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Il rumore di uno scandalo sta nella comunicazione

Lo scandalo, per definizione, è un evento che irrompe nella normalità, interrompe la continuità e sicuramente introduce elementi di novità, quasi sempre negativi.

In questi giorni, tra il festival di Sanremo e tutte le notizie che ci fanno saltare dalla sedia da una parte all’altra del mondo, non ho potuto fare a meno di soffermarmi sul potere di comunicazione di uno scandalo.

La vicenda di Morgan e Bugo è sulla bocca di tutti, non l’ho capita granché perché non è che fosse proprio di mio primario interesse, ma non mi lascio sfuggire l’occasione, o meglio l’opportunità, di studiare determinate dinamiche per tirarne fuori un approfondimento su quello che è uno dei temi più importanti per me da anni: il modo in cui vengono comunicate le cose.

Del corona virus si parla tantissimo, si sono verificate contaminazioni in punti lontanissimi del globo e questo fa allarmare tutti, generando episodi di vera fobia collettiva.

Non c’è neanche bisogno di mettere in evidenza come non ci sia paragone tra i 2 eventi.
Eppure proprio questa mattina analizzando i google trends ho scoperto che il numero di ricerche su Morgan e Bugo ha superato, e di gran lunga, quello sul coronavirus.

Mi rendo conto che la curiosità sia una leva potente quanto legittima, ma il modo in cui è stato costruito il caso sanremese rispecchia fedelmente il modus operandi annuale di comunicazione che ruota attorno al festival, con la differenza che questa volta hanno agito in diretta (con un pre-dietro le quinte filmato alla perfezione) senza che nessuno dei due protagonisti (ufficialmente) tenesse minimamente conto del fatto di esibirsi in eurovisione.

L’antefatto è d’obbligo: sembra che pochi istanti prima di salire sul palco i 2 protagonisti, che si esibiscono insieme per rafforzare, grazie a Morgan, la notorietà ancora fragile di Bugo, abbiano avuto un confronto vivace per motivi personali. Morgan prende possesso del palco e inizia a cantare il testo, modificato, della canzone. Bugo lo raggiunge ma abbandona dopo pochissimi istanti il palco. Da lì se la battono a colpi di gossip e conferenze stampa.

Andiamo per gradi e sull’aspetto tecnico:

  • Livello d’impatto elevatissimo: gesto inatteso, contesto “istituzionale”, ascoltatori numerosi.
  • Contenuto: prossimo allo zero. Motivazioni di carattere personale che hanno rivestito un’importanza pressoché minima persino in conferenza stampa.
  • Modello comunicativo: ribaltato. C’è stato un evento in diretta. L’assenza di contenuto per ore, la costruzione di un contenuto in ultima istanza, la fragilità dello stesso contenuto rispetto al potere di risonanza.

Nulla di strano, nulla di nuovo: è lo schema di uno scandalo.

Sembrava forse banale fermarsi alle polemiche iniziali sull’uscita poco felice di Amadeus su Francesca Sofia Novello (leggi il  post se l’hai perso) e sull’ancor più infelice mancata reazione di lei?

C’era Morgan a disposizione e sembrava uno spreco non fargli combinare nulla stavolta?

La gente aveva bisogno di leggerezza e di non pensare per una settimana a come travisare le informazioni sul coronavirus per tramutarle in sfoghi di ansia collettiva?

Eh non lo so.
Non ho una risposta e non la voglio.
Io posso solo aiutarti a trarne qualcosa di utile e soprattutto di tecnico perché il gossip, come sai, non è roba mia.

Allora prendi nota e se lo scandalo non sarà il tuo mestiere, impara almeno a non diventare una sua vittima.

Impara a scomporre la sua struttura:
– Ha una funzione distraente, quasi sempre è pilotato ed è frutto di un intento comunicativo ben definito.
– È caratterizzato dalla debolezza di contenuto che si manifesta per lo più scarso o misterioso.
– Presenta fortissime connotazioni di carattere personale: alle persone interessano in primo luogo le persone. L’aspetto umano ha un richiamo d’attenzione potentissimo.

Pronta/o per riconoscere i tranelli della comunicazione?
Pronta/o per avere a disposizioni tutti gli strumenti utili per trarre vantaggio dal tuo e dall’altrui modo di comunicare?
Bene.
Devi fare solo un click.
Qui!

Parla come mangi…mangia bene!

Se qualcuno ti dicesse di fare una doccia pensierosa, come reagiresti?
Dalle lingue classiche allo studio delle lingue straniere contemporanee, il gergo ha sempre rivestito un’importanza fondamentale nell’espressività di una lingua influenzando moltissimo la Comunicazione.

