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Stakeholder di progetto: soggettività e oggettività nella comunicazione.

Quando si parla di stakeholder di progetto devi visualizzare davanti ai tuoi occhi tutte le persone che ruotano intorno a un’attività.
 
Trattandosi per l’appunto di persone, non devi mai perdere di vista il forte peso della soggettività nelle dinamiche tra queste persone.
 
Dinamiche professionali, sì, ma comunque condotte da individui con caratteristiche personali, con valori, timori, criteri di valutazioni soggettivi.
 
Tutti gli interlocutori di un progetto agiscono a livello comunicativo in 2 direzioni: con gli altri e tra di loro. 
Questa facile premessa porta a presagire un possibile  pericolo: quello che gli aspetti soggettivi delle relazioni tra questi protagonisti agiscano sull‘oggettività dei contenuti che si scambiano.
Questo sarebbe deleterio per il buon esito del progetto e dunque per il business dell’azienda.
La soggettività è un fattore complesso, è quanto di più personale possa esserci per un individuo, come la parola stessa suggerisce, ma a seconda di come interviene, ha un grosso potere di influenza su elementi oggettivi.
♦️ La soggettività costituisce una sorta di filtro.
 
Murakami Haruki sostiene che tre quarti di quello che vediamo è dietro ai nostri occhi, perché è solo con i nostri di occhi che leggiamo gli eventi e attribuiamo significati.
 
Il rischio della soggettività è che quel filtro può esasperare criticità o amplificare entusiasmi, il tutto a scapito dell’oggettività che per natura è neutrale.

La comunicazione efficace di progetto 

All’interno di questo intreccio tra soggettività e oggettività non bisogna mai perdere di vista l’obiettivo: una comunicazione di progetto efficace
 
C’è una formula in grado di fissare i parametri di questa efficacia: una comunicazione efficace di progetto si ottiene quando la componente soggettiva delle relazioni tra le persone è orientata verso la valorizzazione dei contenuti del progetto
Al contrario, quando la soggettività delle persone distorce i contenuti del progetto, quest’ultimo verrà percepito negativamente, in termini di costi, obiettivi, risorse impiegate. 
Le aziende sono fatte di persone ed ogni persona porta con sé un universo di valori e di interpretazione della realtà.
Come mettere d’accordo tutti a vantaggio di una comunicazione di progetto efficace
Facendo in modo che le relazioni interpersonali siano efficaci, attraverso tre nobili e molto significative azioni:
  1. spostare il  punto di vista, decentrandosi quindi dal proprio sistema valoriale e andando incontro a quello degli stakeholder;
  2. creare contatto con gli stakeholder;
  3. comprendere l’altro attraverso l’applicazione dell’ascolto empatico.
Tutte queste cose no, non arrivano dal nulla e all’occorrenza.
Sono competenze da acquisire o affinare.
Come?
management - comunicazione

Management e relazioni: le comunicazioni di progetto.

Cosa lega il management a una buona qualità delle relazioni?
La comunicazione!

Comunicazione e Management

Quando parliamo di discorso pubblico e lavoriamo sulle abilità di Public Speaking la maggior parte delle persone non pensa subito al management, ma alla declamazione davanti a un grande pubblico o alle presentazioni da palcoscenico.
Parlare in pubblico è questo, ma anche molto altro.
Due persone sono già un pubblico e se queste due persone stanno lavorando a un progetto, la buona riuscita di quest’ultimo dipende sia da come il leader di progetto comunica con queste persone sia da come comunicano tra di loro.
Fino a qualche anno fa Comunicazione e Management sembravano due rette parallele, due discpipline separate, ognuna per la propria strada, senza un punto di intersezione.
Nel mondo delle aziende i processi di Comunicazione erano piuttosto flussi di informazione, dove il passaggio di dati, procedure, idee, era unidirezionale e non contemplava uno scambio attivo che prevedesse il contributo di tutti i soggetti coinvolti.
Poi ci si è accorti che la Comunicazione, quella efficace e strutturata, rappresenta non il valore aggiunto, ma il valore cardine all’interno di qualunque organizzazione. 
Oggi la situazione è molto diversa e già da anni le aziende hanno maturato la consapevolezza di dover investire una grossa fetta di tempo e risorse nella Comunicazione. 
Già nel 2013, che a guardarlo da qui sembra il passato remoto, il Project Management Institute ha rilevato come i progetti di aziende caratterizzate da una forte attenzione alla Comunicazione soddisfano tutti i requisiti di progetto e i vincoli di budget per oltre il 50% in più di quelle che non investono in Comunicazione.
Questo perché?
Perché la Comunicazione funziona. 
La conclusione ovvia di questa ricerca ha portato alla luce i rischi nefasti: oltre la metà dei casi di insuccesso nelle aziende sono in larga parte attribuibili, per oltre il 50%, a una comunicazione inefficace.

