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Il mobbing fa male. Fai in modo che non vinca

La scorsa settimana, ti ho raccontato la storia di Chiara (clicca qui se hai perso il post) per approfondire il tema del mobbing e analizzare le ripercussioni che può avere non solo nel contesto professionale, ma anche nella vita privata.
Ma cos’è tecnicamente il mobbing?

Per mobbing si intende un comportamento agito all’interno del contesto lavorativo con lo scopo di emarginare un collega, un sottoposto, un collaboratore.
L’obiettivo è quello di perseguitare la vittima prescelta per motivazioni che possono essere molteplici fino a portarlo alle dimissioni.
Nel caso in cui il mobbing venga agito da un datore di lavoro si usa anche nel gergo il termine “bossing”.

La condotta di chi agisce il mobbing non è mai riconducibile ad una sola azione, ma individuabile in una serie di comportamenti estenuanti per chi li subisce e difficilmente perseguibili perché, se analizzati singolarmente, spesso risultano leciti, almeno in termini legali.

Da parte di chi lo mette in atto il mobbing:

  • È un comportamento assolutamente volontario, frutto di una scelta consapevole
  • Si estrinseca in una serie di azioni volte a persuadere la vittima scelta a rassegnare le dimissioni
  • Molto difficilmente è suffragato da prove concrete che possano limitare l’influenza deleteria di chi lo esercita

Vediamo ora nello specifico i possibili comportamenti attraverso cui si manifesta il mobbing:

  • L’esclusione della vittima da attività che coinvolgono i colleghi, dentro e fuori l’ufficio
  • Il mancato riconoscimento dei meriti della vittima
  • La denigrazione della vittima in merito a caratteristiche personali o competenze professionali
  • La preclusione della vittima all’accesso o all’utilizzo di strumenti utili per svolgere al meglio la propria mansione

Qual è il comune denominatore delle azioni in elenco?
Il tentativo di vanificare la vittima ledendo la sua dignità.

La situazione può sconfinare nel dramma personale quando le dirette conseguenze del mobbing condizionano i comportamenti, gli umori,le performance della vittima e si trasformano a loro volta in pretesti per innescare nuovi comportamenti di mobbing.

Un salto nel vuoto, il buio, un vicolo cieco, un tunnel senza uscita: queste le metafore che sono venute fuori quando mi sono messo all’ascolto di varie di queste esperienze agghiaccianti.

Differenze di genere, di provenienze territoriale, di ruolo, di stipendi, di situazioni private in atto. Antipatie personali, competizione, invidia.
Questi i covi in cui si annidano le intenzioni di chi decide di agire il mobbing.

Perché è così pericoloso e difficile da scandagliare?
Vuoi la risposta secca?
Ecco a te: perché è un processo sistematico e strutturato, declinato in un pluralità di situazioni e mirato alla cancellazione di una figura professionale. Peccato che dietro a questa figura professionale c’è una persona che ogni giorno va a lavoro con il mal di stomaco e non riesce più a svolgere bene il proprio lavoro.

Sconfiggerlo è complicato, ma si deve.

Io lo faccio attraverso le mie attività di coaching e comunicazione, perché prima di arrivare in fondo a questo disagio emotivo ci sono strumenti di comunicazione e di relazione che possono preservarti da situazioni di questo tipo.
È uno strumento fondamentale tra altri strumenti che lo sono altrettanto, ma inizia da qui, non farti trovare impreparato.

CHIARA, 35 anni, nuovo lavoro e … una situazione di mobbing tra lo stesso sesso. EPISODIO 1

Ora che sai tutto sugli stili relazionali, ecco i link dei post se li hai persi (Il mobbing: prevenire  grazie alle tecniche di comunicazione, Stile di comunicazione passivo e mobbing: chi sono le vittime più facili,  Lo stile che fa la differenza? L’assertività), è arrivato il momento di approdare all’argomento che ti avevo anticipato e che attanaglia una percentuale non trascurabile di popolazione di professionisti: il mobbing.

Di strumenti di comunicazione e sugli stili relazionali abbiamo dettagliato molti aspetti tecnici.
Quello che vorrei fare ora è un focus sul fenomeno del mobbing e sulle dinamiche che ne sono alla base.