Ti è mai capitato di provare una frustrazione infinita quando studi una lingua perché, nonostante tu sia preparato sulla grammatica e la semiotica, resti spiazzato dall’utilizzo delle espressioni gergali?
Cerchi di tradurre ma ti rendi conto che le parole che utilizzeresti sembrano non avere senso compiuto in quel contesto!

Hai voglia lì ad emanciparti dalla traduzione letterale e andare ad affinare le tue capacità di interpretazione!

Lì si tratta proprio d’altro: le devi conoscere e basta!

Ti faccio qualche esempio tratto da un articolo di approfondimento in cui mi sono imbattuto nel corso delle mie letture.

punch a puppy” letteralmente significa “dai un pugno a un cucciolo” è un’espressione utilizzata per dire che stai facendo qualcosa di brutto per il bene dei tuoi affari

peel the onion” letteralmente “sbuccia la cipolla” è un modo per dire di analizzare, scandagliare a fondo un problema.

take a thought shower” letteralmente “fai una doccia pensierosa” altro non significa che “produci nuovi idee, crea!”

Questi sono solo 3 simpatici esempio di alcune espressioni gergali peraltro molto utilizzate nel business, ma da un punto di vista della Comunicazione vorrei soffermarmi su alcuni elementi “tecnici”.

E dunque il linguaggio gergale:

  • Spesso si avvale di metafore o quantomeno di una struttura strettamente somigliante a quella delle metafore.
  • È estremamente evocativo e proprio per questo rende bene l’idea di quello che vuol descrivere e ne velocizza i processi di comprensione
  • È ormai utilizzato (anche abusato direi) anche nelle circostanze più formali e istituzionali
  • Da non confondere però con lo slang, da cui però è possibile che ne sia l’evoluzione, che con il tempo rappresenti una sorta di affinamento che determini il passaggio da slang a gergo. Non è affatto scontato che accada

Perfetto.
Figo.
Non fa una piega fin qui.

Ma ho il dovere di farti una domanda: pensi che il gergo nel mondo in termini di efficacia della Comunicazione possa davvero costituire uno strumento valido, tecnicamente e in termini di risultati, se utilizzato nel contesto giusto e con interlocutori che siano adatti per quella linea di comunicazione?

Se da anni parliamo della parola giusta (#semprelaparolagiusta), se da anni analizziamo il potere comunicativo di ogni singola sillaba, mi spieghi perché la possibilità di utilizzare un linguaggio che possa essere compreso da tutti debba essere soppiantata da espressioni estrapolate dal linguaggio comune, dunque spesso anche cariche di senso comune e false credenze, con il rischio elevatissimo di essere comprese da una ristretta cerchia di persone?

La parola è pensiero, se le parole sono tante il pensiero è diversificato, se le parole sono eleganti il pensiero è raffinato, se le parole sono concrete il pensiero è efficace.

Il gergo è la rappresentazione, il riassunto per essere più precisi, di un concetto, è la ricerca di uno sforzo minimo per l’espressione di concetti che possono essere comunicati in modalità sicuramente più congrue ed efficaci.

Occhio al gergo allora!

E tu sei sicuro che lo strumento di comunicazione che utilizzi sia congruo ed efficace?
Posso aiutarti a capirlo…ti accompagno qui!

Se il contenuto offende, la comunicazione è per natura sbagliata

Per quanto il titolo possa far sorgere qualche domanda, la mia esperienza mi dice che è così: se nel comunicare qualcosa hai bisogno di oltrepassare il valore del rispetto per i tuoi interlocutori o per le persone citate nel tuo discorso, c’è qualcosa di profondamente sbagliato anche nella struttura del tuo discorso perché significa ignorare anche tecnicamente il ruolo delle argomentazioni e le obiezioni da utilizzare per esprimere disaccordo o critiche.
Perché ti parlo di questo?

Perché quello che mi arriva dai media mi fa pensare tanto, pensare e analizzare per poi condividere con te il risultato di queste riflessioni.

Vado al dunque.
Come sempre non sto qui a indicare nomi, cognomi e indirizzi, perché non è quello che mi interessa, ma da qualche giorno l’evento che ha visto protagonista una scuola romana è entrato nei miei pensieri, di essere umano e di esperto di comunicazione.

Sembra sia stata rimossa, a poche ore dallo scandalo, dal sito di un plesso scolastico del quartiere Monte Mario di Roma una triste descrizione che poneva al centro dell’attenzione la classe sociale delle famiglie di appartenenza degli studenti.

I ricchi di qua e i poveri di là, in parole povere.