Le comunicazioni di progetto

 

Quando parliamo di comunicazioni di progetto ci riferiamo a un passaggio di informazioni tra persone o gruppi di persone che si trasmettono contenuti.
Per far sì che questi flussi di parole –  e di linguaggio non verbale –  siano efficaci, è necessario che si verifichi l’applicazione del Modello della Comunicazione, riferimento assoluto dal 1948 quando è stato elaborato da Shannon e Weaver.
 
Il modello prevede il transito di informazioni tra più soggetti che si arricchisce via via diventando un ciclo comunicativo la cui caratteristica principale sta nell’essere pluridirezionale.
Scopriremo così, al prossimo articolo, come una comunicazione di progetto evolve in una relazione di progetto. 
Sembra facile?
No, non lo è, ma è fondamentale imparare ad applicarlo!
Come imparare tutto questo?
linguaggio - del - corpo

Il linguaggio del corpo: protagonista assoluto della Comunicazione non Verbale.

Quando parliamo del potere del linguaggio del corpo siamo già nel vasto pianeta della Comunicazione non Verbale.
Molto spesso, quando parli ad altre persone, noterai come la tua attenzione sia rivolta a quello che stai per dire, soprattutto quando i contenuti sono destinati a raggiungere un pubblico numeroso.
Ti concentri sulle informazioni da trasferire, sul modo di comunicarle affinché il messaggio sia più chiaro e trascuri, o curi in misura inferiore, tutti quegli aspetti, quelle emozioni e piccoli segnali che trasmetti agli altri mentre parli.
Si tratta di gesti automatici, di segnali che il nostro corpo invia indipendentemente dalla nostra volontà e che talvolta non siamo in grado di gestire perché per primi non li riconosciamo e ne ignoriamo il significato.

Il ruolo del linguaggio del corpo nella Comunicazione non Verbale

La ragione per cui è importante dedicare questo spazio alla componente non verbale e paraverbale della  comunicazione in pubblico è proprio per far sì che il  modo di muoverci, di controllare lo spazio in cui ci muoviamo, di muovere il nostro corpo, esprima coerenza rispetto ai contenuti che stiamo trattando e sia funzionale a rendere più chiaro il nostro messaggio.
In questo modo saremo in grado di evitare gesti distraenti o segnali che possano rendere meno efficace la nostra comunicazione.
All’inizio degli anni ’50 gli studiosi hanno iniziato a occuparsi della comunicazione non verbale, anche se l’interesse nei confronti di questo argomento si fa più acceso negli anni ’70.
L’importanza del linguaggio del corpo come strumento di comunicazione efficace era già chiaro a molti registi del cinema muto, i quali, non potendosi avvalere dell’ausilio delle parole affidavano soprattutto ai gesti l’efficacia di un messaggio. Pensiamo ad esempio all’espressività del volto di Charlie Chaplin che riusciva a veicolare attraverso il linguaggio del corpo momenti di grande drammaticità con lo stesso talento con cui riusciva in altri a renderne la comicità.

Il Linguaggio del corpo nella Comunicazione in pubblico

Il linguaggio del corpo non può definirsi una scienza esatta, ma gli studi che dagli anni ’70 sono stati effettuati su questo aspetto hanno reso possibile l’analisi di dinamiche molto utili da conoscere non solo per chi si dedica allo studio della comunicazione a livello professionale, ma per tutti.
Quello che è emerso dall’osservazione e dallo studio del comportamento delle persone mentre comunicano è che è tipico della natura umana comunicare con il corpo molto più di quanto non faccia con la parola. La comunicazione, infatti, avviene per il 90% attraverso segnali non verbali, lasciando alla comunicazione verbale un’incidenza del 7% e una piccola componente al paraverbale.
L’elemento quindi da prendere in considerazione è che nella comunicazione interpersonale quello che trasmettiamo con il nostro corpo rappresenta la parte più influente del nostro scambio comunicativo.
Tutti i contenuti trasmessi, spesso inconsapevolmente attraverso i nostri movimenti, costituiscono la parte più importante, così incisiva da poter rafforzare o addirittura contraddire le parole che accompagnano.
Per rendere eccellenti le tue performance nella comunicazione in pubblico è dunque necessario imparare a riconoscere questi segnali, non solo per controllarli quando sei tu a parlare davanti a un pubblico, ma anche per capire come potrebbe reagire chi ti sta ascoltando.
Ma come imparare tutto questo?
Ovvio …
parlare- in - pubblico