Parto dalla storia di Chiara, un nome di fantasia, scelto per raccontare l’esperienza di una donna di 35 anni che si è rivolta a me per acquisire gli strumenti comunicativi e relazionali per superare una situazione che le stava letteralmente distruggendo l’esistenza, oscurando ogni sua giornata con negatività e demotivazione.

Chiara approda come consulente in una multinazionale, le viene assegnato un incarico full time per un periodo di 7 mesi, le vengono presentate le sue colleghe, per lo più donne, per i primi 15 giorni tutto sembra procedere a meraviglia.
Viene assegnata ad una referente di qualche anno più adulta, Chiara è felice di poter condividere questa esperienza con una sua quasi coetanea.

Qualche giorno di lavoro ed arriva il buio, è così che lei stessa lo ha definito.

Ogni suo elaborato, si trattava di un incarico nell’ambito comunicazione, non andava improvvisamente più bene, veniva rimproverata pubblicamente se non aveva terminato il lavoro entro l’ora di pranzo, ed una volta le è stato intimato di non salire in mensa se non avesse finito il lavoro assegnato.

L’atteggiamento della referente era cosa nota presso la divisione dell’azienda, ma si trattava di una professionista molto efficiente e i suoi capi per questo tendevano a tollerare i suoi comportamenti.

Le altre colleghe in qualche modo la subivano, anziché manifestare dissenso cercavano la sua complicità pur di non averla contro.
Con gli uomini aveva un feeling diverso, non entrava in competizione, aveva toni educati, rideva su cose per cui con Chiara avrebbe discusso per ore.
A tavola metteva le borse delle colleghe sulle sedie per non far sedere Chiara al loro tavolo, quando pioveva a dirotto e Chiara aveva il treno con i minuti contati creava palesemente delle situazioni per cui Chiara dovesse trattenersi.

Criticava qualunque cosa al punto che Chiara a un certo punto inizia inspiegabilmente a dubitare delle proprie competenze professionali, aspetto su cui fino a quel momento non aveva mai avuto dubbi così forti.

Non mangiava più, non dormiva più, la mattina in metropolitana piangeva e aveva costantemente un pugno nello stomaco.
Si sfogava con gli amici, i quali le suggerivano di farsi rispettare, di imparare “come prenderla”, di utilizzare lo stesso linguaggio, di non ascoltare.
Eppure il malessere non passava.

Il mobbing è una cosa seria e dolorosa dove purtroppo i consigli di chi ci vuole bene non sono sufficienti per tirarci fuori da questo disagio, difficile da spiegare.

La prima vera difficoltà delle vittime di mobbing è di non sapere come raccontarlo perché si tratta di dinamiche apparentemente incredibili e distanti da logiche adulte.
Eppure esiste ed è un fenomeno molto diffuso, qualcuno lo ha definito un “bullismo tra adulti” e trovo che non sia una definizione così azzardata.

Ogni individuo quando si reca sul posto di lavoro porta con sé un mondo che gli altri ignorano, in quel mondo ci sono le sue preoccupazioni, aspettative, frustrazioni. Nessuno può sapere cosa l’altro sta vivendo e quale momento di grande fragilità stia attraversando: è qui che il mobbing trova terreno fertile e si insinua logorando ogni giorno l’energia e la voglia di mettersi in gioco nel lavoro.

Ho voluto iniziare con la storia di Chiara, per anticiparti che il tema è delicato, per questo andare a fondo è doveroso soprattutto per chi si occupa come me di tematiche relazionali.

Nel prossimo post iniziamo ad analizzare il mobbing come processo andandone a conoscere le logiche.

Nel frattempo non perdere quello che serve per farti trovare pronto, la comunicazione è uno strumento potente, te lo ricordo ogni volta in questo link!

La manifestazione del dissenso: comunicare un NO!

Lo stile assertivo è molto efficace anche nella comunicazione di un “no”, è la modalità relazionale più efficace nella manifestazione del dissenso.

L’assertivo sa dire no dopo aver ascoltato le argomentazioni dell’altro motivando il suo rifiuto, oppure chiedendo di rimandare la valutazione di una proposta non realizzabile in quel momento.