Ma siccome le parole come sai non sono povere come molti pensano il loro peso talvolta può risultare schiacciante e direi, quantomeno offensivo.
La domanda vera è: perché per rendere più appetibile un ambiente di apprendimento, all’interno del quale i futuri cittadini si avvicineranno a nuove conoscenze di contenuti e di vita, si ricorre alla distinzione sociale?

Cosa c’è di fondamentalmente sbagliato in quel messaggio?
Il contenuto, quello che doveva rafforzare l’argomento centrale, ovvero il valore della scuole, motivo per cui iscrivere i propri figli.

Cosa è mancato oltre alla sensibilità?
Ti faccio un riepilogo:

– L’analisi degli interlocutori: avevano in mente i “ricchi”? Avevano in mente i “poveri”. Li hanno offesi entrambi
– La conoscenza del territorio: Monte Mario è un quartiere ad alta densità di popolazione socialmente eterogenea.
La conoscenza delle regole del web: il web è democratico, è informato, e non perdona
La conoscenza del contesto: si sta parlando di una scuola, argomento che meriterebbe approfondimenti di ben altro tipo: il valore dei docenti, l’orientamento metodologico, l’impegno nei confronti della cittadinanza (tutta). Che occasione sprecata!

La cosa che più stupisce è che ci si aspetta le pagine del sito di una scuola vengano gestite da persone competenti.
Il rispetto è una competenza non meno incisiva di quella tecnica.

Cosa fare per far estinguere simili eventi?
Studiare, studiare, studiare sempre!

Questa è la mia linea guida, il filo rosso di tutti i miei percorsi, pensati per dare (valore) e mai togliere (rispetto e dignità).
A cosa mi riferisco?
Ecco te lo spiego subito…qui.

Gaffe al festival di Sanremo: la comunicazione non va sottovalutata mai!

Che Sanremo sia “terra” di polemiche non è certo una novità e anche questa volta il Festival della canzone italiana non è venuto meno al suo annuale compito di sollevare polveroni.

La comunicazione sanremese meriterebbe un capitolo a sé, potrei esaminare per un anno intero quello che accade in quelle poche serate di febbraio.

Un festival celebrativo di un paese dal punto di vista della musica e delle parole e che spesso è nell’occhio del ciclone anche per quello che non “dice”.

Potrei tornare sull’argomento a festival concluso, oggi voglio riflettere su quello che prima ancora di iniziare si è verificato.

Da giorni sui social imperversano gli utenti contro la sicuramente non felicissima uscita di Amadeus nei confronti della co-conduttrice Francesca Sofia Novello.

Le cose sono andate così: il 14 gennaio, in sede di conferenza stampa, Amadeus si sofferma sulla presentazione delle professioniste che lo affiancheranno nella conduzione del festival.

In occasione dell’introduzione della Novello, le parole utilizzate per il “lancio” non sono state particolarmente apprezzate, giustamente, dal pubblico.

Nello specifico racconta di averla scelta per “ la bellezza ma anche per la capacità di stare accanto a un grande uomo, stando un passo indietro “.
Il grande uomo in questione sarebbe Valentino Rossi.

Corre l’anno 2020 e la bellezza rimane al primo posto nel “discorso” di un uomo che deve presentare le proprie colleghe a una platea.

Corre l’anno 2020 e nessuna delle suddette colleghe, tanto meno quella direttamente coinvolta, ha osato proferire una sola parola in merito all’accaduto.

Facciamo chiarezza.
Non è che adesso fare un complimento alla bellezza di una donna sia un reato, ma viene qui meno uno degli elementi fondamentali della comunicazione che un uomo di spettacolo non può permettersi di ignorare: il contesto!

Siamo in conferenza stampa, si sta presentando un festival conosciuto a livello internazionale e stai parlando delle tue collaboratrici. Non sei a Miss Italia e come professionista nel tuo settore dovresti saperlo.

L’emozione?
Sì, può darsi che ti condizioni, ma non a tal punto da esprimere in sole 3 parole quello che è giustamente considerato un bagaglio di pensiero maschilista, non egualitario e retrogrado così ben radicato che nessuna delle donne presenti ha osato intervenire per non rovinare il momento, per non disturbare “il capo” che parla.

Mai come in questo caso #semprelaparolagiusta è venuto meno.
La giustificazione del conduttore è stata in perfetto stile, pessimo, con la frase dello scandalo: “volevo solo mettere in luce il fatto che non ha approfittato della visibilità del compagno per fare carriera”.
Anche qui l’obiezione arriva spontanea: perché mai dovremmo dare per scontato che una professionista che nella vita privata ha scelto di stare con un uomo famoso debba essere sospettata di approfittare della situazione?
Perché la comunicazione arriva dal cervello, e nel cervello spesso ci abitano convinzioni sbagliate, pregiudizi pericolosi.

