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Comunicazione efficace: quali comportamenti evitare per raggiungere il tuo obiettivo

La Comunicazione Efficace è il risultato di una serie di comportamenti – anche di quelli da evitare – volti al raggiungimento di un obiettivo.

Approfondimenti in tema di Comunicazione Efficace ne abbiamo condivisi diversi, ma quanto sei consapevole dei comportamenti da evitare?
Se lo spazio in cui ti muovi è vasto diventa alta anche la possibilità di commettere errori: i rischi sono numerosi, le dinamiche più complesse, i soggetti coinvolti gestiscono dinamiche relazionali il cui grado di difficoltà può variare da molto semplice a molto complesso. Per facilitarti il compito e darti i giusti strumenti per raggiungere i tuoi obiettivi attraverso un corretto processo comunicativo è bene che ti indichi alcuni comportamenti da evitare per salvare la tua comunicazione del fallimento.

 

Fai tesoro di queste regole perché valgono sia in ambito privato – con i tuoi figli, con il partner – che nel mondo professionale.
No ai seguenti comportamenti:

➡️  Imposizioni. L’imperativo “devi” molto spesso allontana il tuo interlocutore dagli obiettivi che ti sei prefisso, ponendo lui nella condizione di subire un’imposizione e te stesso in una posizione scomoda di abuso del tuo potere, o del tuo ruolo.

➡️  Ammonimenti e minacce. Non funzionano quasi mai in contesti democratici! La libertà di azione e di reazione dell’interlocutore è fondamentale per l’efficacia dello scambio comunicativo. Anche questo genere di atteggiamento – come pure il primo – incentiva sentimenti di disagio e sottomissione.

➡️  Prediche e morali. Anche qui il rapporto tra mittente e destinatario si interrompe generando un senso di colpa e di impotenza che conduce l’interlocutore ad azioni che si sente costretto a compiere, agendo senza piena libertà né consapevolezza, spinto piuttosto da emozioni di disagio e frustrazione. Può funzionare una comunicazione così? Lascio a te la risposta.

➡️  Consigli e soluzioni a tutti i costi. Anche nella tua cerchia c’è il dispensatore assoluto di buoni consigli e soluzioni? Quello che deve sempre dirti come comportarti? Ecco, non essere come lui, allontanati il più possibile dal suo modello. Avere sempre la soluzione da propinare può sembrare utile, e forse in alcuni casi concretamente lo è, ma il problema è che pone l’interlocutore in una condizione di inadeguatezza e di limitazione alla propria libertà. Se un amico espone una questione o solleva un problema ad alta voce e non ti ha chiesto una soluzione, molto probabilmente ha solo voglia di parlare. Se cerca un conforto e trova una persona che sfoggia la sua abilità, non si sentirà affatto stimolato e anche il tuo obiettivo comunicativo, carico sicuramente delle migliori intenzioni, fallirà.

➡️  Persuadere in ogni caso. Le regole della comunicazione persuasiva esistono e funzionano, ma non è che tutti possono improvvisarsi esperti. Ci vuole la giusta preparazione che può essere solo il frutto di adeguati studi e percorsi di formazione. Quindi, a meno che tu non sia il massimo esperto riconosciuto in materia, non cercare a tutti i costi di portare dalla tua parte l’interlocutore.

➡️  Giudicare: è forse l’atteggiamento dalle conseguenze più pericolose. Può essere mortificante, demotivante, distruttivo e sicuramente mai efficace rispetto ai tuoi obiettivi di comunicazione.

Potrebbe non essere tutto, questo lo saprai a breve, ma sicuramente è sufficiente per fare una valutazione delle tua modalità comunicative in famiglia, nella vita sociale e professionale.

Inizia a lavorare sui tuoi comportamenti analizzando il loro legame con le loro dirette conseguenze.

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I 4 livelli della Comunicazione Interpersonale

Quando parliamo di livelli di comunicazione interpersonale ci riferiamo in particolare alla modalità comunicativa che scegliamo di adottare in contesti e circostanze differenti in vista degli obiettivi che si desidera raggiungere.

Quello che caratterizza ogni scambio comunicativo è che si tratta di Comunicazione Interpersonale, ovvero della trasmissione di un messaggio da un mittente a uno o più interlocutori.

