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Zoom su whatsapp: i limiti di una comunicazione parziale

Dal post della scorsa settimana (clicca immediatamente qui se lo hai perso) mi sto concentrando sulle cosiddette dinamiche conversazionali della chat, ovvero, senza usare tecnicismi, tutto quello che si scrive sulle chat, in particolar modo su whatsapp (ma anche telegram e messanger) che in molti paesi è diventato uno strumento di comunicazione irrinunciabile.

I molti vantaggi introdotti da questo strumento ne hanno favorito una diffusione massiccia e sempre più veloce, tuttavia ad alcuni la situazione è completamente sfuggita di mano sconfinando in un abuso che spesso rischia di alterare i significati stessi dei contenuti che veicola.

Prima di entrare nel merito dei limiti di questo canale e dei suoi abusi, è cosa giusta ribadirne i vantaggi e le possibilità di utilizzo che lo rendono così popolare:

  • È un’app ed è legata ad una connessione, pertanto consente uno scambio molto agile di contenuti anche pesanti.
  • Presenta tutte una serie di funzioni che regolano il rapporto tra mittente e destinatario: spunte blu, orari di accesso, stati contenenti info, conversazioni di gruppo.
  • Presenta una diversificazione nella modalità di produzione dei contenuti: testo scritto, testo scritto dettato, audio messaggio, videochiamata, invio immediato di foto allo scatto, telefonata.
  • Contiene emoticon e tutta una serie di animazioni che rendono più vivace la conversazione e superflua la ricerca della parola giusta (#semprelaparolagiusta!!!)

Quali sono allora i pericoli di whatsapp?
Come possono le stesse caratteristiche che lo rendono funzionale ed efficace, allo stesso tempo determinarne i limiti?

Tutto dipende dalla consapevolezza di chi lo usa!
La chat è entrata a far parte delle nostre consuetudini, al punto che i fruitori non si rendono conto di essere su un canale “indiretto” di comunicazione e percepiscono una continuità e un’immediatezza nelle conversazioni che di fatto non è reale.

E da qui zoom sui principali limiti della chat in termini di processi comunicativi:

  • Assenza di contesto: chi scrive, così come chi riceve, non ha idea di quale sia il contesto in cui si trova l’interlocutore, il che di fatto rende il mittente incapace di valutare se i contenuti inviati siano congrui e adatti rispetto alla situazione in cui si trova l’altro.
  • La mancanza di contatto diretto: l’assenza di contatto determina l’assoluta mancanza di elementi di feedback non verbale che precludono la conoscenza anche degli aspetti emotivi delle conversazioni. Non si ha il controllo delle reazioni dell’altro, non si ha quindi la possibilità di percepire cosa prova davvero.
  • Mancanza di controllo del livello di attenzione dell’interlocutore. Questo è un rischio pericolosissimo specialmente quando si decide imprudentemente di affidare alla chat la diffusione di informazioni sensibili o molto importanti: il rischio che ad una veloce lettura l’interlocutore sottovaluti il volume del contenuto è altissimo.

Adesso che sei pronto per un uso più consapevole della chat, ti invito a fare un salto qui, dove la comunicazione per te non avrà più segreti.

Il feedback trionfa sulla storia: i silenzi assordanti di whatsapp

Come è cambiato il ruolo del feedback con il 2.0?
Qualcosa di forte deve essere accaduto!

Ce lo insegna il nuovo modo di interagire attraverso le chat che, a seconda di come evolvono le conversazioni, può generare in casi estremi vere e proprie reazioni da psicosi.

Gli sms per definizione nascono come messaggi brevi, modalità comunicative adottate laddove non è possibile fare una telefonata.
Oggi la telefonata è una delle attività più insolite che si possa svolgere con uno smartphone.

Emoticon, puntini di sospensione, visualizzazioni non visibili, spunte blu, orario degli accessi: questi gli elementi alla base di una nuova forma di disagio comunicativo legata alle difficoltà di interpretazione del feedback.

Il mondo della comunicazione in chat oggi è popolato da 3 diverse specie:

  • Quelli che continuano a usare le chat come sms: forse vivono meglio, ma non sfruttano a pieno lo strumento perché si limitano a utilizzarlo per la messaggistica senza entrare nel mood conversazionale caratterizzato dalla velocità di controllo e di risposta, di interpretazione delle emoticon e delle non risposte (di come si comunica non comunicando abbiamo già parlato in questo post, leggi qui).
  • Quelli che hanno oltrepassato le soglie del mood conversazionale e vagano nel regno del delirio: interpretano i silenzi come minacce, le assenze di tag come iniziative di esclusione sociale, le spunte blu senza risposta immediata come indifferenza, l’impostazione della privacy che oscura l’ultimo accesso come un ambiguo modo di agire nell’ombra.
  • Quelli che cercano di sfruttare le possibilità offerte da questo strumento in termini di utilità, che sono consapevoli di poter chiudere la chat all’occorrenza e che si appellano all’orario dell’ultimo accesso solo in situazioni di estrema urgenza o gravità.