Sai qual è la cosa davvero triste?
Che se questa ragazza, per la prima volta al festival, oserà commettere un errore umano, alzerà il dito qualcuno in difesa di quella poi tutto sommato non immotivata presentazione del conduttore. E non se ne viene fuori.

Da un uomo che si occupa di comunicazione peraltro rivolta a un pubblico numeroso ed eterogeneo mi aspetto sicuramente educazione ma assolutamente professionalità, conoscenza, studio!
La comunicazione non è quello che ti passa per la testa, ma il è modo più efficace per esprimere te stesso dando valore aggiunto a chi ti riceve in qualunque contesto!

3 elementi tecnici mi stupiscono qui e ritengo che ci si debba lavorare:

  • Mancata analisi del contesto
  • Mancata conoscenza del contenuto (perché non ci credo che tutto quello che sai dirmi seppur in due parole di questa ragazza sia la bellezza e l’anonimato rispetto al compagno)
  • Mancata professionalità: ti occupi di comunicazione ma non ne conosci gli elementi fondamentali.

Non è mio compito alimentare le polemiche, è mio compito continuare a ricordarti che gli strumenti, lo studio, la conoscenza fanno la differenza nel lavoro, nella vita.

Quello che ho studiato e programmato per te non è gioco e va fatto bene.
Tanto per cominciare ti accompagno io, prima che in aula … qui!

Come si definisce l’urgenza di una comunicazione? TRUMP, IL PAPA LA CRONACA.

Questo 2020 è iniziato in modo a dir poco tumultuoso in termini di notizie.

A dirla tutta, da giorni, ormai i media lanciano notizie di forte impatto al punto che la gravità dei fatti raccontati è destinata ad affievolirsi in fretta per lasciare spazio a nuovi eventi.

La questione iraniana da giorni ci tiene incollati alle testate nazionali e internazionali nella speranza, forse già illusione, che le cose non precipitino nel modo in cui tutti stiamo già immaginando.

Trump sta facendo strage di dichiarazioni su twitter, il Papa circola sotto forma di meme su tutti i social per aver avuto un cedimento umano dimostrando insofferenza nei confronti di una fedele che in preda ad un eccesso di afflato mistico lo ha quasi strattonato. L’Iran ha riconosciuto il proprio errore “umano” nell’abbattimento dell’aereo appena decollato per l’Ucraina sostenendo di averlo scambiato per un aereo nemico.

L’inizio di questo 2020 è stato purtroppo contrassegnato anche da dolorosi fatti di cronaca: a Roma 3 adolescenti (eh sì, di uno di loro non si è parlato) sono rimasti vittime di incidenti stradali, i botti di capodanno continuano a fare morti e feriti.

Hai visto che drammatico riepilogo?
Eppure non è che negli altri momenti dell’anno le cose non accadono.
Potrei continuare per ore e chiederti: e le sardine?
Che fine hanno fatto?
Salvini che sta combinando?

Dove voglio arrivare?
Alla storia più vecchia del mondo della comunicazione: il modo di raccontare le cose, in termini di ritmo narrativo e di scelte stilistiche, condiziona la percezione degli eventi spostando l’attenzione su alcuni fatti che inevitabilmente ne oscurano altri.

Quante volte ti capita di apprendere una notizia importante dopo qualche settimana da quando si è verificata?
Non ne è stato parlato?
Forse no.
Forse poco.
Forse il giusto, ma non te ne sei accorto perchè eri bombardato da altre notizie che a ritmo incalzante ti venivano somministrate quotidianamente più volte.

Come si definisce l’urgenza di una comunicazione?
Difficile nodo da dipanare. Il mondo dei media contempla regole che vanno ben oltre il semplice obiettivo di comunicare, ma se volessimo aderire alla volontà di restare fedeli alla purezza della comunicazione dovremmo sviluppare anche l’abilità di rivolgerci quanto più possibile a fonti imparziali e oggettive nella descrizione dei fatti.

Succedono altre cose mentre il Papa si ribella all’attenzione di una fedele, muoiono molti giovani purtroppo anche in quartieri sfigati e in incidenti in cui alla guida non ci siano figli di noti registi. Potrei proseguire all’infinito, ma il mio compito non è quello di parlare di cronaca o di politica, bensì quello di fornirti gli strumenti di comunicazione per presentare i tuoi argomenti al mondo e allo stesso tempo per accogliere con consapevolezza quelli che il mondo presenta a te.
I tuoi filtri, le tue chiavi di lettura devono servirti per interpretare in piena autonomia tutto ciò che ti viene comunicato.

