Public speaking: che succede prima del ciak?

Da molti anni mi occupo di comunicazione e Public Speaking e devo dire che nel corso di questa lunga esperienza ne ho viste veramente di tutti i colori!
Ribadisco spesso che quando si comunica in pubblico il lavoro sul contenuto, la preparazione, l’organizzazione degli argomenti, sono solo una parte del tutto.
A prescindere dal tema che stai per esporre, esiste un momento, un preciso istante, in cui senti dentro di te l’invito “Ciak, si gira!” e l’adrenalina raggiunge picchi altissimi.

Qualche anno fa ho letto delle interessanti statistiche su quali fossero le paure più diffuse dell’essere umano.
Al primo posto uno studio di un’università americana indicava la paura della morte, secondo posto la paura della solitudine al terzo posto la paura di parlare in pubblico.
Sinceramente credo che saper affrontare un pubblico che può variare da due a molte persone sia uno dei modi migliori per accrescere la fiducia in se stessi, la gestione delle emozioni, la capacità di conoscere i propri limiti e imparare a superarli.

Una performance non riuscita può dipendere da 2 fattori:

  • Strutturali: non sei stato capace di proporre contenuti in grado di catturare l’attenzione dei tuoi interlocutori dall’inizio alla fine
  • Psicologici: non hai saputo gestire il momento di confronto con gli altri.

Entriamo subito nel vivo della questione emotiva, perché, parliamoci chiaro amici, è lì che il dente duole!
Per entrare in uno stato emotivo in grado di renderci più efficaci, è bene porsi, intanto, una semplice domanda: “come posso esprimere il mio potenziale comunicativo?”Leggi con attenzione queste righe perché siamo al nocciolo della questione!
È fondamentale:

  • avere assoluta consapevolezza di voler diventare uno speaker eccellente e di avere le abilità per poterlo essere concretamente;
  • maturare la convinzione che l’abilità di parlare in pubblico non è qualcosa di irraggiungibile o metafisico, ma una competenza che si può acquisire raggiungendo un’adeguata preparazione seguendo regole e passaggi ben definiti;
  • pensare in termini positivi il tuo obiettivo, visualizzando il momento in cui esporrai un discorso in pubblico come un momento positivo, immaginando di avere successo come abile speaker nella professione e nel privato.
  • dedicarsi all’esercizio: l’abilità comunicativa va allenata, seguendo percorsi precisi di studio e di applicazioni pratiche per affinare le tue capacità e avvicinarti all’eccellenza;
  • sfruttare tutte le occasioni per fare pratica in materia di Public Speaking, sia buttandoti in situazioni che lo richiedono, mettendo alla prova la tua abilità, sia osservando gli altri e catturando spunti utili.

È giunto il momento di farmi la fatidica domanda: “e se vengo sopraffatto dallo stress?”
Ne parliamo al prossimo giro!

Media Training: fa’ in modo che sia buona la prima!

Fa’ in modo che sia buona la prima!  Non perdere l’occasione di conquistare il tuo pubblico con la giusta preparazione.

Non è importante che tu non sia un professionista del settore, hai comunque l’opportunità di agire con professionalità e competenza.

Mi sono reso conto che in questo momento gli speaker – occasionali, non professionisti – non hanno a disposizione un percorso specifico, ma possono al massimo seguire un corso di Public Speaking. Il che non è male, ma è arrivato il momento di produrre qualcosa che li renda consapevoli e autonomi nella gestione degli strumenti necessari per un’intervista radiofonica o televisiva.
Affidarsi a un percorso di Media Training significa essere certi del successo delle proprie performance in radio

Chi mi conosce da tempo – tanti credo, dai messaggi che ricevo – sa quanto io sia legato alla mia esperienza in radio.
Non si tratta solo dell’entusiasmo di rivolgermi a più persone in un solo colpo, quanto piuttosto delle competenze sviluppate nel tempo e pronte per offrire un supporto solido a chi deve comunicare in radio, o in televisione, in occasione di un’intervista o di una comparsata.
Da qui nasce l’idea di un percorso di Media Training.