Abilità comunicative: tutti possono imparare a parlare in pubblico?

Ognuno di noi possiede le potenzialità per parlare in pubblico. In molti pensano che per farlo ci voglia un grande talento e che si debba tirare fuori un immenso coraggio, in realtà capirai presto che si tratta solo di acquisire competenze e allenarle come si deve.
Alle volte siamo schiavi di convinzioni sbagliate, che ci limitano molto, allontanandoci dai nostri obiettivi. Questo è solo uno dei danni possibili, mettici anche il rischio di non conoscere capacità e abilità che non sapevi di possedere perché dovevano solo essere sviluppate nel modo giusto!
Parlare in pubblico, essenzialmente, significa esporre qualcosa a un uditorio più o meno esteso.
A rendere un po’ delicate le cose c’è che questo qualcosa solitamente è molto importante per chi è venuto ad ascoltarlo, e il modo in cui verrà detto sarà determinante.
Questi dettagli bastano per terrorizzare chi dovrà tenere un discorso pubblico.
Immaginati lì, a due minuti dal tuo discorso.
L’idea di non soddisfare le aspettative del pubblico o, ancor peggio, che questo possa costruirsi una cattiva impressione di te, ti porta a pensare che parlare efficacemente in pubblico sia un dono che pochi eletti custodiscono per sé.
NON è così!
Ricorda che parlare in pubblico è un’abilità che può essere acquisita seguendo un determinato percorso opportunamente strutturato –  e scandito da step ben precisi –  e dedicandosi a sviluppare specifiche abilità.
Ogni buon discorso, tanto un comizio quanto una presentazione, oltre la facciata, nasconde una serie di dettagli che all’apparenza sembrano insignificanti ma che in realtà fanno una grande differenza.
E proprio perché sono dettagli la maggior parte delle persone non li considera nella loro effettiva importanza e crede che il contenuto sia molto più importante della forma.
Occhio però: non sto dicendo che il contenuto non sia importante, ma non meno importante è anche il modo in cui si trasferisce il contenuto e tutti gli accessori, o come mi piace chiamarli, tutti gli strumenti della nostra cassetta degli attrezzi, fondamentali perché ti permettono di diventare un ottimo comunicatore.
Questi strumenti, a dire il vero, tu li possiedi già, ma non hai idea di che forma e direzione dargli per trasformarli in competenze.
E quindi che fare?
Ovvio:
stile - di - comunicazione

Il tuo interlocutore ha uno stile di comunicazione estremo? Adotta una formula efficace!

