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Tempo poco, efficacia massima: ecco a voi la Comunicazione d’Impatto

Comunicazione d’Impatto significa togliere di mezzo tutti gli elementi fuorvianti, e perditempo, che possono creare una distanza tra te e il tuo interlocutore: lui deve sapere chi sei e quanto vali, nel tempo che hai a disposizione, con le parole che hai a disposizione (e ricorda…sempre la parola giusta!).

Il tempo a disposizione stringe, in qualunque settore, professione, contesto.
Le competenze da comunicare sono molte e trasversali…insomma bisogna uscire dalla modalità “biglietto da visita”, cv tutto imbellettato,e casi di successo da raccontare…c’è un cambiamento di tendenza adesso, quello che conta, che funziona veramente,è riuscire a trasmettere il proprio valore attraverso la comunicazione.

Sapere e saper fare restano due valori fondamentali, ma se non si è in grado di comunicarli purtroppo servono a ben poco!
Hai solo uno strumento a disposizione: l’efficacia della tua comunicazione, giocatela bene perché è un treno che non passa 2 volte!
Il tuo interlocutore si farà un’idea di te e non sta a lui scoprire quanto vali, ma sta a te arrivare al suo interesse.
Mi capita di seguire molte persone che hanno un background molto distante dagli studi che hanno fatto, la loro principale difficoltà al momento è quella di trasferire agli altri le competenze e abilità acquisite nel tempo, incrociando le varie esperienze e conoscenze. Sarebbe davvero imperdonabile, e poco furbo aggiungerei, perdere occasioni di business, di ingaggio, di partnership, a causa dell’incapacità di comunicare nelle poche, spesso uniche, occasioni che ci vengono date.

Comunicazione d’Impatto significa arrivare al tuo interlocutore senza indugi, sollecitare i suoi interessi e indurlo a chiederti di più.
Il tuo obiettivo deve essere lì, chiaro, inequivocabile, e i tuoi strumenti devono essere all’altezza di questi obiettivi!
Stai forse pensando che sia un’abilità di pochi?
Una specie di talento, un qualcosa di innato che non si può allenare o acquisire nel tempo e seguendo i percorsi giusti?

Ma cosa ti viene in mente!
Lo so che ti stai facendo una marea di domande ora, adesso ti spiego meglio di che si tratta.

Le attuali dinamiche di mercato, il modo in cui si muove il mondo del lavoro e non solo concedono sempre meno tempo alla comunicazione.
Sai quanto tempo hai per arrivare al tuo interlocutore?
90 secondi.
Sai cosa significa arrivare al tuo interlocutore?
Significa conquistare la sua testa e il suo cuore, ovvero far comunicare la sua razionalità con la sua sfera emotiva.
Comunicazione d’Impatto vuol dire saper parlare a queste 2 sfere e riuscire anche a farle parlare tra di loro.
Comunicazione d’Impatto vuol dire conoscere il ruolo e le funzioni di 3 elementi fondamentali: princìpi, modelli, script.
Vuoi sapere meglio di cosa stiamo parlando?

 

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Public Speaking: e se ci fosse un ragno tra il pubblico?

I dilemmi del Public Speaking: qual è la reale paura di chi ha paura di parlare in pubblico?
Probabilmente risponderete: parlare in pubblico.
Sbagliato.

Non si ha paura dell’atto in sé, ma la rappresentazione mentale che ogni persona si crea prima di iniziare a parlare in pubblico.

La paura viene creata dalla semplice proiezione di sé mentre si sta parlando di fronte ad un uditorio.
Avete presente l’espressione di terrore nel volto di chi teme i ragni?

Neanche a me stanno molto simpatici. Non mi sono mai trovato nelle condizioni però, di entrare in una stanza e come prima cosa controllare se negli angoli ci siano delle ragnatele oppure dei ragni. Chiedete a una persona aracnofobica di pensare a un ragno e questa inizierà ad andare fuori di testa!

Molte persone hanno paura di parlare in pubblico ancora prima di iniziare, anzi il massimo momento di stress e ansia lo vivono proprio prima di parlare in pubblico, con una differenza: che non stanno parlando in pubblico, quindi arrivano carichi come una pentola a pressione e nel momento in cui salgono sul palco esplodono.
Anche io se avessi un ragno sul cuscino proverei un alto senso di fastidio e forse anche un po’ di paura, soprattutto se è peloso e grande come una tarantola. Ma adesso, mentre sto scrivendo, non ho paura dei ragni perché non li ho di fronte.

