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Il feedback trionfa sulla storia: i silenzi assordanti di whatsapp

Come è cambiato il ruolo del feedback con il 2.0?
Qualcosa di forte deve essere accaduto!

Ce lo insegna il nuovo modo di interagire attraverso le chat che, a seconda di come evolvono le conversazioni, può generare in casi estremi vere e proprie reazioni da psicosi.

Gli sms per definizione nascono come messaggi brevi, modalità comunicative adottate laddove non è possibile fare una telefonata.
Oggi la telefonata è una delle attività più insolite che si possa svolgere con uno smartphone.

Emoticon, puntini di sospensione, visualizzazioni non visibili, spunte blu, orario degli accessi: questi gli elementi alla base di una nuova forma di disagio comunicativo legata alle difficoltà di interpretazione del feedback.

Il mondo della comunicazione in chat oggi è popolato da 3 diverse specie:

  • Quelli che continuano a usare le chat come sms: forse vivono meglio, ma non sfruttano a pieno lo strumento perché si limitano a utilizzarlo per la messaggistica senza entrare nel mood conversazionale caratterizzato dalla velocità di controllo e di risposta, di interpretazione delle emoticon e delle non risposte (di come si comunica non comunicando abbiamo già parlato in questo post, leggi qui).
  • Quelli che hanno oltrepassato le soglie del mood conversazionale e vagano nel regno del delirio: interpretano i silenzi come minacce, le assenze di tag come iniziative di esclusione sociale, le spunte blu senza risposta immediata come indifferenza, l’impostazione della privacy che oscura l’ultimo accesso come un ambiguo modo di agire nell’ombra.
  • Quelli che cercano di sfruttare le possibilità offerte da questo strumento in termini di utilità, che sono consapevoli di poter chiudere la chat all’occorrenza e che si appellano all’orario dell’ultimo accesso solo in situazioni di estrema urgenza o gravità.

Al di là dell’ironia che può suscitare l’andamento generale dei fruitori delle chat, quello su cui voglio invitarti a riflettere e ad analizzare è come le trasformazioni introdotte dai nuovi canali comunicativi abbiano travolto la società, influenzato le reazioni emotive potenziando quello che è già uno strumento determinante nei processi comunicativi: il feedback.

Il mondo cambia, le persone possono fare diecimila cose con uno smartphone in mano e chi comanda è sempre lui, uno dei pilastri ancestrali della Comunicazione: Sua Maestà il Feedback.

Come ti consiglio di vivere questo cambiamento?

In un’ottica di crescita facendo un semplice excursus storico.

Nella definizione del vecchio assioma ci si affidava al ruolo “correttivo” del feedback: “ti restituisco un feedback per correggere il tuo errore”.

A partire dagli anni 2000 il ruolo del feedback si è spostato verso un’altra direzione: “creiamo una cultura del feedback dove il feedback è accettato in azienda per crescere”. Questo ha generato un grosso problema dovuto a un abuso dello strumento: si davano feedback continuativi!

Nel 2.0 la modalità si è rivoluzionata: il feedback è richiesto perché percepito come uno strumento di crescita anche attraverso la solo modalità conversazionale.

Alla fine, per ora, di questa riflessione ti invito a fare un salto laddove tutti i tuoi dubbi sulla comunicazione saranno dissipati.

Corri a leggere qui!

Appuntamento con i discorsi nella storia…recente: il discorso di Emma Watson alle Nazioni Unite.

Appuntamento con i discorsi nella storia…recente: il discorso di Emma Watson alle Nazioni Unite.

Il 21 settembre del 2014 una giovanissima donna, l’attrice Emma Watson, ha tenuto un discorso sui diritti delle donne a New York, in qualità di nuova ambasciatrice del settore UN Women delle Nazioni Unite. Nota anche per la sua campagna He for She, ha posto l’attenzione su un tema su cui si dibatte da decenni, ma nei confronti del quale i modelli e le strutture sociali ancora manifestano una forte resistenza: l’uguaglianza di genere.