Quando si ha a che fare con un interlocutore dallo stile di comunicazione estremo, la sola e unica strategia efficace consiste nell’utilizzare una formula che ti consenta di gestirlo.
Facile detto così.
Ma soprattutto, cosa significa avere uno stile di comunicazione estremo?
In poche parole, sebbene gli stili di comunicazione non siano mai assoluti, significa avere una prevalenza di aggressività o remissività tale da essere recepita dall’interlocutore come eccessiva o estrema, al punto da creare una situazione di imbarazzo o di difficoltà.
Gli stili aggressivo e passivo sono per loro natura poco equilibrati e rispondono rispettivamente al bisogno di prevalere o di nascondersi, due azioni che nel mondo della Comunicazione non funzionano in modo efficace e costruttivo.🧐
Quando si interagisce con un interlocutore “sbilanciato” in uno dei due stili il rischio maggiore è quello di entrare con lui in empatia al punto da riprodurne gli schemi, i linguaggi, le modalità relazionali.
Questo genererebbe un contesto piuttosto teso con un aggressivo e una totale assenza di iniziativa e azione con un passivo.
L’efficacia spesso è nell’equilibrio tra le parti e poiché nella maggior parte dei casi questo equilibrio non ci viene donato dalla natura, bisogna fare un lavoro su di sé per arrivare ad ottenerlo.
L’obiettivo finale è quello di riuscire ad agire uno stile assertivo, caratterizzato principalmente da:
  • piena consapevolezza di sé
  • fiducia in se stessi
  • assunzione di responsabilità
Quali sono i comportamenti distintivi dello stile assertivo?
• Avere una piena consapevolezza dell’obiettivo e agire in quella direzione
• Affermazione dei propri diritti nel pieno rispetto di quelli degli altri
• La capacità di presentare le proprie argomentazioni in modo chiaro
• Esprimere le proprie emozioni motivandole
• Essere in grado di distinguere i fatti concreti dalle opinioni personali.
• Proporre nuove idee valutandone le possibili conseguenze.
• Dedicarsi all’interlocutore praticando l’ascolto attivo
• Manifestare atteggiamenti di apertura verso l’interlocutore per condividere idee e soluzioni
• Accogliere le argomentazioni degli altri valutandole come suggerimenti
• Riconoscere i propri limiti mettendosi in discussione e mostrandosi disponibile al miglioramento.
• Assumersi la piena responsabilità delle proprie azioni.
L’applicazione di questi comportamenti genera conseguenze positive, come:
  • un clima sereno che non sfocia nel conflitto
  • una dinamica relazionale favorevole al dialogo
  • una maggiore predisposizione a esprimere le proprie idee
Tutto questo non viene da sé, non basta l’impegno, la buona volontà, in questo caso no.
Qui si tratta di lavorare, di continuare a lavorare, di non finire mai di lavorare, sul proprio stile di comunicazione.
C’è un modo per imparare a farlo?
Certo che sì!
Come partire?
Parliamone!

Scrivimi: info@matteomaserati.it

Intanto puoi dare un’occhiata qui!

L’ansia durante una presentazione: il legame tra corpo e mente

Se l’ansia durante una presentazione rischiava di essere un problema serio quando il mondo si relazionava solo di persona, con lo smart working la questione può diventare ancora più delicata.
 
Immaginati una situazione in cui un tuo interlocutore in video call viene colto da un momento di ansia serio: probabilmente d’istinto farebbe le stesse cose che gli verrebbe da fare di persona. 
 
Il problema però è che alcune situazioni non sono risolvibili allo stesso modo di persona e da remoto.
Perché?
Perché la webcam fornisce un’inquadratura, e dunque una visione, parziale delle immagini!
Il ritaglio del volto dunque in un immaginario mondo perfetto a livello comunicativo, dovrebbe contenere solo quegli elementi funzionali ad una comunicazione efficace o d’impatto.
 
Se arriva l’ansia non può essere così perché tutti quei segnali che anche dal vivo disturbano il sereno fluire della comunicazione, via web sono al centro dell’inquadratura e distruggono il livello di attenzione dell’interlocutore, anche perché rubano gran parte dello spazio consentito da uno schermo.
 
Di cosa stiamo parlando?
 
Partiamo dal nemico più acerrimo di una presentazione pubblica: l’ansia.
Che si sia ansiosi per natura caratteriale o perché non si regge lo stress di una presentazione, poco cambia.
Il risultato e una situazione di disagio che difficilmente può essere nascosta a chi ci osserva e ascolta.
 