Allora mi dite per quale motivo dovreste aver paura se non avete un pubblico di fronte?

Non cadete in questa trappola!

Piuttosto occupatevi di ciò che potete condizionare, ovvero la struttura del discorso, la vostra tranquillità in quel preciso momento!

Negli anni, ascoltando i miei corsisti e coachee, ho tirato su un elenco delle principali paure che mi sono state riportate!

Eccone 4:

  1. Non riesco a parlare più di due minuti di un argomento!
    Ma cosa dite mai!
    Potrebbe essere che sia l’argomento di cui dovete trattare che vi crei un po’ di tensione, se fosse così chiedetevi quali sono le parti che dovete affrontare meglio, studiare più nel dettaglio, oppure che forse dovete tralasciare.
  2. Ho paura di non ricordarmi cosa devo dire.Qui la cosa più importante non è chiedersi cosa accade se dimentico cosa dire, ma che cosa farò quando avrò un vuoto mentale.
  3. Silenzi! Sembrano interminabili. Tutto questo è una vostra percezione non è ciò che percepisce il vostro uditorio. Vi dirò di più: il silenzio serve per creare enfasi, è dunque fondamentale per dare rilievo ad alcuni contenuti!
  4. E se qualcuno ne sa più di me? Personalmente credo che sia un grande stimolo quando all’interno del pubblico trovate una persona estremamente competente.Trattatelo come se fosse una risorsa dandogli la giusta importanza e ringraziandolo nel caso facesse una specificazione ulteriore.

Non è difficile! <<<<<CLICCA QUI>>>>>

Public speaking: che succede prima del ciak?

Da molti anni mi occupo di comunicazione e Public Speaking e devo dire che nel corso di questa lunga esperienza ne ho viste veramente di tutti i colori!
Ribadisco spesso che quando si comunica in pubblico il lavoro sul contenuto, la preparazione, l’organizzazione degli argomenti, sono solo una parte del tutto.
A prescindere dal tema che stai per esporre, esiste un momento, un preciso istante, in cui senti dentro di te l’invito “Ciak, si gira!” e l’adrenalina raggiunge picchi altissimi.

Qualche anno fa ho letto delle interessanti statistiche su quali fossero le paure più diffuse dell’essere umano.
Al primo posto uno studio di un’università americana indicava la paura della morte, secondo posto la paura della solitudine al terzo posto la paura di parlare in pubblico.
Sinceramente credo che saper affrontare un pubblico che può variare da due a molte persone sia uno dei modi migliori per accrescere la fiducia in se stessi, la gestione delle emozioni, la capacità di conoscere i propri limiti e imparare a superarli.

Una performance non riuscita può dipendere da 2 fattori:

  • Strutturali: non sei stato capace di proporre contenuti in grado di catturare l’attenzione dei tuoi interlocutori dall’inizio alla fine
  • Psicologici: non hai saputo gestire il momento di confronto con gli altri.

Entriamo subito nel vivo della questione emotiva, perché, parliamoci chiaro amici, è lì che il dente duole!
Per entrare in uno stato emotivo in grado di renderci più efficaci, è bene porsi, intanto, una semplice domanda: “come posso esprimere il mio potenziale comunicativo?”Leggi con attenzione queste righe perché siamo al nocciolo della questione!
È fondamentale:

  • avere assoluta consapevolezza di voler diventare uno speaker eccellente e di avere le abilità per poterlo essere concretamente;
  • maturare la convinzione che l’abilità di parlare in pubblico non è qualcosa di irraggiungibile o metafisico, ma una competenza che si può acquisire raggiungendo un’adeguata preparazione seguendo regole e passaggi ben definiti;
  • pensare in termini positivi il tuo obiettivo, visualizzando il momento in cui esporrai un discorso in pubblico come un momento positivo, immaginando di avere successo come abile speaker nella professione e nel privato.
  • dedicarsi all’esercizio: l’abilità comunicativa va allenata, seguendo percorsi precisi di studio e di applicazioni pratiche per affinare le tue capacità e avvicinarti all’eccellenza;
  • sfruttare tutte le occasioni per fare pratica in materia di Public Speaking, sia buttandoti in situazioni che lo richiedono, mettendo alla prova la tua abilità, sia osservando gli altri e catturando spunti utili.

