatto!
Hai presente quel tipo che per primo tirò fuori la faccenda dei bisogni?

Ebbene sì, un certo Maslow, che si è messo lì ad analizzare quello che spinge le persone verso l’azione e ha individuato vari livelli di bisogni.

Ecco, oggi voglio fare una pausa dall’analisi tecnica del discorso (ma non ho finito, sappilo) e voglio soffermarmi proprio sui bisogni per capire il legame tra quello che dice lui, Maslow, e quello che mettiamo in atto quando parliamo.

Al primo livello troviamo un bisogno basic, ancestrale: quello di sopravvivenza. Per quanto possa sembrare assurdo, possiamo dire che anche l’uditorio ha, in un certo senso, come primo bisogno, quello di sopravvivere in aula o in riunione, nel senso che si deve lavorare affinché si verifichino tutte le condizioni per farlo stare comodo e a proprio agio, non solo considerando la cura della location di cui abbiamo già parlato, ma anche considerando l’accoglienza, la possibilità di fare più intervalli per un break o per sgranchire un po’ le gambe, per prendere una boccata di aria e di luce, per scambiare qualche parola con i colleghi partecipanti.
Seguendo sempre l’impostazione della piramide dei bisogni di Maslow, potremmo rintracciare nei bisogni dell’uditorio anche il bisogno di sicurezza, di essere rassicurato dal relatore circa gli obiettivi del progetto, l’efficacia riscontrata nelle tecniche spiegate, la possibilità di chiedere delucidazioni anche in un secondo momento via mail, etc.
Anche l’esigenza di appartenenza, terza nella piramide di Maslow, non è estranea alle dinamiche dell’aula.
Molto importante infatti che il gruppo si senta aggregato, potrebbe accadere che i partecipanti non provengano dalla stessa azienda o, addirittura, dallo stesso settore, è dunque compito del relatore lavorare sul loro denominatore comune e creare un senso di appartenenza al gruppo in ognuno dei partecipanti.
Al quarto livello abbiamo il bisogno di stima personale, un aspetto molto importante nella dimensione sociale della vita di una persona adulta.
Le persone presenti durante un nostro discorso pubblico difficilmente apprezzeranno un atteggiamento in stile padre/figlio, un rapporto di subordinazione tra il relatore e il pubblico, per questo è importante spiegare i contenuti con autorevolezza ma trattando l’uditorio alla pari, senza tener conto della distanza di ruolo e delle diverse categorie o livelli professionali presenti in aula.
Il relatore, anche se massimo esperto nella conoscenza degli argomenti trattati, deve protendere verso l’autorevolezza piuttosto che verso l’autorità.
Può essere molto controproducente l’atteggiamento opposto, ovvero un relatore che sminuisce la propria figura o addirittura competenza sull’argomento esordendo con frasi del tipo” non sono certo di riuscire ad essere chiaro in questa cosa…” oppure: “non sono la persona più adatta per guidarvi in questo percorso…”, un atteggiamento sminuente non solo contribuisce alla creazione di un’opinione negativa sul relatore da parte dell’uditorio ma darebbe a ogni partecipante la sensazione di sentirsi preso in giro nel perdere tempo dietro ad un incompetente!
Al vertice della piramide di Maslow c’è il bisogno di autorealizzazione, quello che è mosso dal desiderio di crescita e sviluppo personale.
Hai presente quella sensazione magnifica che si prova quando senti che sei nel pieno di te, che stai dando e ricevendo il meglio e te lo sei anche meritato?
Ecco. Quella roba lì!

Ora ti do appuntamento al prossimo post, ma prima fai un salto qui!