Per Media Training intendo il supporto, la consulenza one to one, la preparazione, per  quelle persone che devono sostenere un intervento in radio o televisione e dunque devono giocarsi al meglio, e in poco tempo, l’opportunità di risultare efficaci nel loro messaggio.
Ciò che caratterizza un intervento sui media, soprattutto in radio, è che, a differenza di un discorso dal vivo, non si ha la possibilità di osservare le reazioni degli interlocutori in corso d’opera, ma si apprende il successo, o l’insuccesso, delle proprie parole solo dopo. Questo rende necessario ridurre al minimo il rischio di errore, sfruttare al meglio il tempo a disposizione per trasmettere efficacemente il messaggio al pubblico.

È indispensabile avere la giusta preparazione!

Questo progetto nasce da una sempre crescente richiesta da parte di persone che mi seguono di scrivere per loro degli speech per la radio o la tv. Dato il successo dei loro interventi, ho ritenuto opportuno strutturare e progettare in modo articolato una consulenza ad hoc.

Incoraggiato dai risultati degli speech, ho pensato di trasformare tutta la professionalità, maturata in anni e anni di lavoro in radio, in un percorso dettagliato, per fornire strumenti efficaci a chi dovrà farlo da adesso in poi.

Pronto per il Media Training?
Pronto affinché sia buona la prima… occasione di arrivare con efficacia al tuo pubblico?

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Charlie Chaplin è dentro di te: tiralo fuori!

Stiamo forse per parlare di comunicazione non verbale?

Come si comunica senza parlare?
Non è un mistero fitto come sembra!

Come forse avrete avuto modo di vedere sui social, di recente sono stato a un concerto (Jovanotti !!! YEAH), e mi sono divertito un casino! Avrete anche notato, nel corso del video che ho condiviso, che non tutti si stavano divertendo come me e Roberto. Alcuni follower hanno commentato con stupore l’immobilità di due persone che sembravano annoiarsi in un concerto che di noioso aveva davvero poco.

Erano forse stanchi?Delusi?
Non posso dirlo con certezza, ma quello che hanno comunicato si avvicina più a sensazioni di questo tipo che non all’allegria. Ora, senza voler indagare troppo sullo stato d’animo dei miei compagni di concerto annoiati, volevo condividere con voi la riflessione e qualche contenuto sulla nostra spesso inconsapevole capacità di comunicare anche quando crediamo di non farlo. Il contesto indubbiamente fa la differenza e rende alcune situazioni meno gravi di altre, ma è necessario conoscere i meccanismi della comunicazione non verbale per avere una conoscenza più completa del nostro rapporto con l’esterno.

La ragione per cui è importante dedicare questo spazio alla componente non verbale e paraverbale della nostra comunicazione in pubblico è proprio per far sì che il nostro modo di muoverci, di controllare lo spazio in cui ci muoviamo, di muovere il nostro corpo, esprima coerenza rispetto ai contenuti che stiamo trattando e sia funzionale a rendere più chiaro il nostro messaggio, in questo modo saremo in grado di evitare gesti distraenti o segnali che possano rendere meno efficace la nostra comunicazione.
È all’inizio degli anni ’50 che gli studiosi hanno iniziato a muoversi nell’analisi della comunicazione non verbale, anche se l’interesse nei confronti di questo argomento si fa più acceso negli anni ’70.
L’importanza del linguaggio del corpo come strumento di comunicazione efficace era già chiaro a molti registi del cinema muto, i quali, non potendosi avvalere dell’ausilio delle parole, affidavano soprattutto ai gesti l’efficacia di un messaggio. Pensiamo ad esempio all’espressività del volto di Charlie Chaplin ,che riusciva a veicolare attraverso il linguaggio del corpo momenti di grande drammaticità con lo stesso talento con cui riusciva in altri a renderne la comicità.
Il linguaggio del corpo non può definirsi una scienza esatta, ma gli studi che dagli anni ’70 sono stati effettuati su questo argomento hanno reso possibile la conoscenza di dinamiche molto utili da conoscere, non solo per chi si dedica allo studio della comunicazione a livello professionale, ma per tutti.

Quello che è emerso dall’osservazione e dallo studio del comportamento delle persone mentre comunicano è che è tipico della natura umana comunicare con il corpo molto più di quanto non faccia con la parola. La comunicazione, infatti, avviene per il 55% attraverso segnali non verbali, lasciando alla comunicazione verbale un’incidenza del 7% e una piccola componente al paraverbale.