Nel post della scorsa settimana abbiamo analizzato la costruzione di un Piano di Comunicazione, ma prima di addentrarci negli abissi più complessi, sai che alla base di tutto si parte sempre dalla Comunicazione Interpersonale.

 

Hai presente tutte quelle volte in cui qualcuno ti dice. “ma come ti è venuto in mente di dire quella cosa’”, oppure “hai perso l’occasione per dire questa cosa, era il momento giusto!”


Insomma il legame tra i contesti e ciò che si dice è fondamentale per l’obiettivo perché, mai come nel caso della Comunicazione il rischio del fuori luogo è pericoloso … ma molto diffuso ahimè. Il solo modo per riuscire a cavartela in ogni situazione è quello di conoscere i livelli della Comunicazione Interpersonale.
Quindi, onde evitare di diventare un collezionista di gaffe, di sembrare avulso dai contesti e dalle circostanze, o peggio trovarti nel delirio di un equivoco, è importante capire che la Comunicazione, parlo proprio di quella più ordinaria e spontanea, è articolata su più livelli, conoscerli è importante per dare il giusto contesto ai messaggi trasmessi e la giusta credibilità a chi si esprime.
➡️  Il primo livello che andremo a considerare è quello astratto teorico. Ti do il quadro a livello immaginativo: entra bendato in una stanza, ascolta ciò stanno dicendo, chiedi di uscire entro pochi minuti perché non hai la più pallida idea di cosa stanno dicendo. Questo è il livello astratto teorico, proprio degli ambienti specialistici, ricco di tecnicismi e comprensibile solo da chi ci sta già dentro, o ha, almeno, una conoscenza basilare sull’argomento. Diversamente da queste premesse questa modalità comunicativa non è umanamente fruibile.

➡️  Dall’astratto teorico passiamo alla situazione astratta, facendo un volo pindarico non banale. In questo caso ci troviamo infatti nella situazione più generica possibile, in cui il livello di comunicazione rende ogni individuo un possibile interlocutore su quello che sarà uno scambio su argomenti molto generali e di conoscenza comune. Hai presente quando sei in viaggio e non vedi l’ora di partire per tuffarti in un pisolino o immergerti nel tuo libro? Bello, vero? Poni fine all’idillio però perchè il tuo vicino di posto ha tanta voglia di parlare e di chiederti un’opinione su qualunque cosa. Dove stai andando, se hai notato che ormai si parte sempre più in ritardo, che il meteo è inaffidabile e i politici tutti uguali. Ecco, queste sono le coordinate spazio temporali della situazione astratta dove il messaggio trasmesso spesso è generico, non direttamente collegato all’esperienza in termini di accadimenti, ma molto legato al contesto in termini occasioni per generalizzare e per parlare per frasi fatte o luoghi comuni. Si tratta di una comunicazione per nulla specialistica, molto utilizzata nelle circostanze in cui sussiste una situazione di vicinanza ma allo stesso tempo di estraneità tra gli interlocutori.

➡️  Terzo livello: situazione concreta. Torniamo al tuo fantastico viaggio in treno e al vicino di posto che vuole parlare del meteo. Se ti collochi sul terzo livello la tua risposta sarà “proprio ieri leggevo un articolo in cui un giornalista dispensava consigli su come convivere con i repentini cambiamenti climatici.” La caratteristica di questo livello è una maggiore vicinanza all’esperienza e alla realtà portando all’attenzione dell’interlocutore riflessioni o elementi concreti per alimentare la conversazione intrapresa.

➡️  Chiudiamo in bellezza con il quarto livello: l’esperienza. Questo è il livello di maggior coinvolgimento  – emotivo, razionale, affettivo –  tra mittente e destinatari. Si verifica quando un interlocutore intraprende una conversazione che richiama l’attenzione dell’interlocutore chiamando in causa la sua stessa esperienza. In questa fase, essendo strettamente legata al vissuto, emergono elementi che consentono una facile immedesimazione da parte di chi ascolta, che è dunque portato ad empatizzare e participare grazie al suo elevato grado di coinvolgimento.

Analizza il modo in cui usi i tuoi livelli di Comunicazione e il grado di efficacia che pensi di raggiungere e vediamo cosa  necessario modificare.