Lo schema comportamentale di una persona in ansia nel corso di una presentazione è piuttosto ripetitivo e prevedibile, motivo per cui è assolutamente impossibile non notarlo e salvare il relatore da una spiacevole figura.
Abbiamo ribadito centinaia di volte che il livello di preparazione qui c’entra poco, è un problema prettamente legato alla circostanza di parlare in pubblico, anche se il pubblico è dietro allo schermo.
In fondo, e sai anche questo, parliamo della seconda paura più diffusa dopo quella di morire.
Serve di nuovo l’elenco dei movimenti che raccontano l’ansia?
Sì serve, perché per farci un serio lavoro su si devono avere lì, nero su bianco, ed essere osservati come piccoli batteri da eliminare.
Il caso poi vuole, tanto per peggiorare le cose, che quei piccoli tic di manifestazione d’ansia riguardino per lo più il viso, focus ben centrato di una video call.
Non è l’unica parte del corpo coinvolta ok, infatti se inizi a ballare con la gambe o a stropicciarti le dita probabilmente nessuno si accorge, ma se il linguaggio del corpo inizia manifestarsi sul volto, addio agli obiettivi della tua video call.
Vediamo i gesti più diffusi:
  • accarezzarsi l’orecchio
  • toccarsi il naso
  • mangiarsi le unghie o comunque mettere le dita in bocca
  • spostarsi continuamente con la sedia (sai che balletto!)
  • pettinarsi le sopracciglia
Un valido ausilio per il controllo di questi meccanismi automatici potrebbe essere sicuramente quello di osservarsi nelle finestre che ogni canale di videoconference offre. Anzi, direi che come sempre la tecnologia offre soluzioni, perché ovviamente quando sei in aula questo plus non ce l’hai, non è che parli davanti a uno specchio !!!
Quindi osservati, correggiti e non smettere mai di esercitarti 💪
🔴 Concentrati sul tuo corpo allo stesso modo di come ti concentri per organizzare i contenuti e poi comunicarli.
Rendi le cose più facili a chi ti ascolta, ma soprattutto rendi più efficace il tuo messaggio, più diretta e chiara la tua comunicazione.
 
 
Tutto chiaro???
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Ci sta!

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Comunicazione efficace: quali comportamenti evitare per raggiungere il tuo obiettivo

La Comunicazione Efficace è il risultato di una serie di comportamenti – anche di quelli da evitare – volti al raggiungimento di un obiettivo.

Approfondimenti in tema di Comunicazione Efficace ne abbiamo condivisi diversi, ma quanto sei consapevole dei comportamenti da evitare?
Se lo spazio in cui ti muovi è vasto diventa alta anche la possibilità di commettere errori: i rischi sono numerosi, le dinamiche più complesse, i soggetti coinvolti gestiscono dinamiche relazionali il cui grado di difficoltà può variare da molto semplice a molto complesso. Per facilitarti il compito e darti i giusti strumenti per raggiungere i tuoi obiettivi attraverso un corretto processo comunicativo è bene che ti indichi alcuni comportamenti da evitare per salvare la tua comunicazione del fallimento.

 

Fai tesoro di queste regole perché valgono sia in ambito privato – con i tuoi figli, con il partner – che nel mondo professionale.
No ai seguenti comportamenti:

➡️  Imposizioni. L’imperativo “devi” molto spesso allontana il tuo interlocutore dagli obiettivi che ti sei prefisso, ponendo lui nella condizione di subire un’imposizione e te stesso in una posizione scomoda di abuso del tuo potere, o del tuo ruolo.

➡️  Ammonimenti e minacce. Non funzionano quasi mai in contesti democratici! La libertà di azione e di reazione dell’interlocutore è fondamentale per l’efficacia dello scambio comunicativo. Anche questo genere di atteggiamento – come pure il primo – incentiva sentimenti di disagio e sottomissione.

➡️  Prediche e morali. Anche qui il rapporto tra mittente e destinatario si interrompe generando un senso di colpa e di impotenza che conduce l’interlocutore ad azioni che si sente costretto a compiere, agendo senza piena libertà né consapevolezza, spinto piuttosto da emozioni di disagio e frustrazione. Può funzionare una comunicazione così? Lascio a te la risposta.

➡️  Consigli e soluzioni a tutti i costi. Anche nella tua cerchia c’è il dispensatore assoluto di buoni consigli e soluzioni? Quello che deve sempre dirti come comportarti? Ecco, non essere come lui, allontanati il più possibile dal suo modello. Avere sempre la soluzione da propinare può sembrare utile, e forse in alcuni casi concretamente lo è, ma il problema è che pone l’interlocutore in una condizione di inadeguatezza e di limitazione alla propria libertà. Se un amico espone una questione o solleva un problema ad alta voce e non ti ha chiesto una soluzione, molto probabilmente ha solo voglia di parlare. Se cerca un conforto e trova una persona che sfoggia la sua abilità, non si sentirà affatto stimolato e anche il tuo obiettivo comunicativo, carico sicuramente delle migliori intenzioni, fallirà.

➡️  Persuadere in ogni caso. Le regole della comunicazione persuasiva esistono e funzionano, ma non è che tutti possono improvvisarsi esperti. Ci vuole la giusta preparazione che può essere solo il frutto di adeguati studi e percorsi di formazione. Quindi, a meno che tu non sia il massimo esperto riconosciuto in materia, non cercare a tutti i costi di portare dalla tua parte l’interlocutore.