L’elemento quindi da prendere in considerazione è che nella comunicazione interpersonale quello che trasmettiamo con il nostro corpo rappresenta la parte preponderante del nostro scambio comunicativo, quindi tutti i contenuti trasmessi, spesso inconsapevolmente attraverso i nostri movimenti, costituiscono la parte più importante, così influente da poter rafforzare o addirittura contraddire le parole che accompagnano.
Per raggiungere un livello adeguato di comunicazione in pubblico è dunque necessario imparare a riconoscere questi segnali, non solo per controllarli quando siamo noi a parlare davanti all’uditorio, ma anche per capire come reagisce chi ci sta ascoltando dandoci spontaneamente un feedback sulla nostra comunicazione.

Quando si tratta di comunicazione non verbale non puoi permetterti di sbagliare!

Come salvarti da questo rischio?

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Stai per iniziare un discorso…conosci il tuo interlocutore?

L’inizio di un discorso è spesso lo step più difficile in un processo di comunicazione.

Siamo in tempi di campagna elettorale e i politici sono alle prese con la conquista del voto.

Quali strumenti hanno a disposizione per rendere efficace e convincente il loro discorso?

La comunicazione: una parola enorme, articolata, ricca di sottoinsiemi ben delineati in cui ogni elemento svolge una funzione specifica e funzionale al massimo rendimento di tutti gli altri. Una campagna di comunicazione è lo strumento per arrivare alle persone. Qualcuno la imposta, qualcun altro la programma e qualcun altro la deve alla fine mettere in atto, parlare in prima persona davanti a un uditorio, ed è lì, si sa, che si giocano le sorti della partita. Da dove si comincia nella costruzione di un discorso? E, soprattutto, come si comincia?

Come ci si rivolge a qualcuno che non si conosce per chiedergli di darti fiducia e potere?
L’inizio di un discorso è un momento delicato soprattutto perchè è la fase in cui siamo principalmente esposti al rischio di concentrarci troppo su noi stessi e poco sul nostro uditorio.
Si hanno appena 4 secondi per trasmettere la prima impressione, non si può sbagliare un colpo. E’ dunque fondamentale giocarsi ogni carta al meglio. Come il volo in aeroplano: se il decollo è facile veloce, piacevole e anche un po’ emozionante, predispone già i passeggeri in modo positivo, se invece è turbolento e con degli inconvenienti già nell’animo dei passeggeri si creeranno delle aspettative non tanto profittevoli.

Un discorso funziona nello stesso modo!

Il primo passo consiste dunque nello spostare la nostra attenzione sull’uditorio: chi sono queste persone? Quali strumenti ho a disposizione per conoscerle non avendo l’opportunità di conoscerle ad una ad una?
A quale target si rivolge la mia campagna, che caratteristiche hanno i cittadini che possono essere interessati al mio programma politico?
Che professione svolgono queste persone, che età media è presente in aula? Che istruzione hanno?
Quanto conoscono l’argomento di cui parlo? Che linguaggio posso utilizzare nel mio discorso per farmi capire da loro?
Questo è lo schema su cui ragionano gli esperti di comunicazione che si trovano a dover programmare una campagna, non solo politica, ma in ogni circostanza in cui un relatore debba presentare i propri argomenti ad un pubblico in ascolto. Chiaramente, nel loro caso, esiste un team deputato alla gestione di tutti gli aspetti della campagna, soprattutto nella fase di raccolta dati preliminare.
Le dinamiche dell’aula, in piccolo, non sono poi così diverse.
Ci sono argomenti che posso evitare per creare dissidi in aula?
Ogni volta che mi reco in un’azienda a fare aula, un mio must è quello di capire in primo luogo chi ho davanti, dunque mi faccio fornire un profilo delle persone che avrò in aula, questo mi consentirà non solo di fornire loro i contenuti di cui realmente necessitano ma avrò la possibilità di empatizzare maggiormente utilizzando dei linguaggi differenziati per poter arrivare efficacemente ad ogni interlocutore.
Conoscere i corsisti mi consente di avviare un processo comunicativo efficace facilitato dall’empatia così da far elicitare i bisogni conoscitivi/formativi dei miei interlocutori. Se io colgo i loro bisogni e arrivo alle loro emozioni, questi non possono che aprirmi la porta perchè sono pronti emotivamente ad accogliere il mio messaggio comunicativo.
Come faccio dunque a scoprire i bisogni dei miei interlocutori? Come posso arrivare così a fondo?

Per conoscere i bisogni è necessario saper operare un’analisi dei bisogni consci e inconsci delle persone che mi trovo davanti.
Il bisogno che andiamo a elicitare deve essere direttamente proporzionale al nostro obiettivo, per questo è importante che sia chiaro sin dall’inizio.