Come mio solito, mi soffermo sugli aspetti tecnici del discorso per lavorare sulla costruzione di un messaggio efficace a sostegno del contenuto che si intende sviluppare e del messaggio che si vuole veicolare.

Ecco il testo del passaggio che credo sia utile analizzare:

La struttura è particolarmente interessante perché è come se fosse suddivisa in blocchi autosufficienti che seguono il loro iter – incipit, sviluppo, atterraggio – .

«Più ho parlato di femminismo e più mi sono resa conto che troppo spesso battersi per i diritti delle donne era diventato sinonimo di odiare gli uomini. Se c’è una cosa che so con certezza è che questo deve finire. Per la cronaca, il femminismo per definizione è la convinzione che uomini e donne debbano avere pari diritti e opportunità: è la teoria dell’uguaglianza tra i sessi – politica, economica e sociale»

In questo primo blocco, Emma Watson arriva subito al dunque: illustra immediatamente il limite con il quale si è scontrata. Il ritmo è già forte, non ci sono elementi di contorno: l’essenziale basta per tenere alta l’attenzione.

«Quando avevo 8 anni, ero confusa dal fatto che mi definissero una prepotente perché volevo dirigere la recita per i nostri genitori: ma ai maschi non succedeva. Quando avevo 14 anni ho cominciato a essere trattata come un oggetto sessuale da alcuni media. Quando avevo 15 anni le mie amiche hanno cominciato a lasciare le squadre degli sport che amavano perché non volevano diventare muscolose. Quando avevo 18 anni i miei amici non erano capaci di esprimere i loro sentimenti.”

Secondo blocco: come si è arrivati fin qui, cosa c’è dietro, quale è il filo da risalire per capire cosa ha ispirato le sue idee e la sua posizione.

“Ho deciso di diventare femminista e la cosa non mi sembrava complicata. Ma le mie ricerche più recenti mi hanno fatto scoprire che “femminismo” è diventata una parola impopolare. Le donne si rifiutano di identificarsi come femministe. A quanto pare sono considerata una di quelle donne le cui parole sono percepite come troppo forti, troppo aggressive contro gli uomini, persino non attraenti. Perché questa parola è diventata così scomoda?»

Quest’ultimo blocco rispecchia molto bene le caratteristiche della fase di chiusura perché ne contiene due degli elementi fondamentali: la conclusione delle sue riflessioni e la domanda verso l’esterno, l‘invito ad accogliere il suo pensiero e porsi delle domande per riflettere.

Il nostro appuntamento mensile con i discorsi della storia si conclude qui, per approfondire la struttura del discorso non dimenticare di fare un salto qui!

Cosa racconti al tuo pubblico del tuo brand?

Sei certo di saper comunicare il tuo brand?
Come lo stai facendo?
Come già sai #semprelaparolagiusta è l’hashtag che riassume tutta la mia impostazione e il mio modello di comunicazione e, in questo caso più che mai, la comunicazione del tuo brand non può esulare da questo imperativo categorico!

Nel precedente post, che ti consiglio di leggere nel caso lo avessi perso, (ecco il link) ho introdotto le basi per raccontare te stesso, la tua azienda, i tuoi servizi, al pubblico che ti segue, nello specifico, al pubblico che ti legge, perché la comunicazione scritta segue regole precise e scientifiche quanto quella orale.

La prima domanda che andrò adesso a “indagare” riguarda proprio il contenuto: cosa raccontare?
Quali elementi determinano l’efficacia della mia comunicazione scritta, dando per assodato che è veicolata dal web?

Voglio analizzare con te, ad uno ad uno, gli elementi che costituiscono e rendono di valore la tua comunicazione sul web:

  • Qualità. Primo indiscutibile elemento: non puoi prescindere dalla pubblicazione di contenuti di valore. Devi dare qualcosa che arricchisca, attraverso la lettura, la vita, le attività, la professione di chi ti legge anche a piccole dosi e in funzione dei contesti.