Se hai voglia di saperne di più o migliorare qualcosa agisci subito!
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I 5 step della critica costruttiva

5 step affinché una critica sia costruttiva?
Proprio così, non uno in meno!

La scorsa settimana abbiamo parlato delle 3 azioni da evitare assolutamente per far sì che una critica si riveli costruttiva senza sminuire le relazioni con gli altri o il business in corso.

Oggi vedremo cosa fare, imparerai lo step successivo a quello che ti ha permesso di evitare la catastrofe!

Intanto ti dico: corri a rileggere le 3 azioni da evitare!

In secondo luogo cerca ora di capire come comportarti se devi avanzare una critica verso qualcuno, rifletti e ripensa a come lo fai di solito o a come qualcuno lo ha fatto con te 🤔


Come ti sei sentita/o in entrambe le situazioni?
Dove ti ha portato il tipo di emozione che hai provato?L’errore grande, e spesso irreparabile, che si commette quando si deve fare una critica è quello di basarsi sulle emozioni e di conseguenza sulle posizioni. Ben poco ci si concentra, in quei momenti, sugli obiettivi 👎

🔴  Il primo presupposto affinché una critica sia costruttiva è che mentre la si agisce venga comunque riconosciuto il valore della persona a cui è rivolta e delle attività che svolge. Per quanto possa a volte risultare difficile è molto importante riconoscere il valore di quello che fa anche se è proprio questo l’oggetto della critica.Entriamo subito nel merito dei 5 step:1 ➡️  chiedere il permesso. Ebbene sì. Chi ti dice che quella persona abbia voglia in quel preciso momento di accogliere la tua critica? Ok sei il suo capo. Non conta. Chi ti dice che l’imposizione sia il miglior modo per avanzare le tue osservazioni? Chiedere il permesso è una formula che di fatto non richiede effettivamente un’autorizzazione, ma prepara l’altro ad accogliere un punto di vista, una proposta di miglioramento, un parere discordante. Chiedere il permesso significa preannunciare con rispetto che si ha qualcosa da dirgli per rendere migliore il risultato.

2 ➡️  essere concreti. Un fatto, un’azione, un momento. Ci vuole precisione. Una critica generica non presenta specifici punti su cui lavorare. Non ha senso attaccare l’intera persona o l’intero progetto. Individua i dettagli precisi su cui vuoi esprimere la tua critica.

3 ➡️  descrivere i propri sentimenti. E qui ti voglio. Cosa c’entrano i sentimenti? Uh c’entrano eccome, specie se si tratta di esprimere un dissenso. C’entrano perché se devi dire che qualcosa non ti piace o ti infastidisce è bene che in primo luogo tu descriva come quella cosa ti ha fatto sentire. Come l’hai accolta.

4 ➡️  dare suggerimenti. Parti qui con le proposte. Non ha senso demolire. Nel suggerire cosa e come cambiare stai già mettendo in risalto quello che non va, non hai bisogno di ingigantirlo solo per il gusto di far notare l’errore. Sii proattiva/o, vai con le possibili proposte e soluzioni.

5 ➡️  spiegare le ragioni dei suggerimenti. Ovviamente le proposte vanno supportate con argomentazioni valide e oggettive, in cui tutti possano intravedere dei vantaggi. Porta delle prove a sostegno delle tue proposte.

Bene, sembra semplice, ma ti accorgerai di quanto sia facile cadere nella tentazione della critica senza considerare questi passaggi.


Non devi farlo!
Questo è il vademecum di una comunicazione efficace che genera 2 risultati strepitosi: buone relazioni, buoni risultati nel tuo business.

Chi trova un amico migliora le sue prestazioni … e i suoi profitti!

È risaputo: chi trova un amico migliora le sue prestazioni!

L’amicizia è un valore importante che aggiunge significato alla vita di ognuno, questo fortunatamente non vale solo nella vita privata o sociale, ma anche nel contesto professionale. 

Le dinamiche relazionali in ambito professionale sono state oggetto di studi e ricerche che hanno dimostrato che avere un buon rapporto con  collaboratori, o colleghi, migliora notevolmente anche le prestazioni professionali, facendo incrementare gli affari o comunque aumentando i profitti rispetto ad ambienti in cui non vige un buon rapporto tra i componenti del team.