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Buon discorso!

Paura di Parlare in Pubblico? Superala così!

Perché siamo così spaventati quando dobbiamo prendere la parola davanti ad altri? Che siano parenti, colleghi, clienti o estranei poco importa.

Secondo un’indagine statistica effettuata nei paesi europei, fra le paure più diffuse dell’uomo contemporaneo c’è  la paura di parlare in pubblico. Prendere la parola davanti ad altre persone è una delle ansie più diffuse, al secondo posto dopo…indovina?  La paura della morte!

Come reagisce il nostro corpo quando siamo chiamati a salire su un palco? Ecco cosa accade quando l’ansia ci assale:

  • le tempie iniziano a pulsare
  • la salivazione si azzera
  • la memoria ci abbandona
  • la voce si strozza in gola
  • l’emozione ci gioca un brutto scherzo

Rischiamo così di vanificare tutto il lavoro di preparazione.

Il principe Harry d’Inghilterra in un’intervista ha dichiarato:  «Nonostante il fatto che io rida e scherzi tutto il tempo, divento incredibilmente nervoso prima di entrare in una stanza piena di persone» – Questo dimostra che nessuno si salva a priori dallo stresso di parlare in pubblico!

Ora, detto questo,  cerchiamo di capire in che modo si può superare questa paura.

I 7 consigli per superare la paura di parlare in pubblico

1. Le cose che hai da dire vanno “preparate”, non penserai mica di improvvisare?! Quindi, definisci una scaletta degli argomenti, organizza le cose da dire con uno schema dei concetti principali e tienilo sempre a portata di sguardo mentre parli.

2. Libera la tua energia. Inizia con un tono alto e caloroso per rompere il ghiaccio e creare subito l’atmosfera migliore per dire tutto ciò che devi dire.

3. Coinvolgi il tuo pubblico. Fai loro qualche domanda, chiedi cosa si aspettano di sentire da te, mettili a proprio agio. Automaticamente si sentiranno coinvolti e ben disposti ad ascoltarti.

4. Altra regola fondamentale, la Comunicazione deve essere di qualità. Quando comunichi hai bisogno di usare frasi semplici, un linguaggio chiaro ed efficace che sia fruibile e fluido. Comunicare significa essere al servizio di ciò che devi dire e dovrai far in modo di presentare al meglio il tuo discorso.

5. Usa le metafore. Si perché le metafore, le storie e le citazioni rendono più vivace il contenuto e tengono desta l’attenzione delle persone.

6. Entra con le tue emozioni, non aver paura. Sorridi mentre parli, fai spaziare lo sguardo su tutti i tuoi interlocutori, assumi una postura ferma e rassicurante. Il linguaggio del corpo parla da solo e arriva agli altri prima delle tue parole.

7. Immagina gli applausi che riceverai alle fine del tuo discorso e preparati a gioire del tuo successo nel aver saputo brillantemente parlare in pubblico.

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Sai Comunicare in modo sintentico?

La sintesi è un dono che alcuni hanno e altri no. Essere sintetici è una capacità che si può imparare. Spesso mi capita di incontrare persone che per darmi un’informazione o raccontarmi un concetto mi fanno perdere ore con dettagli di nessuna importanza.

Stringi, per favore!” mi verrebbe spontaneo dire.
Invece il più delle volte, per non offendere il mio interlocutore, lo lascio parlare.

La sintesi è fondamentale!

E’ sinonimo di lucidità e chiarezza, può rendere tutto più forte e incalzante. Con pochi concetti espressi in modo diretto ed efficace è più facile catturare l’attenzione di chi ci ascolta. Diversamente tutto diventa banale e un po’ noioso perché ripetitivo.

E questo vale per tutto. Mi viene in mente l’esempio dei fotografi: molti hanno bisogno di fare migliaia di foto per raccontare un momento, un’esperienza, un sentimento. Mentre ad altri basta uno scatto per raccontare il mondo intero. E sono sempre più incisivi.

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Parlare, informare, influenzare, vendere, raccontare: sono tutte azioni che passano attraverso la capacità di comunicare generando impatto in chi ascolta.

Cosa significa generare Impatto?

Vuol dire rimanere ‘impressi’ nella mente di chi ascolta, far in modo che le persone si ricordino di te e di quello che hai detto, che siano incuriosite e facciano domande su ciò che tu offri o proponi.