È giunto il momento di farmi la fatidica domanda: “e se vengo sopraffatto dallo stress?”
Ne parliamo al prossimo giro!

Charlie Chaplin è dentro di te: tiralo fuori!

Stiamo forse per parlare di comunicazione non verbale?

Come si comunica senza parlare?
Non è un mistero fitto come sembra!

Come forse avrete avuto modo di vedere sui social, di recente sono stato a un concerto (Jovanotti !!! YEAH), e mi sono divertito un casino! Avrete anche notato, nel corso del video che ho condiviso, che non tutti si stavano divertendo come me e Roberto. Alcuni follower hanno commentato con stupore l’immobilità di due persone che sembravano annoiarsi in un concerto che di noioso aveva davvero poco.

Erano forse stanchi?Delusi?
Non posso dirlo con certezza, ma quello che hanno comunicato si avvicina più a sensazioni di questo tipo che non all’allegria. Ora, senza voler indagare troppo sullo stato d’animo dei miei compagni di concerto annoiati, volevo condividere con voi la riflessione e qualche contenuto sulla nostra spesso inconsapevole capacità di comunicare anche quando crediamo di non farlo. Il contesto indubbiamente fa la differenza e rende alcune situazioni meno gravi di altre, ma è necessario conoscere i meccanismi della comunicazione non verbale per avere una conoscenza più completa del nostro rapporto con l’esterno.

La ragione per cui è importante dedicare questo spazio alla componente non verbale e paraverbale della nostra comunicazione in pubblico è proprio per far sì che il nostro modo di muoverci, di controllare lo spazio in cui ci muoviamo, di muovere il nostro corpo, esprima coerenza rispetto ai contenuti che stiamo trattando e sia funzionale a rendere più chiaro il nostro messaggio, in questo modo saremo in grado di evitare gesti distraenti o segnali che possano rendere meno efficace la nostra comunicazione.
È all’inizio degli anni ’50 che gli studiosi hanno iniziato a muoversi nell’analisi della comunicazione non verbale, anche se l’interesse nei confronti di questo argomento si fa più acceso negli anni ’70.
L’importanza del linguaggio del corpo come strumento di comunicazione efficace era già chiaro a molti registi del cinema muto, i quali, non potendosi avvalere dell’ausilio delle parole, affidavano soprattutto ai gesti l’efficacia di un messaggio. Pensiamo ad esempio all’espressività del volto di Charlie Chaplin ,che riusciva a veicolare attraverso il linguaggio del corpo momenti di grande drammaticità con lo stesso talento con cui riusciva in altri a renderne la comicità.
Il linguaggio del corpo non può definirsi una scienza esatta, ma gli studi che dagli anni ’70 sono stati effettuati su questo argomento hanno reso possibile la conoscenza di dinamiche molto utili da conoscere, non solo per chi si dedica allo studio della comunicazione a livello professionale, ma per tutti.

Quello che è emerso dall’osservazione e dallo studio del comportamento delle persone mentre comunicano è che è tipico della natura umana comunicare con il corpo molto più di quanto non faccia con la parola. La comunicazione, infatti, avviene per il 55% attraverso segnali non verbali, lasciando alla comunicazione verbale un’incidenza del 7% e una piccola componente al paraverbale.

L’elemento quindi da prendere in considerazione è che nella comunicazione interpersonale quello che trasmettiamo con il nostro corpo rappresenta la parte preponderante del nostro scambio comunicativo, quindi tutti i contenuti trasmessi, spesso inconsapevolmente attraverso i nostri movimenti, costituiscono la parte più importante, così influente da poter rafforzare o addirittura contraddire le parole che accompagnano.
Per raggiungere un livello adeguato di comunicazione in pubblico è dunque necessario imparare a riconoscere questi segnali, non solo per controllarli quando siamo noi a parlare davanti all’uditorio, ma anche per capire come reagisce chi ci sta ascoltando dandoci spontaneamente un feedback sulla nostra comunicazione.