Il primo aspetto su cui incide il buon rapporto con i colleghi o clienti è il coinvolgimento, sembra infatti che la serenità di un clima lavorativo aumenti di 7 volte il livello di coinvolgimento nelle attività. Non è necessario che si tratti di un’amicizia intensa anche nel privato, ciò che fa la differenza è il livello di rispetto e complicità che si crea al lavoro. 

Avere buoni rapporti con le persone con cui si lavora è importante, allo stesso modo è fondamentale trovare un modo per aprire un dialogo con i colleghi con cui non si va d’accordo e trovare il modo di lavorare in modo proficuo anche con loro.

L’uomo è un animale sociale, come ci insegna Aristotele, e, se consideriamo che trascorre più di un terzo della sua vita impegnato in attività professionali, è importante che si adoperi per creare un clima che renda quel tempo di condivisione di idee e progetti piacevole, sia esso in presenza che a distanza, perché, ti ricordo, anche la distanza è fatta di relazioni.

🔴  Un ambiente di lavoro dove ci si senta a proprio agio nel fare proposte, condividere idee, valutare soluzioni e definire obiettivi, diventa anche uno spazio stimolante dove crescere in termini di competenze, prestazioni e dunque anche di fatturato.Il gioco di squadra si basa su una solida collaborazione tra persone che si stimano e riconoscono il valore del contributo degli altri, questo è imprescindibile per abbracciare il cambiamento e innovare.

🔴  Quando la squadra funziona ogni singolo componente cresce e vede i propri profitti a loro volta aumentare.

Un’altra positiva conseguenza dell’avere buoni rapporti con i colleghi è la libertà di potersi dedicare alla qualità dei progetti perché il tempo e le energie non sono risucchiati da conflitti o climi negativi. Questo offre ad ogni professionista opportunità che diversamente potrebbero sfuggirgli.

Ora che abbiamo fatto il punto sugli esiti positivi, è lecito chiedersi: come significa avere un buon rapporto?

🔴  Un buon rapporto di lavoro richiede fiducia, rispetto, consapevolezza di sé, inclusione e comunicazione aperta. 

Ognuno di questi valori merita di essere esplorato e definito:

Fiducia: quando ti fidi dei membri del tuo team, puoi parlare apertamente aprendoti al confronto.

Rispetto: le persone che lavorano insieme valorizzano il contributo reciproco e trovano soluzioni basate su intuizioni, saggezza e creatività collettive.

Consapevolezza di sé: questo significa assumersi la responsabilità delle proprie parole e azioni e non lasciare che le proprie emozioni negative abbiano ripercussioni o possano influenzare gli altri.

Inclusione: non limitarsi ad accettare persone e opinioni diverse, ma accoglierle! Ogni contributo può essere di grande valore per il tuo processo decisionale.

Comunicazione aperta: tutte le buone relazioni dipendono da una comunicazione aperta e onesta. Che tu stia inviando e-mail o messaggi istantanei, o incontrando dal vivo una persona o facendo una videochiamata, più efficacemente comunichi con le persone intorno a te, meglio ti connetterai.

Adesso abbiamo analizzato le componenti di un rapporto di amicizia che funzioni nel lavoro, nel prossimo post analizzeremo il processo di costruzione di questo rapporto passo dopo passo.

Stay tuned!

Se non conosci il contesto il feedback non è efficace

Se non conosci il contesto del tuo interlocutore è molto difficile che il tuo feedback sia efficace.
Per fare in modo che lo sia è fondamentale dispensare ogni singolo elemento con tatto.
Nel post della scorsa settimana (leggi qui se lo hai perso) ti ho illustrato la gestione di un processo di feedback negativo, chiamando in causa gli strumenti messi a disposizione dall’intelligenza emotiva.
Il tatto è un canale molto importante perché la ricezione del messaggio si trasformi in volontà di cambiamento.
Definizione: il tatto è la capacità di dire la verità in una modalità che considera i sentimenti e le reazioni degli altri, è un canale adatto alla comunicazione di informazioni delicate e poco piacevoli.
Comprende la premura, la lealtà, la cortesia.
Al di là degli onorabili valori che in esso sono contenuti, il tatto rende possibile una comunicazione che offre molti vantaggi. La cultura di appartenenza però ha un grandissimo potere di influenza sul concetto di tatto e il modo in cui può essere percepito.
Ci sono contesti in cui un approccio può sembrare costruttivo ed altri in cui il medesimo approccio può essere percepito come indice di debolezza e scarsa leadership.
Ci sono 2 regole da non trascurare mai quando si deve restituire un feedback, anche positivo:
🔴  Quando restituisci un feedback assicurati di conoscere il contesto di appartenenza dei tuoi interlocutori.
🔴  Mantieni alto il tuo livello di assertività. In questo modo non rischi di essere eccessivamente premuroso nei confronti del tuo interlocutore e del suo contesto culturale di appartenenza.