Come si fa?

Utilizzando le più efficaci strategie di Comunicazione d’Impatto che ti permettono di trasmettere credibilità e di ottenere il massimo risultato in termini di efficacia in poco tempo.

Cioè devi essere:

  • SINTETICO: vai subito al sodo, parla il meno possibile
  • ORIGINALE: cerca di differenziare il contenuto o il modo di veicolarlo
  • EMOZIONALE: non tralasciare mai ciò che senti, se hai delle sensazioni particolari condividile con chi ti ascolta. Sii autentico!
  • COINVOLGENTE: cerca l’interazione di chi ascolta sia per interessare le persone, sia per avere un ritorno sull’efficacia del tuo discorso.

Come Allenarsi?

Osserva le persone che sono in grado di parlare in modo sintetico e analizza le loro performance. Per aumentare l’impatto della tua comunicazione devi trovare e puntare sul tuo stile facendo prove su prove…anche riprendendoti con lo smartphone.

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Buon Allenamento!

Impara a Comunicare in Ascensore

Nessuna azienda o quasi insegna ai propri manager o dipendenti a comunicare nelle situazioni informali. Eppure queste rappresentano contesti chiave di relazioni, collaborazioni e negoziazioni.

Saper comunicare anche in ascensore o davanti alla macchinetta del caffè (senza slide o discorsi preparati) può fare la differenza e ti può regalare gran belle soddisfazioni.

Una delle capacità fondamentali più richieste sul lavoro è saper comunicare in modo:

  • CHIARO – per non generare fraintendimenti;
  • SINTETICO – per usare bene il tempo di tutti;
  • IMPATTANTE – per lasciare il segno, risultare autorevole e credibile.

Potrebbe capitarti di trovarti in una situazione improvvisa ed informale e dover conversare o rispondere prontamente a colui che hai davanti. Beh anche in questi casi, devi saper rispondere in pochi secondi in modo sensato e credibile, trasmettendo di te un’immagine professionale e convincente.

Non puoi permetterti di intaccare la tua reputazione solo perché in quell’istante non eri pronto!

È quello che gli inglesi chiamano appunto “Elevator Speech”, ossia la situazione estemporanea che richiede una comunicazione che risulti chiara sintetica ed impattante, senza che si abbia a disposizione del tempo per prepararsi.

L’importanza di un metodo

È curioso come queste situazioni abituali siano gestite spesso senza nessuno strumento.

Diventa quindi necessario, anzi direi fondamentale, disporre di tecniche e strumenti che ti consentano di essere efficace e convincente in ogni occasione.

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Mi preme sottolineare che comunicare in modo efficace in ascensore non significa:

  • avere un sorriso plastico
  • chiedere “come stai?”
  • affermare che oggi è una bella giornata di sole
  • evidenziare quanto traffico c’è in città

Il FOCUS principale deve essere sull’interpretazione delle micro espressioni facciali, variazioni di posizione e variazione di frequenza respiratoria che il nostro interlocutore mette in atto dopo una nostra affermazione. Attenzione AFFERMAZIONE e non DOMANDA.

Il motivo per cui, in situazioni di questo tipo è meglio affermare, piuttosto che chiedere è semplice. Nell’instante in cui incontro una persona, dopo che si sono aperte le porte, anche se la conosco non è detto che abbia voglia di parlare e tantomeno rispondere e se si aggiunge che  il fattore tempo, circa 5 secondi tra un piano e l’altro, non aiuta ad essere esaurienti nella risposta, potrebbe portare la persona a cui abbiamo rivolto una domanda ad essere molto superficiale o addirittura a sviare nella risposta, non per mancanza di volontà, ma per la razionale consapevolezza che il tempo a disposizione è poco. Vediamo questo caso.

Le porte si aprono, in ascensore ci sono Marco ed altre 2 persone. Luca entra

Luca: “Ciao Marco!”

Marco: “Buongiorno Luca!”

Luca: “Come è andata la riunione ieri”

Marco: “Tutto bene”

DinDin … Marco è arrivato al piano e si appresta a scendere.

Marco: “Ciao, a domani”

Luca: “Ciao”

Di certo questa ricca conversazione non ha portato nessun valore aggiunto al rapporto tra Luca e Marco. Anzi spesso e volentieri molte domande sembrano rivolte solamente per riempire quei 5 secondi da un piano all’altro. Risultano sterili e fredde ed è palese che

DELLA TUA RISPOSTA NON GLIENE FREGA NULLA A NESSUNO!!!