Il baccano che spesso accompagna i contenuti non deve avere il potere di amplificare quello che ti arriva o oscurare quello che da qualche parte c’è, ma nessuno te lo racconta.

L’anno deve iniziare con il botto in tutti i sensi secondo la logica dei media, affinché si abbia la percezione di vivere in un perenne stato di allerta.
Il mio compito è quello di proteggerti dallo stato di allerta immotivato e di spingerti invece verso uno stato di consapevolezza e di capacità di lettura della realtà attraverso strumenti il cui valore si trasforma per te in competenza.
La competenza è un valore che si declina in molti ambiti, ingiustamente relegato al solo mondo professionale, contempla invece l’abilità di implementare una serie di azioni con criterio anche in ambito personale e sociale.

#semprelaparolagiusta va ben oltre la scelta delle parole, potrebbe estendersi a #sempreconsapevolezza #semprelucidità #semprecompetenza.

La comunicazione ti offre l’opportunità di scegliere il modo in cui veicolare le informazioni.
Sta a chi scrive o parla scegliere in che modo canalizzare l’attenzione di chi ascolta.

Come se ne esce vivi?
La risposta in una parola: strumenti!

Iniziamo forza… da qui!

Il mobbing fa male. Fai in modo che non vinca

La scorsa settimana, ti ho raccontato la storia di Chiara (clicca qui se hai perso il post) per approfondire il tema del mobbing e analizzare le ripercussioni che può avere non solo nel contesto professionale, ma anche nella vita privata.
Ma cos’è tecnicamente il mobbing?

Per mobbing si intende un comportamento agito all’interno del contesto lavorativo con lo scopo di emarginare un collega, un sottoposto, un collaboratore.
L’obiettivo è quello di perseguitare la vittima prescelta per motivazioni che possono essere molteplici fino a portarlo alle dimissioni.
Nel caso in cui il mobbing venga agito da un datore di lavoro si usa anche nel gergo il termine “bossing”.

La condotta di chi agisce il mobbing non è mai riconducibile ad una sola azione, ma individuabile in una serie di comportamenti estenuanti per chi li subisce e difficilmente perseguibili perché, se analizzati singolarmente, spesso risultano leciti, almeno in termini legali.

Da parte di chi lo mette in atto il mobbing:

  • È un comportamento assolutamente volontario, frutto di una scelta consapevole
  • Si estrinseca in una serie di azioni volte a persuadere la vittima scelta a rassegnare le dimissioni
  • Molto difficilmente è suffragato da prove concrete che possano limitare l’influenza deleteria di chi lo esercita

Vediamo ora nello specifico i possibili comportamenti attraverso cui si manifesta il mobbing:

  • L’esclusione della vittima da attività che coinvolgono i colleghi, dentro e fuori l’ufficio
  • Il mancato riconoscimento dei meriti della vittima
  • La denigrazione della vittima in merito a caratteristiche personali o competenze professionali
  • La preclusione della vittima all’accesso o all’utilizzo di strumenti utili per svolgere al meglio la propria mansione

Qual è il comune denominatore delle azioni in elenco?
Il tentativo di vanificare la vittima ledendo la sua dignità.

La situazione può sconfinare nel dramma personale quando le dirette conseguenze del mobbing condizionano i comportamenti, gli umori,le performance della vittima e si trasformano a loro volta in pretesti per innescare nuovi comportamenti di mobbing.

Un salto nel vuoto, il buio, un vicolo cieco, un tunnel senza uscita: queste le metafore che sono venute fuori quando mi sono messo all’ascolto di varie di queste esperienze agghiaccianti.

Differenze di genere, di provenienze territoriale, di ruolo, di stipendi, di situazioni private in atto. Antipatie personali, competizione, invidia.
Questi i covi in cui si annidano le intenzioni di chi decide di agire il mobbing.

Perché è così pericoloso e difficile da scandagliare?
Vuoi la risposta secca?
Ecco a te: perché è un processo sistematico e strutturato, declinato in un pluralità di situazioni e mirato alla cancellazione di una figura professionale. Peccato che dietro a questa figura professionale c’è una persona che ogni giorno va a lavoro con il mal di stomaco e non riesce più a svolgere bene il proprio lavoro.

Sconfiggerlo è complicato, ma si deve.

Io lo faccio attraverso le mie attività di coaching e comunicazione, perché prima di arrivare in fondo a questo disagio emotivo ci sono strumenti di comunicazione e di relazione che possono preservarti da situazioni di questo tipo.
È uno strumento fondamentale tra altri strumenti che lo sono altrettanto, ma inizia da qui, non farti trovare impreparato.