Quando si tratta di comunicazione non verbale non puoi permetterti di sbagliare!

Come salvarti da questo rischio?

<<<guarda qui>>>

Stai per iniziare un discorso…conosci il tuo interlocutore?

L’inizio di un discorso è spesso lo step più difficile in un processo di comunicazione.

Siamo in tempi di campagna elettorale e i politici sono alle prese con la conquista del voto.

Quali strumenti hanno a disposizione per rendere efficace e convincente il loro discorso?

La comunicazione: una parola enorme, articolata, ricca di sottoinsiemi ben delineati in cui ogni elemento svolge una funzione specifica e funzionale al massimo rendimento di tutti gli altri. Una campagna di comunicazione è lo strumento per arrivare alle persone. Qualcuno la imposta, qualcun altro la programma e qualcun altro la deve alla fine mettere in atto, parlare in prima persona davanti a un uditorio, ed è lì, si sa, che si giocano le sorti della partita. Da dove si comincia nella costruzione di un discorso? E, soprattutto, come si comincia?

Come ci si rivolge a qualcuno che non si conosce per chiedergli di darti fiducia e potere?
L’inizio di un discorso è un momento delicato soprattutto perchè è la fase in cui siamo principalmente esposti al rischio di concentrarci troppo su noi stessi e poco sul nostro uditorio.
Si hanno appena 4 secondi per trasmettere la prima impressione, non si può sbagliare un colpo. E’ dunque fondamentale giocarsi ogni carta al meglio. Come il volo in aeroplano: se il decollo è facile veloce, piacevole e anche un po’ emozionante, predispone già i passeggeri in modo positivo, se invece è turbolento e con degli inconvenienti già nell’animo dei passeggeri si creeranno delle aspettative non tanto profittevoli.

Un discorso funziona nello stesso modo!

Il primo passo consiste dunque nello spostare la nostra attenzione sull’uditorio: chi sono queste persone? Quali strumenti ho a disposizione per conoscerle non avendo l’opportunità di conoscerle ad una ad una?
A quale target si rivolge la mia campagna, che caratteristiche hanno i cittadini che possono essere interessati al mio programma politico?
Che professione svolgono queste persone, che età media è presente in aula? Che istruzione hanno?
Quanto conoscono l’argomento di cui parlo? Che linguaggio posso utilizzare nel mio discorso per farmi capire da loro?
Questo è lo schema su cui ragionano gli esperti di comunicazione che si trovano a dover programmare una campagna, non solo politica, ma in ogni circostanza in cui un relatore debba presentare i propri argomenti ad un pubblico in ascolto. Chiaramente, nel loro caso, esiste un team deputato alla gestione di tutti gli aspetti della campagna, soprattutto nella fase di raccolta dati preliminare.
Le dinamiche dell’aula, in piccolo, non sono poi così diverse.
Ci sono argomenti che posso evitare per creare dissidi in aula?
Ogni volta che mi reco in un’azienda a fare aula, un mio must è quello di capire in primo luogo chi ho davanti, dunque mi faccio fornire un profilo delle persone che avrò in aula, questo mi consentirà non solo di fornire loro i contenuti di cui realmente necessitano ma avrò la possibilità di empatizzare maggiormente utilizzando dei linguaggi differenziati per poter arrivare efficacemente ad ogni interlocutore.
Conoscere i corsisti mi consente di avviare un processo comunicativo efficace facilitato dall’empatia così da far elicitare i bisogni conoscitivi/formativi dei miei interlocutori. Se io colgo i loro bisogni e arrivo alle loro emozioni, questi non possono che aprirmi la porta perchè sono pronti emotivamente ad accogliere il mio messaggio comunicativo.
Come faccio dunque a scoprire i bisogni dei miei interlocutori? Come posso arrivare così a fondo?

Per conoscere i bisogni è necessario saper operare un’analisi dei bisogni consci e inconsci delle persone che mi trovo davanti.
Il bisogno che andiamo a elicitare deve essere direttamente proporzionale al nostro obiettivo, per questo è importante che sia chiaro sin dall’inizio.

Se vuoi diventare imbattibile nell’arte del discorso ho quello che fa per te!

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Buon discorso!