 

  • Pertinenza. Questo tema sembra scontato ma non lo è. Pertinenza non solo rispetto alle tue tematiche ma anche a quello che sta succedendo nel mondo e che in quel momento gli altri stanno raccontando. Devi assumere una prospettiva più ampia, devi saper modificare con criterio e capacità critica il tuo calendario editoriale se sopraggiungono fatti di cronaca, di politica, di sport, attualità che in quel momento predominano la scena e monopolizzano l’attenzione. Leggi i trend su twitter, leggi le Ansa prima di pubblicare, fatti un giro in rete, o fallo fare a qualcun altro al posto tuo, per capire di che si sta parlando.

 

  • Identità. Puoi scegliere di non parlare direttamente di te, anche perché sai che noia a parlare sempre e solo di te. Quello di cui parli però deve rappresentarti, deve somigliarti. La coerenza è figlia di una consapevolezza d’identità prima di tutto! Quindi se decidi di raccontare un evento, un’iniziativa di altri, devi essere in grado di spiegare in che modo ha a che fare con te.

 

  • Familiarità. Qui entra in gioco la conoscenza del tuo pubblico, devi saper dimostrare che sai a chi stai parlando: quello che racconti e il modo in cui lo racconti deve essere compreso con facilità grazie ad una condivisione di linguaggio molto accurata

 

  • Interazione: conversa con il tuo pubblico. Non scrivere se poi non rispondi a chi ti commenta, ti critica, o ti fa domande in rete. Non sei un manifesto pubblicitario sei un agente dialogante!

 

Facciamo una tappa adesso e …appuntamento al prossimo step!

E no, non te ne stare con le mani in mano ad aspettare me.

Intanto vieni a fare un giro qui che sulla Comunicazione c’è tanto da dire.

Caro cliente ti scrivo

Cosa comunichi ai tuoi clienti?

  • Il valore dei tuoi servizi?
  • I numeri del tuo fatturato?
  • La storia del tuo sogno imprenditoriale?

E soprattutto quando scrivi al tuo cliente, sai a chi ti stai rivolgendo?

Conoscere il proprio pubblico di riferimento sul web è importante quanto conoscere gli uditori in occasione di un discorso pubblico.

Avere presente le caratteristiche del target in ascolto, o in lettura, significa avere l’opportunità di scegliere il linguaggio in termini di contenuti e di stile.

Quindi è un punto focale!!!

Se il web rappresenta una grande opportunità di promozione per chi ha qualcosa da proporre, allo stesso modo offre infinite opportunità di informazione a chi è alla ricerca di un prodotto, quindi, quando si scrive, si deve tener conto che ci si sta rivolgendo a un pubblico per lo più informato.

Cosa devi raccontare dunque ai tuoi clienti considerando che le caratteristiche dei tuoi prodotti/servizi le avranno già rintracciate, controllate attraverso le recensioni e sottoposte a decine di confronti?

Devi raccontare chi sei, quello che fai, perché lo fai e soprattutto da queste cose deve emergere quanto ne sai!
Perché devono scegliere te?
In cosa puoi fare davvero la differenza tu?

Per arrivare a fondo di questa cosa voglio guidarti in un’analisi dettagliata che riguarderà le seguenti aree:

  • Cosa è efficace raccontare, quali contenuti vanno condivisi.
  • Quali canali scegliere e quali contenuti veicolare attraverso questi canali
  • Quando e come fare: informazione, promozione, storytelling.

Sei pronto per questo viaggio?

Prima di accompagnarti però voglio essere sicuro che quando dico la parola COMUNICAZIONE hai idea di cosa stiamo parlando, a livello tecnico e contenutistico.

Fai prima un salto qui!

Candidato politico … e fattelo un corso di Public Speaking [storia vera]

Perché tutti, ma proprio tutti, dovrebbero fare un corso di Public Speaking?

Perché serve, in ogni situazione, in molteplici contesti, nella vita di tutti i giorni.

Pensare che il Public Speaking serva solo a chi per professione è tenuto a parlare spesso in pubblico è la credenza più diffusa e la più pericolosa perché espone al rischio di non poter essere efficace per se stessi e per le persone a cui teniamo nel momento in cui dire le cose nel modo giusto potrebbe fare davvero la differenza in termini di efficacia.