Lo stile assertivo è quello che più degli altri richiede riflessione e ragionamento, è il meno istintivo tra i tre stili descritti perchè è quello meno condizionato dalla componente emotiva.
Lo stile assertivo è molto efficace nelle situazioni in cui è necessario fare chiarezza, in cui devi chiedere una spiegazione, un perchè anche ai tuoi superiori.

Anche per lo stile assertivo mi soffermo su qualche indizio di comunicazione non verbale e paraverbale:

· Adotta un tono di voce molto espressivo ponendo enfasi sulle parole più significative.
· Ha una gestualità che denota determinazione e sicurezza
· Tende a guardare negli occhi l’interlocutore, ma non in modo assillante
· Ha una fluidità verbale chiara e senza intoppi
· Gestisce la prossimità spaziale in funzione del contesto e del momento della conversazione, dunque si avvicina e si allontana
· Nel controllo del tempo è equilibrato e si alterna con l’interlocutore.

Sono arrivato alla fine di questo percorso sugli stili relazionali e prima di salutarti per darti appuntamento al prossimo post, voglio lasciarti qualche utile frase che ti aiuterà nell’individuazione dei 3 stili

· Il passivo: parla più che altro a se stesso “non sarò inopportuno?” “potrei essere giudicato male dicendo questa cosa” “non vorrei ferire qualcuno esponendo la mia idea”.
· L’aggressivo: “devi fare in questo modo”, “ma cosa stai dicendo?”, “non hai capito niente”
· L’assertivo: “potresti espormi nuovamente la tua idea”, “i nostri punti di vista sono diversi è vero, cerchiamo di capirci meglio”, “potresti aiutarmi a comprendere meglio?”

Per concludere
Lo stile assertivo è quello che ti aiuta ad esporti in prima persona valorizzando le tue idee e proposte, è una modalità relazionale che si declina attraverso espressioni come “ritengo, mi sembra opportuno, propongo di, etc. ). Da quanto detto finora potrebbe sembrare che lo stile assertivo sia fortemente idealizzato, che tenda alla perfezione, sicuramente anche in questo caso non vi verrà in mente qualcuno che possa essere rappresentato solo da questo stile. Lo stile assertivo è lo stile a cui tendere, l’atteggiamento più efficace per la comunicazione con l’altro e lo strumento più potente per creare il clima relazionale giusto.

Adesso sai tutto sugli stili relazionali, dal prossimo post entrerò nel vivo del mobbing, un fenomeno che va conosciuto, evitato, combattuto.

Non farti mai trovare impreparato su questi temi: questo è il primo passo per avere successo!

Leggi qui prima di andar via!

Impara a riconoscere gli stili aggressivi

In questo percorso di approfondimento sul mobbing, vedi i post precedenti se li hai persi  (Il mobbing: prevenire grazie alle tecniche di comunicazione – Stile di comunicazione passivo e mobbing: chi sono le vittime più facili?)  oggi mi voglio concentrare sullo stile più identificativo di chi esercita azioni di mobbing verso i propri colleghi o collaboratori: lo stile aggressivo.

Vado subito all’identikit

Lo stile aggressivo è caratterizzato dalla spiccata tendenza ad esercitare la propria influenza sugli altri, cercando di prevalere senza tenere conto dei loro spazi.
I comportamenti più frequenti rintracciabili nello stile aggressivo sono:

· Non dedicare spazio e attenzione alle argomentazioni altrui, sminuendole o criticandole, spesso non ascoltandole.
· Evidenziare gli errori degli altri.
· Attribuire ad altri le responsabilità di un errore senza riconoscere le proprie
· Monopolizzare la conversazione senza interpellare né ascoltare gli altri.
Interrompere gli altri interlocutori.
· Giudicare.

Osserviamo, anche in questo caso, la sfera del non verbale e paraverbale:

· Assumere una gestualità aggressiva (puntare il dito, indicare).
· Tendere a guardare fisso negli occhi l’interlocutore.
· Esprimersi con un tono di voce forte e pungente.
· Avere una fluidità linguistica volutamente lenta come se non si contemplasse la possibilità che altri possano entrare nella conversazione.
· Avere una forte tendenza all’avvicinamento nel controllo della prossimità spaziale.
· In termini di controllo del tempo tendere spesso ad invadere gli spazi degli altri.

Anche in questo caso è importante tener presente la necessità di estremizzazioni.