Se poi si aggiunge che sono presenti altre persone (conoscenti o non conoscenti), chi mi dice che Marco abbia voglia di far fare i fatti suoi a colleghi che a mala pena conosce?

Saper intraprendere un mini discorso efficace e che porti ad un risultato, in ascensore, NON è FACILE, ma con un pò di pratica e alcuni consigli si PUO’ FARE.

Anzitutto si presuppone una precisa conoscenza del contesto, dello stabile/struttura, del business, delle criticità del momento e dell’aria che tira. Avere le giuste informazioni in qualunque processo di comunicazione, in ascensore, in pubblico, in una riunione del CDA, in una trattativa.

Se non hai informazioni, se sei il consulente che entra per la prima volta in quell’ascensore, meglio che stai zitto! Saluta e Basta!

Nel 2015 mi è capitato di essere in un’ascensore con il direttore risorse umane dell’azienda, si stavano facendo tagli importanti al personale, entra questo consulente (giacca, cravatta, profumo, valigetta, e scarpe … più o meno pulite) e esordisce senza conoscere nessuno con “Che bella questa struttura, certo che ti viene voglia di lavorare in posti come questi!” …  Il direttore : “e… Già” … e poi silenzio.

QUINDI?

Anzitutto come in ogni processo comunicativo bisogna avere un chiaro obiettivo. E di solito, in occasioni di questo tipo sono 2 i potenziali obiettivi:

  1. migliorare o creare Rapport (aumentare o ripristinare la sintonia e il feeling )
  2. fissare un incontro per affrontare una tematica

Come prima cosa utilizza un truismo. Il più semplice in questo caso è confermare il piano che raggiunge il tuo interlocutore: “Stai andando al 5° piano giusto” … di solito la risposta è “SI”. Se la risposta fosse: “NO, oddio mi sono sbagliato” ti porti già a casa un grande risultato e di sicuro non ti devo spiegare come poter continuare il discorso, l’unica cosa che ti suggerisco è di non farlo sentire un rincogl… insomma hai capito.

Dopo il “SI” puoi fare una seconda affermazione “vera” come potrebbe essere un riferimento al piano da raggiungere: “il 5° piano, l’amministrazione!” oppure “il 5° piano, ristrutturato da poco vero?” ancora “il 5° dove ieri si è svolta ( o si svolgerà ) la riunione del CDA questo pomeriggio”.

Ed ora osserva, espressioni, sospiri, sorrisi o sguardi che piombano nella tromba dell’ascensore oppure rivolti al cielo ricercando un atto di misericordia … che mai arriverà 🙂 !

A questo punto si apre un complesso scenario di possibilità. Ricordiamo insieme qual’è l’obiettivo: migliorare o creare Rapport oppure fissare un incontro per affrontare una tematica ?

Nel caso fosse il primo… in funzione del modo di reagire all’ultima tua frase puoi aggiungere un semplice inciso che ti permetterà di essere ricordato : “ho visto tanti talenti uscire dal 5° Piano, certo che non è facile” oppure “ho sentito che il CDA di ieri ha scaldato gli animi” oppure “appena ho un minuto ti passo a salutare cosi mi fai vedere il nuovo set up del piano” oppure “tutti mi parlano bene dell’amministrazione (solo se è vero)”. Insomma qualcosa che tenda a confermare una buona sensazione positiva nel caso tua avessi percepito dalla sua fisiognomica un segnale positivo, oppure una frase che tende a sdrammatizzare nel caso avessi percepito una sensazione negativa.

Se il tuo obiettivo è continuare a parlare con la persona che il destino ti ha messo davanti in ascensore, puoi suggerire

“che ne dici se in mattinata ti passo a salutare e ci prendiamo un caffè, così ti espongo …..” oppure

“sull’amministrazione vorrei confrontarmi con te, che ne dici se domani alle 11 ti passo a salutare e ne parliamo?” oppure

“che tu sappia il set up del 5° piano ha previsto gli scaffali? allora passo a vederli cos’ capisco come archiviare meglio i nuovi documenti”.

Nel caso i piani che dovete fare insieme sono più di 2 … ovvero più di dieci secondi ti possono essere utili le strategie di comunicazione d’impatto ovvero veri e propri script che puoi usare in qualunque momento e su qualunque tema che durano meno di 60 secondi e che portano il tuo uditore o uditorio a volerne saper di più o ad intraprendere un’azione.