In questo momento le campagne elettorali sono nel centro del mirino, sia perché i cittadini vogliono capirci qualcosa su chi votare, sia per chi è interessato ai processi comunicativi.

Improvvisazione, schemi fallimentari, incapacità di gestire le emozioni e la scarsa esperienza, sono gli elementi principali della brodaglia che mette a rischio la reputazione di molti candidati.

Ti voglio raccontare il caso reale di Alessia, una mia collaboratrice, che lunedì mattina è entrata in ufficio e mi ha raccontato una sua esperienza.

Andiamo nel concreto, e questa volta nel piccolo, in una piccola città, dove valgono le stesse e identiche leggi che nelle metropoli, dove Alessia si è recata per ascoltare la presentazione di una lista di candidati e ha riportato alcune gravi distorsioni comunicative di cui è necessario analizzare i passaggi.

Punto per punto, una piccola riflessione “tecnica” su quello che è accaduto:

  • Non si può elencare ogni singolo passaggio di una strategia, sulla carta vincente, toccando il cuore e le emozioni degli interlocutori, per poi concludere con un “tutto questo potrebbe sembrare utopistico”. Errore gravissimo! Stai contraddicendo tutto quello che hai esposto prima!
  • Parlare male degli avversari ruba solo tempo ed energia! Concentrati sui punti vincenti della tua proposta!
  • Le emozioni. Ci sono, è giusto che ci siano, ma controllarle è necessario.
  • L’esperienza. Insegna sì, ma non vince sempre, quindi non ha senso auto celebrarsi per le esperienze precedenti, il tuo discorso deve puntare sul presente e sull’immediato futuro.

Direi di sfruttare le ore di silenzio elettorale per ripassare le strategie vincenti, a partire dall’analisi della struttura di un discorso pubblico.
Non hai scelta: vieni a leggere qui!

Quando il primo assioma ti sfugge un po’ di mano!

Accade sì: il primo assioma può sfuggire al controllo del mittente.

Eccolo qui:

NON SI PUÒ NON COMUNICARE

Alle volte si ha così tanta voglia di comunicare che il rischio di essere fuori luogo, di ponderare poco e male gli elementi di contesto, di fare figuracce…è pressoché al massimo livello!

Qualche giorno fa abbiamo più o meno tutti festeggiato la ricorrenza del 25 aprile, data che, come sappiamo, segna un importante passaggio per il nostro Paese: la liberazione dall’occupazione nazista e fascista.

Questo è quello che ci raccontano i libri di storia, questo è quello che nella realtà è accaduto…fin qui, mi dirai, tutto torna…ma poi ho fatto un salto sui social…e nella giungla si perde la bussola con facilità.

Il vero problema non è stata la perdita della bussola, quanto piuttosto l’assoluta perdita di senso, e di significato mi sento di dire, legata ad una necessità quasi spasmodica di scrivere quello che passa per la testa senza sincerarsi che la propria cultura generale sia al passo con la realtà delle cose.

La mattina del 25 aprile Facebook, e Instagram a seguire,  era la voce di qualunque causa: ragazzi di 20 anni che chiamavano i propri coetanei “compagni”, persone molto adulte che rievocavano uno dei momenti più cruciali della storia probabilmente dei loro genitori o nonni, donne arrabbiate che postavano lo slogan “non una in meno”, chi attaccava Salvini, chi insultava Casa Pound, chi confondeva la libertà con la liberazione, chi si proclamava partigiano di cause più attuali.

Insomma, in quella data un numero impressionante di persone ha risposto al primo assioma della comunicazione declinando il proprio pensiero su qualunque cosa.

Attenzione!

Qui non stiamo a sindacare sulle opinioni espresse o sulle cause tirate in ballo. Qui, come al solito, si parla in termini tecnici di Comunicazione!

Mi sono detto che se un alieno avesse messo il naso nei social lo scorso 25 aprile non avrebbe capito nulla della ricorrenza tanto cara al nostro Paese.