Avete mai conosciuto qualcuno che si comporti solo in questo modo?

Credo e spero di no!
Quando si parla di stile relazionale è più che di stile comunicativo vero e proprio è più corretto dire che una persona ha una maggiore inclinazione verso un determinato tipo di comportamento, le variabili determinate dai contesti e dalle persone spesso possono generare esiti completamente diversi anche se il soggetto è sempre lo stesso.
Hai presente il prepotente di turno? Quello che vuole vincere sempre lui a calcio, quello che urla quando parla e non chiede mai l’opinione altrui? Quello che non accetta che qualcuno possa pensarla diversamente da lui? Ebbene proprio lui!
Pensi davvero che possa essere sempre e solo così in ogni situazione?
Anche quando gli parla il suo capo?
Questo è solo un banale esempio utile per semplificare e far comprendere come il passaggio tra uno stile relazionale all’altro sia possibile e spesso assolutamente inevitabile.

Mi fermo e ti anticipo che al prossimo giro ti parlerò di assertività prima di iniziare un viaggio più profondo nelle dinamiche comunicative, e pericolose, del mobbing.

Inizia ad arricchire i tuoi strumenti, parti da qui!

Stile di comunicazione passivo e mobbing: chi sono le vittime più facili?

Ho iniziato questo percorso di conoscenza degli stili relazionali partendo dalla volontà di capire il fenomeno del mobbing.

Sono partito dal presupposto che avere gli strumenti giusti avvicina le persone alla soluzione e sapere che stile relazionale utilizza chi ti trovi di fronte non è affatto una cosa da poco.

Partiamo dall’identikit del passivo.
Ti anticipo però che se non hai letto il post della settimana precedente ti perdi pezzi importanti, quindi corri su questo link e recupera il tempo perso!
Torniamo a noi.

Chi applica lo stile passivo?
Lo stile passivo è caratterizzato da una forte inclinazione ad evitare responsabilità e conflitti con l’interlocutore.
I comportamenti rintracciabili nello stile passivo sono:
– Non esporsi
– Non affermare la propria posizione subendo quella degli altri
– Non dichiarare i propri desideri né il proprio malcontento
– Non esprimere emozioni, soprattutto quelle negative
– Non intervenire nella conversazione per proporre una propria idea
– Non comunicare disaccordo quando le argomentazioni degli altri sono fortemente in antitesi con i propri valori
– Manifestare la tendenza a lamentarsi senza mai proporre soluzioni o alternative
– Evitare di prendere di petto i problemi e di proporre soluzioni

Lo stile passivo presenta degli elementi fortemente connotativi anche nella sfera della comunicazione non verbale e paraverbale, vediamone alcuni.

Quando si ha una maggiore tendenza verso lo stile passivo si manifestano i seguenti comportamenti:
– Non guardare negli occhi l’interlocutore
– Essere molto evasivo
– Avere un volume e un tono di voce basso e cantilenante
– Muoversi a scatti e con gesti nervosi
– Non si ha una buona fluidità verbale, compromessa da numerose pause ed esitazioni
– Si ha una gestione dello spazio tendente ad aumentare la distanza dall’interlocutore

Questo un rapido sguardo sullo stile passivo, tenendo sempre ben presente che per la schematizzazione degli stile è necessaria un’estremizzazione dei comportamenti in modo da rendere efficacemente le differenze tra le tre diverse tipologie.
L’obiettivo di chi tende a relazionarsi con uno stile passivo è sempre quello di evitare le discussioni.
Quante volte durante una riunione o anche un confronto tra amici ti è capitato di osservare che uno dei presenti non esprime il suo dissenso nei confronti di chi sta parlando ma tu sai perfettamente, magari perchè lo conosci bene, che non può essere assolutamente d’accordo con le proposte lanciate?

Anche nell’ambiente familiare, ad esempio, spesso un componente con una personalità più trainante riesce a concretizzare i propri desideri magari a scapito di quello che non ha il coraggio di dire nulla, ma abbassa la testa, dice di sì mentre gli trema la voce e non vede l’ora di uscire dalla stanza per andare a sfogare la sua rabbia altrove?
Il passivo si comporta come se i suoi bisogni fossero perennemente secondari rispetto a quelli degli altri.
Ebbene rimanendo sui due precedenti esempi, prova ora ad immaginare che le due persone che hanno subito i comportamenti di altri si trovino ora in un contesto totalmente diverso, con persone meno prepotenti e magari più inclini all’ascolto, vedrai che in un caso simile il “passivo” avrà l’opportunità di mostrare anche la sua area comportamentale non passiva!