CHIARA, 35 anni, nuovo lavoro e … una situazione di mobbing tra lo stesso sesso. EPISODIO 1

Ora che sai tutto sugli stili relazionali, ecco i link dei post se li hai persi (Il mobbing: prevenire  grazie alle tecniche di comunicazione, Stile di comunicazione passivo e mobbing: chi sono le vittime più facili,  Lo stile che fa la differenza? L’assertività), è arrivato il momento di approdare all’argomento che ti avevo anticipato e che attanaglia una percentuale non trascurabile di popolazione di professionisti: il mobbing.

Di strumenti di comunicazione e sugli stili relazionali abbiamo dettagliato molti aspetti tecnici.
Quello che vorrei fare ora è un focus sul fenomeno del mobbing e sulle dinamiche che ne sono alla base.

Parto dalla storia di Chiara, un nome di fantasia, scelto per raccontare l’esperienza di una donna di 35 anni che si è rivolta a me per acquisire gli strumenti comunicativi e relazionali per superare una situazione che le stava letteralmente distruggendo l’esistenza, oscurando ogni sua giornata con negatività e demotivazione.

Chiara approda come consulente in una multinazionale, le viene assegnato un incarico full time per un periodo di 7 mesi, le vengono presentate le sue colleghe, per lo più donne, per i primi 15 giorni tutto sembra procedere a meraviglia.
Viene assegnata ad una referente di qualche anno più adulta, Chiara è felice di poter condividere questa esperienza con una sua quasi coetanea.

Qualche giorno di lavoro ed arriva il buio, è così che lei stessa lo ha definito.

Ogni suo elaborato, si trattava di un incarico nell’ambito comunicazione, non andava improvvisamente più bene, veniva rimproverata pubblicamente se non aveva terminato il lavoro entro l’ora di pranzo, ed una volta le è stato intimato di non salire in mensa se non avesse finito il lavoro assegnato.

L’atteggiamento della referente era cosa nota presso la divisione dell’azienda, ma si trattava di una professionista molto efficiente e i suoi capi per questo tendevano a tollerare i suoi comportamenti.

Le altre colleghe in qualche modo la subivano, anziché manifestare dissenso cercavano la sua complicità pur di non averla contro.
Con gli uomini aveva un feeling diverso, non entrava in competizione, aveva toni educati, rideva su cose per cui con Chiara avrebbe discusso per ore.
A tavola metteva le borse delle colleghe sulle sedie per non far sedere Chiara al loro tavolo, quando pioveva a dirotto e Chiara aveva il treno con i minuti contati creava palesemente delle situazioni per cui Chiara dovesse trattenersi.

Criticava qualunque cosa al punto che Chiara a un certo punto inizia inspiegabilmente a dubitare delle proprie competenze professionali, aspetto su cui fino a quel momento non aveva mai avuto dubbi così forti.

Non mangiava più, non dormiva più, la mattina in metropolitana piangeva e aveva costantemente un pugno nello stomaco.
Si sfogava con gli amici, i quali le suggerivano di farsi rispettare, di imparare “come prenderla”, di utilizzare lo stesso linguaggio, di non ascoltare.
Eppure il malessere non passava.

Il mobbing è una cosa seria e dolorosa dove purtroppo i consigli di chi ci vuole bene non sono sufficienti per tirarci fuori da questo disagio, difficile da spiegare.

La prima vera difficoltà delle vittime di mobbing è di non sapere come raccontarlo perché si tratta di dinamiche apparentemente incredibili e distanti da logiche adulte.
Eppure esiste ed è un fenomeno molto diffuso, qualcuno lo ha definito un “bullismo tra adulti” e trovo che non sia una definizione così azzardata.

Ogni individuo quando si reca sul posto di lavoro porta con sé un mondo che gli altri ignorano, in quel mondo ci sono le sue preoccupazioni, aspettative, frustrazioni. Nessuno può sapere cosa l’altro sta vivendo e quale momento di grande fragilità stia attraversando: è qui che il mobbing trova terreno fertile e si insinua logorando ogni giorno l’energia e la voglia di mettersi in gioco nel lavoro.

Ho voluto iniziare con la storia di Chiara, per anticiparti che il tema è delicato, per questo andare a fondo è doveroso soprattutto per chi si occupa come me di tematiche relazionali.

Nel prossimo post iniziamo ad analizzare il mobbing come processo andandone a conoscere le logiche.

Nel frattempo non perdere quello che serve per farti trovare pronto, la comunicazione è uno strumento potente, te lo ricordo ogni volta in questo link!

La manifestazione del dissenso: comunicare un NO!