➡️  Giudicare: è forse l’atteggiamento dalle conseguenze più pericolose. Può essere mortificante, demotivante, distruttivo e sicuramente mai efficace rispetto ai tuoi obiettivi di comunicazione.

Potrebbe non essere tutto, questo lo saprai a breve, ma sicuramente è sufficiente per fare una valutazione delle tua modalità comunicative in famiglia, nella vita sociale e professionale.

Inizia a lavorare sui tuoi comportamenti analizzando il loro legame con le loro dirette conseguenze.

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Sai già cosa devi fare!
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I 4 livelli della Comunicazione Interpersonale

Quando parliamo di livelli di comunicazione interpersonale ci riferiamo in particolare alla modalità comunicativa che scegliamo di adottare in contesti e circostanze differenti in vista degli obiettivi che si desidera raggiungere.

Quello che caratterizza ogni scambio comunicativo è che si tratta di Comunicazione Interpersonale, ovvero della trasmissione di un messaggio da un mittente a uno o più interlocutori.

Nel post della scorsa settimana abbiamo analizzato la costruzione di un Piano di Comunicazione, ma prima di addentrarci negli abissi più complessi, sai che alla base di tutto si parte sempre dalla Comunicazione Interpersonale.

 

Hai presente tutte quelle volte in cui qualcuno ti dice. “ma come ti è venuto in mente di dire quella cosa’”, oppure “hai perso l’occasione per dire questa cosa, era il momento giusto!”


Insomma il legame tra i contesti e ciò che si dice è fondamentale per l’obiettivo perché, mai come nel caso della Comunicazione il rischio del fuori luogo è pericoloso … ma molto diffuso ahimè. Il solo modo per riuscire a cavartela in ogni situazione è quello di conoscere i livelli della Comunicazione Interpersonale.
Quindi, onde evitare di diventare un collezionista di gaffe, di sembrare avulso dai contesti e dalle circostanze, o peggio trovarti nel delirio di un equivoco, è importante capire che la Comunicazione, parlo proprio di quella più ordinaria e spontanea, è articolata su più livelli, conoscerli è importante per dare il giusto contesto ai messaggi trasmessi e la giusta credibilità a chi si esprime.
➡️  Il primo livello che andremo a considerare è quello astratto teorico. Ti do il quadro a livello immaginativo: entra bendato in una stanza, ascolta ciò stanno dicendo, chiedi di uscire entro pochi minuti perché non hai la più pallida idea di cosa stanno dicendo. Questo è il livello astratto teorico, proprio degli ambienti specialistici, ricco di tecnicismi e comprensibile solo da chi ci sta già dentro, o ha, almeno, una conoscenza basilare sull’argomento. Diversamente da queste premesse questa modalità comunicativa non è umanamente fruibile.

➡️  Dall’astratto teorico passiamo alla situazione astratta, facendo un volo pindarico non banale. In questo caso ci troviamo infatti nella situazione più generica possibile, in cui il livello di comunicazione rende ogni individuo un possibile interlocutore su quello che sarà uno scambio su argomenti molto generali e di conoscenza comune. Hai presente quando sei in viaggio e non vedi l’ora di partire per tuffarti in un pisolino o immergerti nel tuo libro? Bello, vero? Poni fine all’idillio però perchè il tuo vicino di posto ha tanta voglia di parlare e di chiederti un’opinione su qualunque cosa. Dove stai andando, se hai notato che ormai si parte sempre più in ritardo, che il meteo è inaffidabile e i politici tutti uguali. Ecco, queste sono le coordinate spazio temporali della situazione astratta dove il messaggio trasmesso spesso è generico, non direttamente collegato all’esperienza in termini di accadimenti, ma molto legato al contesto in termini occasioni per generalizzare e per parlare per frasi fatte o luoghi comuni. Si tratta di una comunicazione per nulla specialistica, molto utilizzata nelle circostanze in cui sussiste una situazione di vicinanza ma allo stesso tempo di estraneità tra gli interlocutori.