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PS:

LA REGOLA SEGRETA: in ascensore ancora prima di iniziare a parlare, fai un sorriso e saluta tutti con un buongiorno o buonasera e non rivolgerti solo alla persona che già conosci.

Sorriso autentico e non finto… e se non hai voglia di sorridere … PRENDI LE SCALE.

 

 

 

12 step per Creare un prodotto di successo

Milioni di euro vengono spesi ogni anno per sviluppare e lanciare nuovi prodotti, ma in realtà solo il 10% ha successo.

La Nielsen, basandosi sul tracciamento di 600 prodotti lanciati e sul testing di 20.000 concept, ha tirato fuori un processo di 12 punti su ciò che le aziende dovrebbero cambiare prima del lancio di un nuovo prodotto per incrementare le chance di riuscita.

Il processo misura il successo attraverso 5 fasi:

  1. Rilevanza
  2. Comunicazione
  3. Attrattività
  4. Punto di Acquisto
  5. Resistenza.

Le aziende devono capire che tutti i 12 passi sono importanti allo stesso modo per le chance di un lancio di successo.

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“Ti voglio bene” a Natale dillo nel modo migliore

Dire ti voglio bene  non è facile per tutti e , soprattutto, non tutti i momenti sono adatti per pronunciare queste magiche parole.

Ci sono dei momenti in cui il contesto genera la cosa quasi da sé e tutto diventa più facile, ma è vero anche che spesso si desidera manifestare quello che si prova e non si riesce a farlo, perché non si sa dove, come, quando!

La prima cosa a cui prestare attenzione è proprio la scelta del momento: ci sono indubbiamente momenti che si prestano meglio di altri ad un “ti voglio bene”.

Dire “ti voglio bene” implica naturalmente che ci sia un rapporto, confidenza, intimità…ed è proprio in base a questa intimità che ti consiglio di scegliere il luogo e il momento più opportuno.

Mi spiego meglio: ci sono persone che non amano condividere pubblicamente i loro sentimenti o aspetti della loro vita affettiva, ecco, dire “ti voglio bene” ad una persona con questa caratteristica in una cena di Natale davanti a 20 persone magari non è una mossa azzeccatissima! Magari può essere estremamente efficace con qualcuno che ha bisogno di un riconoscimento pubblico, in questo caso una dichiarazione davanti ad altre persone soddisfa la sua esigenza.

Un secondo aspetto da considerare riguarda quello che esprimiamo con il nostro linguaggio del corpo.

Una frase così importante non può non essere supportata da gesti come un abbraccio, una carezza o tenersi per mano, in particolare è fondamentale, mentre la si pronuncia, guardare negli occhi la persona a cui sono rivolti quei sentimenti.

Un ultimo aspetto riguarda proprio la pronuncia del “ti voglio bene”, ti consiglio di prepararti a quel momento, perché sarà importante il modo in cui deciderai di dirlo, come introdurre il concetto e anche come terminarlo.

Un modo davvero efficace per dirlo e far arrivare alla persona cara i nostri sentimenti in tutta la loro autenticità è quello di fare un piccolo discorso introduttivo in cui riassumere tre momenti importanti della tua storia con questa persona.

Ti faccio un esempio.

Immagina che questa persona sia tua nonna, un modo carino per dirle “ti voglio bene”  può essere: sei stata sempre al mio fianco quando ero bambino e mi aiutavi a fare i compiti, poi ti sei commossa il giorno che mi sono laureato, oggi sei qui con me e racconti le favole a mio figlio, “ti voglio bene nonna”. E dopo un grande abbraccio.

Questi strumenti possono esserti di grande aiuto e soprattutto ti consentiranno di far comprendere alla persona a te cara, tutto l’affetto che provi per lei. La tua spontaneità e naturalezza faranno tutto il resto.

Il mio consiglio più grande è di non dimenticare mai di dire “ti voglio bene” a chi ami, ma soprattutto, quello che davvero mi sento di dirti, è di farlo ogni giorno, a Natale può esserci un’atmosfera più calda forse, ma nella vita di tutti i giorni un “ti voglio bene” ha un immenso potere.

Quindi impara una nuova abitudine da applicare ogni giorno con chi ami!

7 tecniche per scrivere un titolo efficace

Avete mai sentito parlare di scrittura ipnotica? No, non centra nulla la magia!