La voglia di comunicare affonda le proprie radici nei bisogni più ancestrali dell’essere umano e il primo assioma ne è la prova, questo però non significa che si debba del tutto ignorare il dove, il come e il quando!

Quindi mi sento di darti qualche suggerimento per evitare di trovarti nel gruppo di chi ha buttato a caso il proprio ingrediente nel calderone:

  1. Prima di comunicare il tuo pensiero, le tue impressioni, le tue richieste su un determinato argomento, raccogli le informazioni da fonti attendibili. In questo caso bastava il libro di storia, ma non sempre è così facile.
  2. Non ti fidare delle opinioni di qualcuno solo perché lo stimi. Se stimi qualcuno sicuramente avrai le tue ragioni, ma ricorda che le opinioni spesso hanno poco a che fare con la logica. Quindi evita di aggregarti al pensiero di chi stimi solo perché hai un’ottima reputazione di questa persona.
  3. Analizza il contesto, che in termini pratici si traduce nella domanda:”è il caso che io scriva ora questa cosa in questo modo?”. Questa è più o meno la domanda “salvagente” in situazioni simili.

 

La comunicazione è uno strumento dotato di una potenza notevole che si traduce in un a velocità nella diffusione delle informazioni che spesso il mittente sottovaluta.

Sempre la parola giusta…ma con coerenza e congruità!

Pronto per scoprire le più efficaci strategie di comunicazione efficace?

 

Seguimi a questo link

 

2 ORE … ed è il panico! I rischi della comunicazione social!

Dopo il blackout di Whatsapp e Instagram ho fatto un esperimento o meglio un’indagine… Leggi bene cosa ho fatto.

Da anni ormai siamo abituati a misurarci con un modello comunicativo dettato dalle dinamiche del mondo dei social, al punto che, quando questo mondo presenta segnali di cedimento, molti perdono la bussola…e questo non va bene.

La comunicazione nasce ben prima dei social e dei nuovi modi di parlare che questi hanno introdotto, eppure domenica, le due ore di buio di facebook e whatsapp hanno generato un tale caos che molti anziché alzare il telefono (che funzionava benissimo) e chiamare la persona con cui avrebbero dovuto comunicare via whatsapp, hanno preferito lanciare dei veri SOS nei social che ancora funzionavano (assaltando twitter nello specifico!).

Come sai il mondo della comunicazione offre sempre spunti di riflessione, ma in questo caso ha proprio sollecitato in me un desiderio di “indagine” perché sono rimasto stupito di come le persone siano entrate in affanno perché 2 tra i principali canali social del momento si sono presi una pausa di qualche ora.

La maggior parte di quelli con cui ho parlato (12 su 20), non ha pensato di sopperire al mal funzionamento di whatsapp con una telefonata o con un sms tradizionale, ma ha pensato di andare su facebook per verificare se qualcuno aveva lanciato l’allarme e se erano presenti comunicazioni in merito! Non sono riusciti ad accedere e chi ha un account twitter si è sfogato lì.

Andiamo a quelli che hanno scoperto prima il mal funzionamento di facebook e instagram: qui il panico vero.
Ho udito espressioni del tipo “ero fuori dal mondo”, “in isolamento”, “non ero aggiornato sui fatti del mondo e quando ho scoperto di whatsapp non sapevo a chi e come dirlo!”.

Ok
Calma
Respira

Stiamo scherzando?

Come è possibile che l’acquisizione di nuovi comportamenti comunicativi possa indebolire così tanto la capacità di cercare soluzioni comunicative alternative?
Noi non possiamo non comunicare: è il primo assioma!
E allora, come è potuto succedere che un numero esagerato di persone ha pensato di non poterlo fare, di non raggiungere i destinatari desiderati, o, ancora peggio, ma molto peggio, di non poter accedere all’informazione?