➡️  Terzo livello: situazione concreta. Torniamo al tuo fantastico viaggio in treno e al vicino di posto che vuole parlare del meteo. Se ti collochi sul terzo livello la tua risposta sarà “proprio ieri leggevo un articolo in cui un giornalista dispensava consigli su come convivere con i repentini cambiamenti climatici.” La caratteristica di questo livello è una maggiore vicinanza all’esperienza e alla realtà portando all’attenzione dell’interlocutore riflessioni o elementi concreti per alimentare la conversazione intrapresa.

➡️  Chiudiamo in bellezza con il quarto livello: l’esperienza. Questo è il livello di maggior coinvolgimento  – emotivo, razionale, affettivo –  tra mittente e destinatari. Si verifica quando un interlocutore intraprende una conversazione che richiama l’attenzione dell’interlocutore chiamando in causa la sua stessa esperienza. In questa fase, essendo strettamente legata al vissuto, emergono elementi che consentono una facile immedesimazione da parte di chi ascolta, che è dunque portato ad empatizzare e participare grazie al suo elevato grado di coinvolgimento.

Analizza il modo in cui usi i tuoi livelli di Comunicazione e il grado di efficacia che pensi di raggiungere e vediamo cosa  necessario modificare.


Se hai voglia di saperne di più o migliorare qualcosa agisci subito!
Scrivimi a info@matteomaserati.it 

I 5 step della critica costruttiva

5 step affinché una critica sia costruttiva?
Proprio così, non uno in meno!

La scorsa settimana abbiamo parlato delle 3 azioni da evitare assolutamente per far sì che una critica si riveli costruttiva senza sminuire le relazioni con gli altri o il business in corso.

Oggi vedremo cosa fare, imparerai lo step successivo a quello che ti ha permesso di evitare la catastrofe!

Intanto ti dico: corri a rileggere le 3 azioni da evitare!

In secondo luogo cerca ora di capire come comportarti se devi avanzare una critica verso qualcuno, rifletti e ripensa a come lo fai di solito o a come qualcuno lo ha fatto con te 🤔


Come ti sei sentita/o in entrambe le situazioni?
Dove ti ha portato il tipo di emozione che hai provato?L’errore grande, e spesso irreparabile, che si commette quando si deve fare una critica è quello di basarsi sulle emozioni e di conseguenza sulle posizioni. Ben poco ci si concentra, in quei momenti, sugli obiettivi 👎

🔴  Il primo presupposto affinché una critica sia costruttiva è che mentre la si agisce venga comunque riconosciuto il valore della persona a cui è rivolta e delle attività che svolge. Per quanto possa a volte risultare difficile è molto importante riconoscere il valore di quello che fa anche se è proprio questo l’oggetto della critica.Entriamo subito nel merito dei 5 step:1 ➡️  chiedere il permesso. Ebbene sì. Chi ti dice che quella persona abbia voglia in quel preciso momento di accogliere la tua critica? Ok sei il suo capo. Non conta. Chi ti dice che l’imposizione sia il miglior modo per avanzare le tue osservazioni? Chiedere il permesso è una formula che di fatto non richiede effettivamente un’autorizzazione, ma prepara l’altro ad accogliere un punto di vista, una proposta di miglioramento, un parere discordante. Chiedere il permesso significa preannunciare con rispetto che si ha qualcosa da dirgli per rendere migliore il risultato.

2 ➡️  essere concreti. Un fatto, un’azione, un momento. Ci vuole precisione. Una critica generica non presenta specifici punti su cui lavorare. Non ha senso attaccare l’intera persona o l’intero progetto. Individua i dettagli precisi su cui vuoi esprimere la tua critica.

3 ➡️  descrivere i propri sentimenti. E qui ti voglio. Cosa c’entrano i sentimenti? Uh c’entrano eccome, specie se si tratta di esprimere un dissenso. C’entrano perché se devi dire che qualcosa non ti piace o ti infastidisce è bene che in primo luogo tu descriva come quella cosa ti ha fatto sentire. Come l’hai accolta.

4 ➡️  dare suggerimenti. Parti qui con le proposte. Non ha senso demolire. Nel suggerire cosa e come cambiare stai già mettendo in risalto quello che non va, non hai bisogno di ingigantirlo solo per il gusto di far notare l’errore. Sii proattiva/o, vai con le possibili proposte e soluzioni.

5 ➡️  spiegare le ragioni dei suggerimenti. Ovviamente le proposte vanno supportate con argomentazioni valide e oggettive, in cui tutti possano intravedere dei vantaggi. Porta delle prove a sostegno delle tue proposte.