Mi fermo ok, è tanta roba.
Sai cosa sto per dirti vero?
Che gli strumenti giusti ti salvano le giornate, il lavoro, la vita.
Vieni a vedere di cosa sto parlando, clicca qui!

Il veglione…di settembre!

C’è chi sostiene che l’inizio dell’anno debba essere festeggiato a settembre…considerando tutto quello che ognuno di noi è chiamato a muovere dopo la fine dell’estate, direi che quest’affermazione davvero non fa una piega.

Si ricomincia: questa è la parola d’ordine.
Cosa, come, dove, quando è poi nell’esperienza di ciascuno, ma quello che davvero accomuna tutti è la necessità di alzare il culo (ops) dalle sdraio e immergersi in una nuova stagione tutta da costruire.

Da anni sostengo la motivazione come valore alla base di molte azioni, fondamentale per intraprendere percorsi e attività.

Tutti i miei percorsi per te sono pronti, ho tutto quello che ti serve per le tue performance in pubblico: strumenti, strategie, tips, conoscenze per una corretta lettura dei contesti e dei tuoi interlocutori.
Hai tutto a disposizione per far decollare le tue performance comunicative: niente più titubanze, intoppi, perdite di tempo e soprattutto niente più buchi nell’acqua: è arrivato il momento del successo!

La domanda che ti faccio è semplice: tu sei pronto?
Essere pronti non si traduce nel volerlo e basta, è un processo strutturato anche questo, quindi il mio primo intervento per te dopo l’estate comincia adesso dandoti gli strumenti per prepararti all’apprendimento e alla messa in pratica delle competenze che ti consentiranno di arrivare spedito ai tuoi obiettivi.

Devi, e dico devi:

· avere assoluta consapevolezza di voler diventare speaker eccellente e di avere le abilità per poterlo essere concretamente;
· maturare la convinzione che l’abilità di parlare in pubblico non è qualcosa di irraggiungibile o metafisico, ma una competenza che si può acquisire raggiungendo un’adeguata preparazione seguendo regole e passaggi ben definiti;
· pensare in termini positivi il tuo obiettivo, visualizzando il momento in cui esporrai un discorso in pubblico come un momento positivo, immaginando di avere successo come abile oratore nella professione e nel privato;
· dedicarti all’esercizio: l’abilità comunicativa va allenata, seguendo percorsi precisi di studio e di applicazioni pratiche per affinare le capacità e avvicinarci all’eccellenza;
· sfruttare tutte le occasioni per fare pratica in materia di Public Speaking, sia buttandoti in situazioni che lo richiedono, mettendo alla prova la tua abilità, sia osservando gli altri e catturando spunti utili.

Non finisce qui, per il momento ti faccio fare un giro panoramico di quello che ti aspetta, clicca qui!

Benvenuto in questo settembre ricco di opportunità!

Ospite a casa! Le giuste regole!

Da cosa nasce l’esigenza di fare una riflessione sul rapporto che intercorre tra il valore dell’ospitalità e il modo poi di comunicarlo?

Calma! Te lo racconto subito.
Mentre mi godo la decompressione di agosto non perdo occasione per tenere allenate le mie abilità di osservatore e, sarà deformazione professionale accanita, mi ritrovo ad analizzare le situazioni osservandone gli aspetti di comunicazione.
Vado dritto al punto perché la questione è davvero singolare: nel caso in cui si ospita qualcuno in casa propria, o in cui si è ospite, come viene gestito questo rapporto in termini di comunicazione?

Questo pensiero nasce dall’esperienza di una mia amica che, a dire il vero, al ritorno dalla vacanza non è ancora in grado di dire se si è trattato di una disavventura oppure no.