Urge la necessità di fissare alcuni punti:

  • Viviamo in un’epoca in cui ci è offerta l’opportunità di accedere a un numero elevatissimo di canali di comunicazione, non mi riferisco all’opportunità di chiedere aiuto su twitter, ma alla capacità di avere sempre un piano B per reperire le persone più importanti da contattare.
  • Non è cosa buona utilizzare i social come veicolo di informazioni sui fatti di cronaca, di politica e sulle notizie in generale: i social sono l’habitat della fake news e molte testate giornalistiche hanno preso l’abitudine di fare dei lanci piuttosto sbilanciati rispetto al contenuto della notizia, solo per racimolare like.
  • Cerca sempre di arrivare alla notizia e gira intorno alle chiacchiere: quando i social sono tornati a funzionare le homepage erano piene di lamentele, il numero delle condivisioni di articoli che spiegassero la natura tecnica del problema era prossimo allo zero.

Comunicare è inevitabile, farlo efficacemente è una competenza che va assolutamente sviluppata, allenata, divulgata!

Sai già come fare?
Io ti suggerisco di fare un salto qui!

I discorsi che hanno fatto la storia: il “Discorso d’insediamento” di Franklin Delano Roosevelt

Eccoci ai grandi discorsi della storia, il filone “narrativo” che ho inaugurato con il discorso di Gandhi alla Marcia del sale e che voglio continuare guardando all’esempio dei grandi discorsi che hanno lasciato un segno nel tempo.

Continuo a sottolineare che, a prescindere dai personaggi, dalle epoche, dalle loro idee e iniziative, quello che mi interessa analizzare è l’aspetto della comunicazione in termini di struttura dei discorsi e di impatto sugli interlocutori.

Oggi vorrei citare il discorso di Roosvelt conosciuto anche come “Discorso d’insediamento” del 1933.

Prima di entrare nel merito del discorso è bene inquadrarlo storicamente per comprendere al meglio il tono, la finalità e il momento in cui è stato pronunciato.

Franklin Delano Roosevelt è stato eletto Presidente degli Stati Uniti nel mezzo di una crisi economica senza precedenti, il “Discorso d’insediamento” rappresenta, per l’appunto, il suo ingresso alla Casa Bianca.

La vera particolarità di questo discorso è che contiene, dall’incipit alla chiusura, un elemento difficilmente gestibile nella sfera comunicativa: l’invettiva.

Si tratta infatti di un discorso “contro” qualcuno, si tratta di contenuti d’accusa nei confronti di chi si ritiene sia responsabile delle condizioni in cui versava in quel momento la Nazione più potente al mondo.
Ne condivido uno dei passi più salienti per entrare nel cuore della sua intensità:

E’ triste vedere che niente è cambiato, da allora. Anzi. Di fronte al fallimento del credito, essi hanno saputo soltanto proporre di ricorrere a nuove concessioni di credito. Quando è stato loro impossibile di continuare a prospettare il miraggio del profitto per indurre il nostro popolo a seguire le loro false teorie di governo, essi hanno creduto di poter correre ai ripari con pietose esortazioni invitanti a concedere ancora la perduta fiducia. Essi non conoscono altre norme, che quelle di una generazione di difensori dei propri interessi.

Non c’è dubbio, né possibilità di equivoco, basta scomporre anche solo questo passo per individuare la severità, la fermezza, la volontà d’accusa, nelle sue 3 componenti principali:

  1. Incipit: parte da uno stato d’animo che rappresenta il dolore di un popolo intero che ha creduto in un cambiamento ed è stato deluso. Si immedesima subito in chi è all’ascolto, perché sa di arrivare al cuore, alla condizione di disagio in cui molti cittadini sono ridotti dopo la crisi del ‘29.
  2. Corpo: cosa è stato fatto, e soprattutto cosa non è stato fatto, per tutelare gli interessi dei cittadini. Emergono qui gli elementi concreti, misurabili, le azioni all’origine dello status quo.
  3. Chiusura: la presa di coscienza, la piena e triste consapevolezza di dove si è giunti a causa delle azioni di alcuni e la precisa volontà di attribuire delle gravi responsabilità.