Bene, sembra semplice, ma ti accorgerai di quanto sia facile cadere nella tentazione della critica senza considerare questi passaggi.


Non devi farlo!
Questo è il vademecum di una comunicazione efficace che genera 2 risultati strepitosi: buone relazioni, buoni risultati nel tuo business.

Chi trova un amico migliora le sue prestazioni … e i suoi profitti!

È risaputo: chi trova un amico migliora le sue prestazioni!

L’amicizia è un valore importante che aggiunge significato alla vita di ognuno, questo fortunatamente non vale solo nella vita privata o sociale, ma anche nel contesto professionale. 

Le dinamiche relazionali in ambito professionale sono state oggetto di studi e ricerche che hanno dimostrato che avere un buon rapporto con  collaboratori, o colleghi, migliora notevolmente anche le prestazioni professionali, facendo incrementare gli affari o comunque aumentando i profitti rispetto ad ambienti in cui non vige un buon rapporto tra i componenti del team.

Il primo aspetto su cui incide il buon rapporto con i colleghi o clienti è il coinvolgimento, sembra infatti che la serenità di un clima lavorativo aumenti di 7 volte il livello di coinvolgimento nelle attività. Non è necessario che si tratti di un’amicizia intensa anche nel privato, ciò che fa la differenza è il livello di rispetto e complicità che si crea al lavoro. 

Avere buoni rapporti con le persone con cui si lavora è importante, allo stesso modo è fondamentale trovare un modo per aprire un dialogo con i colleghi con cui non si va d’accordo e trovare il modo di lavorare in modo proficuo anche con loro.

L’uomo è un animale sociale, come ci insegna Aristotele, e, se consideriamo che trascorre più di un terzo della sua vita impegnato in attività professionali, è importante che si adoperi per creare un clima che renda quel tempo di condivisione di idee e progetti piacevole, sia esso in presenza che a distanza, perché, ti ricordo, anche la distanza è fatta di relazioni.

🔴  Un ambiente di lavoro dove ci si senta a proprio agio nel fare proposte, condividere idee, valutare soluzioni e definire obiettivi, diventa anche uno spazio stimolante dove crescere in termini di competenze, prestazioni e dunque anche di fatturato.Il gioco di squadra si basa su una solida collaborazione tra persone che si stimano e riconoscono il valore del contributo degli altri, questo è imprescindibile per abbracciare il cambiamento e innovare.

🔴  Quando la squadra funziona ogni singolo componente cresce e vede i propri profitti a loro volta aumentare.

Un’altra positiva conseguenza dell’avere buoni rapporti con i colleghi è la libertà di potersi dedicare alla qualità dei progetti perché il tempo e le energie non sono risucchiati da conflitti o climi negativi. Questo offre ad ogni professionista opportunità che diversamente potrebbero sfuggirgli.

Ora che abbiamo fatto il punto sugli esiti positivi, è lecito chiedersi: come significa avere un buon rapporto?

🔴  Un buon rapporto di lavoro richiede fiducia, rispetto, consapevolezza di sé, inclusione e comunicazione aperta. 

Ognuno di questi valori merita di essere esplorato e definito:

Fiducia: quando ti fidi dei membri del tuo team, puoi parlare apertamente aprendoti al confronto.

Rispetto: le persone che lavorano insieme valorizzano il contributo reciproco e trovano soluzioni basate su intuizioni, saggezza e creatività collettive.

Consapevolezza di sé: questo significa assumersi la responsabilità delle proprie parole e azioni e non lasciare che le proprie emozioni negative abbiano ripercussioni o possano influenzare gli altri.

Inclusione: non limitarsi ad accettare persone e opinioni diverse, ma accoglierle! Ogni contributo può essere di grande valore per il tuo processo decisionale.

Comunicazione aperta: tutte le buone relazioni dipendono da una comunicazione aperta e onesta. Che tu stia inviando e-mail o messaggi istantanei, o incontrando dal vivo una persona o facendo una videochiamata, più efficacemente comunichi con le persone intorno a te, meglio ti connetterai.

Adesso abbiamo analizzato le componenti di un rapporto di amicizia che funzioni nel lavoro, nel prossimo post analizzeremo il processo di costruzione di questo rapporto passo dopo passo.

Stay tuned!