Lo stile assertivo è molto efficace anche nella comunicazione di un “no”, è la modalità relazionale più efficace nella manifestazione del dissenso.

L’assertivo sa dire no dopo aver ascoltato le argomentazioni dell’altro motivando il suo rifiuto, oppure chiedendo di rimandare la valutazione di una proposta non realizzabile in quel momento.

Lo stile assertivo è quello che più degli altri richiede riflessione e ragionamento, è il meno istintivo tra i tre stili descritti perchè è quello meno condizionato dalla componente emotiva.
Lo stile assertivo è molto efficace nelle situazioni in cui è necessario fare chiarezza, in cui devi chiedere una spiegazione, un perchè anche ai tuoi superiori.

Anche per lo stile assertivo mi soffermo su qualche indizio di comunicazione non verbale e paraverbale:

· Adotta un tono di voce molto espressivo ponendo enfasi sulle parole più significative.
· Ha una gestualità che denota determinazione e sicurezza
· Tende a guardare negli occhi l’interlocutore, ma non in modo assillante
· Ha una fluidità verbale chiara e senza intoppi
· Gestisce la prossimità spaziale in funzione del contesto e del momento della conversazione, dunque si avvicina e si allontana
· Nel controllo del tempo è equilibrato e si alterna con l’interlocutore.

Sono arrivato alla fine di questo percorso sugli stili relazionali e prima di salutarti per darti appuntamento al prossimo post, voglio lasciarti qualche utile frase che ti aiuterà nell’individuazione dei 3 stili

· Il passivo: parla più che altro a se stesso “non sarò inopportuno?” “potrei essere giudicato male dicendo questa cosa” “non vorrei ferire qualcuno esponendo la mia idea”.
· L’aggressivo: “devi fare in questo modo”, “ma cosa stai dicendo?”, “non hai capito niente”
· L’assertivo: “potresti espormi nuovamente la tua idea”, “i nostri punti di vista sono diversi è vero, cerchiamo di capirci meglio”, “potresti aiutarmi a comprendere meglio?”

Per concludere
Lo stile assertivo è quello che ti aiuta ad esporti in prima persona valorizzando le tue idee e proposte, è una modalità relazionale che si declina attraverso espressioni come “ritengo, mi sembra opportuno, propongo di, etc. ). Da quanto detto finora potrebbe sembrare che lo stile assertivo sia fortemente idealizzato, che tenda alla perfezione, sicuramente anche in questo caso non vi verrà in mente qualcuno che possa essere rappresentato solo da questo stile. Lo stile assertivo è lo stile a cui tendere, l’atteggiamento più efficace per la comunicazione con l’altro e lo strumento più potente per creare il clima relazionale giusto.

Adesso sai tutto sugli stili relazionali, dal prossimo post entrerò nel vivo del mobbing, un fenomeno che va conosciuto, evitato, combattuto.

Non farti mai trovare impreparato su questi temi: questo è il primo passo per avere successo!

Leggi qui prima di andar via!

Impara a riconoscere gli stili aggressivi

In questo percorso di approfondimento sul mobbing, vedi i post precedenti se li hai persi  (Il mobbing: prevenire grazie alle tecniche di comunicazione – Stile di comunicazione passivo e mobbing: chi sono le vittime più facili?)  oggi mi voglio concentrare sullo stile più identificativo di chi esercita azioni di mobbing verso i propri colleghi o collaboratori: lo stile aggressivo.

Vado subito all’identikit

Lo stile aggressivo è caratterizzato dalla spiccata tendenza ad esercitare la propria influenza sugli altri, cercando di prevalere senza tenere conto dei loro spazi.
I comportamenti più frequenti rintracciabili nello stile aggressivo sono:

· Non dedicare spazio e attenzione alle argomentazioni altrui, sminuendole o criticandole, spesso non ascoltandole.
· Evidenziare gli errori degli altri.
· Attribuire ad altri le responsabilità di un errore senza riconoscere le proprie
· Monopolizzare la conversazione senza interpellare né ascoltare gli altri.
Interrompere gli altri interlocutori.
· Giudicare.

Osserviamo, anche in questo caso, la sfera del non verbale e paraverbale:

· Assumere una gestualità aggressiva (puntare il dito, indicare).
· Tendere a guardare fisso negli occhi l’interlocutore.
· Esprimersi con un tono di voce forte e pungente.
· Avere una fluidità linguistica volutamente lenta come se non si contemplasse la possibilità che altri possano entrare nella conversazione.
· Avere una forte tendenza all’avvicinamento nel controllo della prossimità spaziale.
· In termini di controllo del tempo tendere spesso ad invadere gli spazi degli altri.