Al di là dell’ironia che può suscitare l’andamento generale dei fruitori delle chat, quello su cui voglio invitarti a riflettere e ad analizzare è come le trasformazioni introdotte dai nuovi canali comunicativi abbiano travolto la società, influenzato le reazioni emotive potenziando quello che è già uno strumento determinante nei processi comunicativi: il feedback.

Il mondo cambia, le persone possono fare diecimila cose con uno smartphone in mano e chi comanda è sempre lui, uno dei pilastri ancestrali della Comunicazione: Sua Maestà il Feedback.

Come ti consiglio di vivere questo cambiamento?

In un’ottica di crescita facendo un semplice excursus storico.

Nella definizione del vecchio assioma ci si affidava al ruolo “correttivo” del feedback: “ti restituisco un feedback per correggere il tuo errore”.

A partire dagli anni 2000 il ruolo del feedback si è spostato verso un’altra direzione: “creiamo una cultura del feedback dove il feedback è accettato in azienda per crescere”. Questo ha generato un grosso problema dovuto a un abuso dello strumento: si davano feedback continuativi!

Nel 2.0 la modalità si è rivoluzionata: il feedback è richiesto perché percepito come uno strumento di crescita anche attraverso la solo modalità conversazionale.

Alla fine, per ora, di questa riflessione ti invito a fare un salto laddove tutti i tuoi dubbi sulla comunicazione saranno dissipati.

Corri a leggere qui!

2 ORE … ed è il panico! I rischi della comunicazione social!

Dopo il blackout di Whatsapp e Instagram ho fatto un esperimento o meglio un’indagine… Leggi bene cosa ho fatto.

Da anni ormai siamo abituati a misurarci con un modello comunicativo dettato dalle dinamiche del mondo dei social, al punto che, quando questo mondo presenta segnali di cedimento, molti perdono la bussola…e questo non va bene.

La comunicazione nasce ben prima dei social e dei nuovi modi di parlare che questi hanno introdotto, eppure domenica, le due ore di buio di facebook e whatsapp hanno generato un tale caos che molti anziché alzare il telefono (che funzionava benissimo) e chiamare la persona con cui avrebbero dovuto comunicare via whatsapp, hanno preferito lanciare dei veri SOS nei social che ancora funzionavano (assaltando twitter nello specifico!).

Come sai il mondo della comunicazione offre sempre spunti di riflessione, ma in questo caso ha proprio sollecitato in me un desiderio di “indagine” perché sono rimasto stupito di come le persone siano entrate in affanno perché 2 tra i principali canali social del momento si sono presi una pausa di qualche ora.

La maggior parte di quelli con cui ho parlato (12 su 20), non ha pensato di sopperire al mal funzionamento di whatsapp con una telefonata o con un sms tradizionale, ma ha pensato di andare su facebook per verificare se qualcuno aveva lanciato l’allarme e se erano presenti comunicazioni in merito! Non sono riusciti ad accedere e chi ha un account twitter si è sfogato lì.

Andiamo a quelli che hanno scoperto prima il mal funzionamento di facebook e instagram: qui il panico vero.
Ho udito espressioni del tipo “ero fuori dal mondo”, “in isolamento”, “non ero aggiornato sui fatti del mondo e quando ho scoperto di whatsapp non sapevo a chi e come dirlo!”.

Ok
Calma
Respira

Stiamo scherzando?

Come è possibile che l’acquisizione di nuovi comportamenti comunicativi possa indebolire così tanto la capacità di cercare soluzioni comunicative alternative?
Noi non possiamo non comunicare: è il primo assioma!
E allora, come è potuto succedere che un numero esagerato di persone ha pensato di non poterlo fare, di non raggiungere i destinatari desiderati, o, ancora peggio, ma molto peggio, di non poter accedere all’informazione?

Urge la necessità di fissare alcuni punti:

  • Viviamo in un’epoca in cui ci è offerta l’opportunità di accedere a un numero elevatissimo di canali di comunicazione, non mi riferisco all’opportunità di chiedere aiuto su twitter, ma alla capacità di avere sempre un piano B per reperire le persone più importanti da contattare.
  • Non è cosa buona utilizzare i social come veicolo di informazioni sui fatti di cronaca, di politica e sulle notizie in generale: i social sono l’habitat della fake news e molte testate giornalistiche hanno preso l’abitudine di fare dei lanci piuttosto sbilanciati rispetto al contenuto della notizia, solo per racimolare like.
  • Cerca sempre di arrivare alla notizia e gira intorno alle chiacchiere: quando i social sono tornati a funzionare le homepage erano piene di lamentele, il numero delle condivisioni di articoli che spiegassero la natura tecnica del problema era prossimo allo zero.

Comunicare è inevitabile, farlo efficacemente è una competenza che va assolutamente sviluppata, allenata, divulgata!

Sai già come fare?
Io ti suggerisco di fare un salto qui!