E’ una tecnica molto potente per attirare l’attenzione dei lettori e per rendere “irresistibili” i testi che proponete. Usando alcuni espedienti potete scrivere un titolo convincente per un vostro articolo, una pagina web, un libro, una presentazione, etc. La domanda di base è “Quali sono i titoli che funzionano meglio?

Ecco 7 tecniche per scrivere un titolo efficace che lascia i lettori a bocca aperta:

1. Usate i numeri

Avete notato che il titolo di questo post contiene un numero? I numeri sono dei ganci psicologici molto forti, che attirano l’attenzione. Sono perfetti nei titoli in quanto chiunque preferisce la certezza all’incertezza.

2. Rivolgetevi ad un pubblico specifico

Se il vostro testo parla ad uno specifico target, chiamatelo a raccolta: “Soffrite di gastrite? Esiste un rimedio naturale”. Più sarete specifici, più lettori interessati a quell’argomento attirerete. Ogni lettore si sentirà chiamato in causa e questo attrae maggiormente l’attenzione di chi cerca una soluzione a un proprio problema. Del resto, è insito nel nostro cervello cercare ovunque delle soluzioni che risolvano i dilemmi che potremmo avere, anche se sono superficiali o quasi: i lettori penseranno immediatamente “E’ per me!”.

3. Fate delle promesse

Le promesse fanno sognare il lettore e sono tra i titoli più coinvolgenti: “Un rimedio efficace per sconfiggere l’insonnia”. Questi titoli rappresentano soluzioni a problemi reali, sono da usare per promesse credibili che verranno mantenute.

4. Usate la tecnica del Come fare per…

Molti pubblicitari affermano che se iniziate con “Come fare per…” potete essere certi che il vostro titolo avrà la sua efficacia. Tuttavia, è sempre meglio approfondire questo argomento, bisogna sempre cercare un livello più profondo. Anche se avete sempre pensato l’opposto, molte persone non vogliono informazioni, ma fatti, vogliono avere un senso di ordine. Ecco il perché dovete tirar fuori in ogni modo i segreti, i consigli, gli aiuti, le leggi, le regole e tutti i sistemi che saranno utili a dare un senso alle soluzione che trovate per i vostri lettori.

5. Usate la tecnica del Chi

Questa tecnica serve per dare autorità ad un testo, coinvolgendo un testimonial o un esperto dell’argomento trattato: “Chi meglio di un meccanico conosce i segreti della tua auto?” Chiunque legga titoli del genere avrà una forte propensione a continuare la lettura per conoscere i segreti dell’esperto in questione.

6) Usate i Negativi

I superlativi come “il migliore, il più grande” possono essere molto efficaci nei titoli, tuttavia sembra proprio che siano quelli negativi, come “il peggiore” ad avere più impatto. È probabile che i negativi siano più intriganti perché meno utilizzati, quindi inaspettati e questo attiva la risposta. I negativi entrano nella nostra sfera delle insicurezze: utilizzare termini negativi come “basta”, “evita”, “non fare” funziona perché ogni lettore vorrebbe sapere se c’è qualcosa che dovrebbe evitare nel proprio comportamento.

7) Sorprendete

Il fattore sorpresa rende i titoli vincenti perché al nostro cervello piacciono le novità, esso mostra molto più interesse verso gli avvenimenti piacevoli e imprevedibili dando meno importanza a quelli scontati. Un esempio di sorpresa ben utilizzata secondo me è quello dell’oggetto nell’email della campagna presidenziale di Barack Obama: “Hey”, “Wow” o “Ceni con me?”

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>>> Ricordate: il titolo fa la differenza

Queste tecniche sono garantite e funzionano sia per titoli che per sottotitoli. In un articolo potete utilizzare una sola delle tecniche descritte oppure usare indifferentemente più metodi mescolandoli tra di loro. Sono tecniche utili anche per campagne pubblicitarie, post su social network o newsletter: con il titolo giusto i lettori saranno attratti dai ciò che scrivete!

E ora voglio lasciarvi con l’ultimo consiglio, forse il più importante e prezioso di tutti:
Semplice, usate sempre la creatività e fate in modo che il titolo non sia già stato sentito o non rientri nei soliti cliché. Quindi, alla fine, se volete essere un po’ originali, dimenticate anche questi consigli!

Quale strategia ha funzionato per voi? Condividetemi la vostra esperienza sulla mia pagina Facebook!

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