Giulia non aveva organizzato granché per le sue vacanze quest’anno, fresca di divorzio, desiderosa di riposo, riceve per ferragosto l’invito da parte di alcuni amici a trascorrere qualche giorno al mare presso la loro casa in Montenegro. Giulia entusiasta accetta l’invito, organizza la sua partenza, ma arrivata lì, pur conoscendo le persone che le avevano spontaneamente offerto l’alloggio, si è sentita fortemente in imbarazzo perché non riusciva a comunicare in maniera “sana” con questi amici.

Fatte salve le differenze culturali che vanno sempre messe in preventivo anche senza uscire dai confini nazionali, può capitare che il modo diverso di percepire e di trasmettere il valore dell’ospitalità possa creare situazioni davvero poco piacevoli.
Il rapporto di ospitalità nasce da un presupposto: c’è qualcuno che accoglie in casa propria qualcun altro, questo implica posizioni non allineate a prescindere dalla vicinanza affettiva tra le persone coinvolte.
Alcuni manifestano freddezza non mettendo a proprio agio l’ospite, altri sono invadenti e gli organizzano la vita, altri ancora lo travolgono con le proprie attività…alt!
Facciamo ordine!
Proviamo a buttare giù un vademecum dell’ospitalità che possa in qualche modo fungere da “regolatore” nelle dinamiche comunicative inserite in questo contesto.
Prendi nota:

  • L’ospite non è un prigioniero, e quest’ultimo, dal canto suo, deve sentirsi libero di far presente la necessità di non allinearsi necessariamente a tutte le proposte degli ospitanti. Con i dovuti modi e usando #semprelaparolagiusta
  • L’ospite non è un soprammobile: non puoi pretendere nemmeno che una persona alloggi a casa tua e stia fermo lì ad aspettare i tuoi tempi e le tue necessità per svolgere qualunque tipo di attività. Accoglienza ok, ma anche libertà di lasciarlo organizzare attività in autonomia mentre tu sei impegnato in altro!
  • L’ospite non è il tuo baby sitter: ebbene sì ho sentito anche questa! La persona ospitata troverà sicuramente il modo di manifestare la sua gratitudine, ma non diventando un dipendente al vostro servizio.
  • L’ospitalità non è dovuta e non sei in hotel: questa è per gli ospitati! Non sei in albergo: ripaga l’ospitalità, ci sono tanti modi, trovane uno e soprattutto contribuisci in termini di pulizia alla gestione degli spazi che occupi.
  • Chi ti ospita ha il piacere di stare anche un po’ con te: ok che non si debba passare le vacanze in simbiosi, ma si dà per scontato che se ti invitano è anche per il piacere di condividere esperienze, quindi non fare l’opportunista e approfitta di questo tempo per curare i rapporti di amicizia.

Insomma si fa presto a dire ospitalità!
Come vedi, è tutto un gioco di equilibri, come del resto molte situazioni comunicative lo sono!
Quindi vedi di prepararti al meglio e vieni ad approfondire qui!

Le 10 cose da non far dire alla tua bocca

Mentre ripercorro un articolo di Forbes di qualche tempo fa sulle cose da non far dire al tuo corpo, rifletto su quella che da sempre è la mia linea d’azione e che è all’origine dell’hashtag #semprelaparolagiusta … e mi rendo conto che sarebbe davvero il caso di fare un decalogo delle cose da non far dire alla nostra bocca per rendere più efficace la nostra comunicazione.

Prendi nota perché qui si entra nel merito dei tuoi discorsi!
10 cose da non far dire…alla tua bocca!