Non è facile impostare un discorso basato su un’invettiva senza minarne la solennità, soprattutto se le argomentazioni vanno a toccare tasti tanto delicati e drammatici. Si tratta di un discorso politico, collocato all’interno di una precisa strategia, deve quindi rispettare una struttura tecnica per poterne garantire l’efficacia.

Ho scelto il passo più saliente perché ci tenevo a farti vedere come si possa raggiungere il picco di efficacia anche all’interno di un discorso breve, avendo a disposizione, in termini di contenuto, solo lo scontento di un’intera nazione e la volontà di trasmettere un senso di responsabilità e di presa in carico capace di fare la differenza.

Veniamo a te, alle tue esperienze comunicative…sai che ogni discorso rispetta regole molto precise che ne garantiscono l’efficacia?
Vuoi sapere meglio di cosa sto parlando?

Fai un salto qui!

Qualche tecnicismo anche per lo speaker più esperto!

Gli speaker conoscono i tecnicismi della comunicazione?
Non sempre!
Anzi!
Molto spesso, soprattutto quando si è abituati a parlare in pubblico perché lo si fa per lavoro, ci si sente così sicuri che si pensa addirittura di poter andare a braccio.

Sicuramente una conoscenza approfondita dell’argomento aiuta molto, così come l’esperienza e l’abitudine a parlare in pubblico, questo però non salva nemmeno lo speaker più esperto dal pericolo di un errore, dal rischio di perdersi nel mezzo della sua trattazione.
Per quanto l’argomento posso essere molto conosciuto dallo speaker, ci sono delle variabili che possono condizionare le performance al punto da alterare l’andamento della prestazione.

L’errore che molti speaker commettono, magari fidandosi troppo a volte della loro esperienza di relatori davanti a molti interlocutori, è quella di non aver costruito la struttura della comunicazione, quella sulla quale il nostro discorso poggia, dall’incipit alla conclusione.

Perché mai, mi chiedo, rovinare il proprio discorso solo per aver dato per scontato delle cose?
Io direi che si può tranquillamente evitare!

Ogni oratore per raggiungere un alto livello di efficacia nella propria comunicazione deve costruirsi una scaletta della trattazione.
La scaletta per poter funzionare deve rispettare 3 passi, che consentano all’oratore di essere:

· coinvolgente
· convincente
· accattivante

Percorriamo ora tecnicamente la struttura del discorso, così da scomporla e analizzarne ogni singolo blocco.

Abbiamo già citato l’apertura, il corpo e l’atterraggio, ma se facciamo un salto nel tempo vediamo come questa suddivisione è nata e quando sia legata all’andamento dei processi mentali.

La struttura del discorso, secondo la sistematizzazione definita da Cicerone, si articola in:

· Exordium: è il momento in cui si fornisce un’anticipazione del discorso che verrà approfondito, questo consente agli interlocutori di predisporre i processi mentali per ascoltare al meglio;
· Oratio: questo secondo momento deve essere dedicato al contenuto, in modo lineare ed esaustivo. In questa fase è importante evitare di dilungarsi in digressioni, aprire parentesi e allontanarsi dal focus del discorso.
· Peroratio: è il momento in cui vengono esposte le argomentazioni a sostegno dei contenuti trattati, per supportare l’intero discorso sostenuto. E’ il momento in cui si fornisce agli interlocutori una sintesi degli argomenti trattati e i motivi per cui seguire e fare ciò che hai detto.

Fondamentale, in tutte e 3 le fasi, esprimersi con la massima chiarezza: il nostro interlocutore riesce ad entrare in sintonia con i nostri processi mentali, e dunque a comprendere i nostri discorsi, solo se sono semplici. Se i nostri discorsi sono troppo complessi e articolati la capacità di ragionamento del nostro interlocutore nel seguire i nostri passaggi sarà drasticamente inferiore.

Ora sono certo che la tua cassetta degli attrezzi sia più completa!
Se ti interessa approfondire meglio l’argomento non devi far altro che cliccare qui!