Anche in questo caso è importante tener presente la necessità di estremizzazioni.

Avete mai conosciuto qualcuno che si comporti solo in questo modo?

Credo e spero di no!
Quando si parla di stile relazionale è più che di stile comunicativo vero e proprio è più corretto dire che una persona ha una maggiore inclinazione verso un determinato tipo di comportamento, le variabili determinate dai contesti e dalle persone spesso possono generare esiti completamente diversi anche se il soggetto è sempre lo stesso.
Hai presente il prepotente di turno? Quello che vuole vincere sempre lui a calcio, quello che urla quando parla e non chiede mai l’opinione altrui? Quello che non accetta che qualcuno possa pensarla diversamente da lui? Ebbene proprio lui!
Pensi davvero che possa essere sempre e solo così in ogni situazione?
Anche quando gli parla il suo capo?
Questo è solo un banale esempio utile per semplificare e far comprendere come il passaggio tra uno stile relazionale all’altro sia possibile e spesso assolutamente inevitabile.

Mi fermo e ti anticipo che al prossimo giro ti parlerò di assertività prima di iniziare un viaggio più profondo nelle dinamiche comunicative, e pericolose, del mobbing.

Inizia ad arricchire i tuoi strumenti, parti da qui!

Stile di comunicazione passivo e mobbing: chi sono le vittime più facili?

Ho iniziato questo percorso di conoscenza degli stili relazionali partendo dalla volontà di capire il fenomeno del mobbing.

Sono partito dal presupposto che avere gli strumenti giusti avvicina le persone alla soluzione e sapere che stile relazionale utilizza chi ti trovi di fronte non è affatto una cosa da poco.

Partiamo dall’identikit del passivo.
Ti anticipo però che se non hai letto il post della settimana precedente ti perdi pezzi importanti, quindi corri su questo link e recupera il tempo perso!
Torniamo a noi.

Chi applica lo stile passivo?
Lo stile passivo è caratterizzato da una forte inclinazione ad evitare responsabilità e conflitti con l’interlocutore.
I comportamenti rintracciabili nello stile passivo sono:
– Non esporsi
– Non affermare la propria posizione subendo quella degli altri
– Non dichiarare i propri desideri né il proprio malcontento
– Non esprimere emozioni, soprattutto quelle negative
– Non intervenire nella conversazione per proporre una propria idea
– Non comunicare disaccordo quando le argomentazioni degli altri sono fortemente in antitesi con i propri valori
– Manifestare la tendenza a lamentarsi senza mai proporre soluzioni o alternative
– Evitare di prendere di petto i problemi e di proporre soluzioni

Lo stile passivo presenta degli elementi fortemente connotativi anche nella sfera della comunicazione non verbale e paraverbale, vediamone alcuni.

Quando si ha una maggiore tendenza verso lo stile passivo si manifestano i seguenti comportamenti:
– Non guardare negli occhi l’interlocutore
– Essere molto evasivo
– Avere un volume e un tono di voce basso e cantilenante
– Muoversi a scatti e con gesti nervosi
– Non si ha una buona fluidità verbale, compromessa da numerose pause ed esitazioni
– Si ha una gestione dello spazio tendente ad aumentare la distanza dall’interlocutore

Questo un rapido sguardo sullo stile passivo, tenendo sempre ben presente che per la schematizzazione degli stile è necessaria un’estremizzazione dei comportamenti in modo da rendere efficacemente le differenze tra le tre diverse tipologie.
L’obiettivo di chi tende a relazionarsi con uno stile passivo è sempre quello di evitare le discussioni.
Quante volte durante una riunione o anche un confronto tra amici ti è capitato di osservare che uno dei presenti non esprime il suo dissenso nei confronti di chi sta parlando ma tu sai perfettamente, magari perchè lo conosci bene, che non può essere assolutamente d’accordo con le proposte lanciate?

Anche nell’ambiente familiare, ad esempio, spesso un componente con una personalità più trainante riesce a concretizzare i propri desideri magari a scapito di quello che non ha il coraggio di dire nulla, ma abbassa la testa, dice di sì mentre gli trema la voce e non vede l’ora di uscire dalla stanza per andare a sfogare la sua rabbia altrove?
Il passivo si comporta come se i suoi bisogni fossero perennemente secondari rispetto a quelli degli altri.
Ebbene rimanendo sui due precedenti esempi, prova ora ad immaginare che le due persone che hanno subito i comportamenti di altri si trovino ora in un contesto totalmente diverso, con persone meno prepotenti e magari più inclini all’ascolto, vedrai che in un caso simile il “passivo” avrà l’opportunità di mostrare anche la sua area comportamentale non passiva!

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