  1. Non esprimerti a suon di negatività! Per quanto possa essere giusta la causa, non è mai una buona idea trasmettere all’interlocutore un messaggio utilizzando toni, parole, atteggiamenti che richiamino la negatività.
  2. Conta le volte in cui citi te stesso! Hai mai notato quante volte dici la parola “io” all’interno di una conversazione? Per descrivere il tuo stato d’animo, per mettere in luce i tuoi meriti, per raccontare esperienze che reputi fondamentali da raccontare? Ricorda che in ogni persona c’è un “io” e l’interlocutore potrebbe essere infastidito, o anche offeso, da un eccesso di egocentrismo a scapito del confronto con l’altro.
  3. Chiudi la bocca ogni tanto! Metti in atto uno dei più preziosi strumenti di comunicazione: l’ascolto. Entra in empatia con l’altro, con un pubblico, con chi ti sta davanti. Solo concedendoti momenti di ascolto attivo potrai davvero intraprendere una conversazione alla pari ed efficace in termini di Comunicazione!
  4. Non avere fretta di nominare i tuoi difetti! Proprio così. Non si tratta di nascondere o omettere, si tratta semplicemente di concentrarsi sulle proprie virtù per comunicare il meglio di sé agli altri, sia attraverso le parole che attraverso i comportamenti.
  5. Non tirare in ballo persone che non sono presenti e non possono difendersi né produrre argomentazioni. Ci sarà un momento per offrire loro la possibilità di spiegarsi.
  6. Non nasconderti dietro la comunicazione scritta per dare sfogo all’orco che c’è in te! Questo fenomeno ha preso piede in particolare con l’avvento dei social, dove tutti, anche gli insospettabili, si sono sentiti investiti del potere di esprimersi su tutto sentendosi protetti da un’esposizione meno diretta (ma molto più massiva ahiloro!)
  7. Non parlare male degli altri per supportare le tue tesi. Se le tue argomentazioni sono convincenti, i contenuti validi e le tue capacità oratorie eccellenti, non hai bisogno di servirti delle debolezze dei tuoi competitor, in qualunque ambito.
  8. Non perdere mai di vista il contesto. Affinché tutto ciò che dici sia congruo, coerente e funzionale chiediti sempre se è in una giusta relazione con il contesto. Il significato delle parole, dei toni, dei movimenti ha ragione d’essere se legato al contesto.
  9. Non esagerare con le citazioni! Dai mettici qualcosa di tuo! Poi se un personaggio autorevole ci ha già messo lo zampino tanto meglio, ma non puoi tenere un discorso saltando da una citazione all’altra!
  10. Rispetta sempre, attraverso le parole, chi hai di fronte. Non sai chi sia, che storia abbia, cosa stia provando in quel momento. Sai solo che è lì per te, davanti a te e ti sta ascoltando: preoccupati sempre che le parole che usi non siano offensive nei confronti di nessuno.

Hai preso nota di tutto?
Sei pronto per fare un giro in un mondo più vasto?
Non posso svelarti tutti i segreti della Comunicazione se non sai usare #semprelaparolagiusta!

Corri a leggere qui!

La riprova sociale di Robert Cialdini nelle dinamiche social

La riprova sociale è uno dei valori su cui principalmente si basano le dinamiche social e consiste nello scoprire cosa gli altri considerano giusto/cool/ adatto, per aderire a una sorta di consenso generale che genera approvazione, riconoscimento, appartenenza.

Sulla base di questo principio sono cresciuti in particolare alcuni canali social come Facebook e a seguire Instagram, contenitori di immagini e parole capaci di orientare il sentire comune al punto da influenzare alcuni processi decisionali.

Le novità introdotte da Instagram, e non ancora visibili da tutti, vanno a minare il potere di questo principio in quanto gli utenti non potranno vedere il numero dei like che il post seguito ha ricevuto stravolgendo totalmente quello che fino a oggi è stato un potente strumento di condizionamento del consenso.

Cosa pensano gli altri dell’influencer che seguo?
E l’influencer stesso da chi si fa guidare?

Decade così, o si indebolisce molto, in un giorno come tanti, l’applicazione del principio di riprova sociale su Instagram, il social che per eccellenza ha fornito terreno fertile a tutti coloro che desideravano lanciare tendenze, nuovi mood, community. Lo faranno ancora, ma verranno valutati secondo la coscienza dei singoli.

Instagram si svincola dalla rete dei condizionamenti e inaugura un nuovo modello conversazionale one to one in cui l’operato di altri si affievolisce sempre di più.

In attesa di conoscere tutti i dettagli delle Armi della Persuasione di Cialdini è bene che tu abbia un’idea mooooolto chiara di cosa significhi comunicare in funzione degli ambienti e delle situazioni.

La scorsa settimana ti ho anticipato gli importanti cambiamenti che investiranno il regno di Instagram ( se hai perso l’articolo devi assolutamente correre a leggerlo qui) modificando in maniera sostanziale il ruolo dei follower nella costruzione della brand reputation degli influencer.

Ho avuto così modo di anticiparti uno dei più importanti elaborati di Robert Cialdini “Le armi della Persuasione” all’interno del quale è riportata una della tematiche centrali sulle quali è costruito gran parte del motore dei social network: la riprova sociale.