Come comunicare attraverso una canzone

Comunicare attraverso una canzone è forse una delle più antiche modalità di trasmissione delle emozioni.
Basti pensare che, per sublimare la recitazione di versi, i nostri antenati dell’epoca classica si facevano accompagnare dal suono del flauto o della lira, proprio in questo modo sono nate grandi opere appartenenti al patrimonio letterario dell’umanità, come l’Iliade e l’Odissea.

Secondo Nietzsche , filosofo, poeta e compositore del IXX secolo, la musica è l’unica forma d’arte capace di penetrare l’animo umano ed arrivare lì dove altre forme d’arte non riescono ad arrivare.
La musica indubbiamente fornisce una base alle parole e riesce a farle veicolare in maniera più fluida e immediata.

Nel corso di questa settimana, mi si perdoni il salto temporale, si è parlato a lungo di musica in occasione dell’appuntamento annuale con il Festival di Sanremo, che richiama puntualmente sul palco artisti noti e meno noti per presentare i loro brani al pubblico.

Quest’anno si sono alternati i nuovi volti del rap, volti e voci molto popolari del rock melodico e nuove combinazioni risultate dalle contaminazioni culturali che sempre arricchiscono il repertorio artistico di un paese.

Ma, venendo al dunque, cosa comunica una canzone, e, soprattutto, come si può essere certi che quello che comprendiamo sia il significato esatto che l’autore gli ha attribuito nel momento in cui l’ha composta?

La risposta è semplice: noi non possiamo!

Non per mancanza di immedesimazione o capacità di attribuire un senso profondo alle cose, ma semplicemente perché gli stessi autori, quando scrivono, sono spinti da slanci diversi, da ispirazioni spesso in contrasto o addirittura in contraddizione tra loro.

La scrittura artistica, a differenza di quella informativa o promozionale, ha questo vantaggio: ti consente di esprimerti come vuoi senza porti il problema della coerenza e la preoccupazione di allineare troppi elementi.

Dal punto di vista dell’ascoltatore, la comunicazione dei contenuti di una canzone, può subire stravolgimenti inaspettati.

Quante volte ti è capitato di ascoltare una canzone in un momento particolare della tua vita e pensare che le parole facessero proprio al caso tuo e stessero in qualche modo raccontando quello che sta capitando a te?
Immagino molte, come a tutti!
Questo accade perché l’ascoltatore può manovrare, più o meno consapevolmente, una variabile chiamata interpretazione!

Si narra che “Wish you were here” dei Pink Floyd non parli esattamente di una relazione d’amore, eppure se l’ascolti dopo essere stato lasciato, in preda allo smarrimento e al senso di vuoto, scommetteresti che quella canzone sia stata scritta da uno che si sentiva come te.

E che dire di “A perfect day” di Lou Reed?
Non la dedicheresti a chi porta gioia e amore nella tua vita?
Eppure sembra che sia un ringraziamento a ben altre cose.
Ne siamo certi?
No!
A meno che non abbiamo la fortuna di attingere alla fonte certa: un’intervista all’autore che ci sveli senza remore (lo farà?) tutto quello che aveva nella testa mentre scriveva.
E anche qui ti chiedo: lo reputi possibile?
Io direi di no, e ti cito la seconda variabile importante: l’ispirazione, che è spesso frutto di emozioni, desideri, mancanze, che possono durare pochi istanti e generare capolavori, come i due pezzi sopra citati.

Tutto questo per dire che quando l’autore dà alla luce una canzone automaticamente delega all’ascoltatore il potere di mettere in atto la sua interpretazione e sognare in base alle emozioni che quel testo e quella musica trasmettono.
Il segreto della comunicazione delle canzoni è proprio questo: il mittente perde il controllo e il destinatario declina quei versi secondo la propria ispirazione e capacità di comprensione, in funzione del contesto e del momento.

Il bello della comunicazione è anche questo: poter donare le parole e lasciare che chi le ascolta le faccia proprie.

Spero ti sia stato utile questo mio contributo post sanremese, se vuoi approfondire tutto ciò che ha a che vedere con la comunicazione vieni a trovarmi qui!