Partiamo dall’inizio.
Robert Cialdini è uno psicologo particolarmente interessato allo studio del processo di Persuasione.

Dopo aver maturato una lunga esperienza nel mondo della vendita, mettendo se stesso per primo al centro di uno studio, ha eleborato un modello secondo il quale è possibile raggruppare tutte le tecniche persuasive in 6 categorie di partenza:

  • Reciprocità
  • Impegno e Coerenza
  • Riprova sociale
  • Simpatia e bellezza
  • Autorità
  • Scarsità

A questa si aggiunge anche il principio del contrasto anche se negli ultimi anni è stato messo in un piano secondario rispetto ai precedenti .

Nelle prossime occasioni andremo ad analizzare le 5 categorie restanti, perché oggi voglio parlarti della terza: la riprova sociale.

Ti aspetto qui!

Il feedback trionfa sulla storia: i silenzi assordanti di whatsapp

Come è cambiato il ruolo del feedback con il 2.0?
Qualcosa di forte deve essere accaduto!

Ce lo insegna il nuovo modo di interagire attraverso le chat che, a seconda di come evolvono le conversazioni, può generare in casi estremi vere e proprie reazioni da psicosi.

Gli sms per definizione nascono come messaggi brevi, modalità comunicative adottate laddove non è possibile fare una telefonata.
Oggi la telefonata è una delle attività più insolite che si possa svolgere con uno smartphone.

Emoticon, puntini di sospensione, visualizzazioni non visibili, spunte blu, orario degli accessi: questi gli elementi alla base di una nuova forma di disagio comunicativo legata alle difficoltà di interpretazione del feedback.

Il mondo della comunicazione in chat oggi è popolato da 3 diverse specie:

  • Quelli che continuano a usare le chat come sms: forse vivono meglio, ma non sfruttano a pieno lo strumento perché si limitano a utilizzarlo per la messaggistica senza entrare nel mood conversazionale caratterizzato dalla velocità di controllo e di risposta, di interpretazione delle emoticon e delle non risposte (di come si comunica non comunicando abbiamo già parlato in questo post, leggi qui).
  • Quelli che hanno oltrepassato le soglie del mood conversazionale e vagano nel regno del delirio: interpretano i silenzi come minacce, le assenze di tag come iniziative di esclusione sociale, le spunte blu senza risposta immediata come indifferenza, l’impostazione della privacy che oscura l’ultimo accesso come un ambiguo modo di agire nell’ombra.
  • Quelli che cercano di sfruttare le possibilità offerte da questo strumento in termini di utilità, che sono consapevoli di poter chiudere la chat all’occorrenza e che si appellano all’orario dell’ultimo accesso solo in situazioni di estrema urgenza o gravità.

Al di là dell’ironia che può suscitare l’andamento generale dei fruitori delle chat, quello su cui voglio invitarti a riflettere e ad analizzare è come le trasformazioni introdotte dai nuovi canali comunicativi abbiano travolto la società, influenzato le reazioni emotive potenziando quello che è già uno strumento determinante nei processi comunicativi: il feedback.

Il mondo cambia, le persone possono fare diecimila cose con uno smartphone in mano e chi comanda è sempre lui, uno dei pilastri ancestrali della Comunicazione: Sua Maestà il Feedback.

Come ti consiglio di vivere questo cambiamento?

In un’ottica di crescita facendo un semplice excursus storico.

Nella definizione del vecchio assioma ci si affidava al ruolo “correttivo” del feedback: “ti restituisco un feedback per correggere il tuo errore”.

A partire dagli anni 2000 il ruolo del feedback si è spostato verso un’altra direzione: “creiamo una cultura del feedback dove il feedback è accettato in azienda per crescere”. Questo ha generato un grosso problema dovuto a un abuso dello strumento: si davano feedback continuativi!

Nel 2.0 la modalità si è rivoluzionata: il feedback è richiesto perché percepito come uno strumento di crescita anche attraverso la solo modalità conversazionale.

Alla fine, per ora, di questa riflessione ti invito a fare un salto laddove tutti i tuoi dubbi sulla comunicazione saranno dissipati.

Corri a leggere qui!