Laddove il tatto non sia una caratteristica spiccata e innata è possibile allenarlo e svilupparlo attraverso la messa in atto di alcune strategie, quali:

  1. Creal’ambiente giusto per poter entrare davvero in connessione con le persone ed entrare in empatia.
  2. Sii affidabile agli occhi di chi ti ascolta. Fondamentale in questo caso è far capire la sincerità delle proprie intenzioni e del proprio approccio costruttivo.
  3. Valuta il momento in base alle condizioni della persona a cui devi dare il feedback. Ha appena ricevuto una brutta notizia? Sei a conoscenza del fatto che sta attraversando un momento delicato? Aspetta. Datti anche tu un po’ di tempo per entrare in empatia con lei.
  4. Seleziona molto bene le parole da usare: efficaci, lineari, inequivocabili e dirette.
  5. Cura molto anche la tua comunicazione non verbale, il tuo linguaggio del corpo. Guarda la persona negli occhi, non essere chiuso nei suoi confronti, gestisci la prossemica e non puntare i piedi in direzione della porta come se non vedessi l’ora di uscire.
  6. Non far prevalere l’emotività. Restituire un feedback negativo può essere difficile anche per te, quindi bada a non far prevalere l’emotività e sii tecnico nel riscontro. Prenditi una pausa per respirare, per riflettere sugli errori che hai fatto l’ultima volta o su quelli che commetti le volte in cui fai prevalere le emozioni.

Al lavoro!

Parla come mangi…mangia bene!

Se qualcuno ti dicesse di fare una doccia pensierosa, come reagiresti?
Dalle lingue classiche allo studio delle lingue straniere contemporanee, il gergo ha sempre rivestito un’importanza fondamentale nell’espressività di una lingua influenzando moltissimo la Comunicazione.

Ti è mai capitato di provare una frustrazione infinita quando studi una lingua perché, nonostante tu sia preparato sulla grammatica e la semiotica, resti spiazzato dall’utilizzo delle espressioni gergali?
Cerchi di tradurre ma ti rendi conto che le parole che utilizzeresti sembrano non avere senso compiuto in quel contesto!

Hai voglia lì ad emanciparti dalla traduzione letterale e andare ad affinare le tue capacità di interpretazione!

Lì si tratta proprio d’altro: le devi conoscere e basta!

Ti faccio qualche esempio tratto da un articolo di approfondimento in cui mi sono imbattuto nel corso delle mie letture.

punch a puppy” letteralmente significa “dai un pugno a un cucciolo” è un’espressione utilizzata per dire che stai facendo qualcosa di brutto per il bene dei tuoi affari

peel the onion” letteralmente “sbuccia la cipolla” è un modo per dire di analizzare, scandagliare a fondo un problema.

take a thought shower” letteralmente “fai una doccia pensierosa” altro non significa che “produci nuovi idee, crea!”

Questi sono solo 3 simpatici esempio di alcune espressioni gergali peraltro molto utilizzate nel business, ma da un punto di vista della Comunicazione vorrei soffermarmi su alcuni elementi “tecnici”.

E dunque il linguaggio gergale:

  • Spesso si avvale di metafore o quantomeno di una struttura strettamente somigliante a quella delle metafore.
  • È estremamente evocativo e proprio per questo rende bene l’idea di quello che vuol descrivere e ne velocizza i processi di comprensione
  • È ormai utilizzato (anche abusato direi) anche nelle circostanze più formali e istituzionali
  • Da non confondere però con lo slang, da cui però è possibile che ne sia l’evoluzione, che con il tempo rappresenti una sorta di affinamento che determini il passaggio da slang a gergo. Non è affatto scontato che accada

Perfetto.
Figo.
Non fa una piega fin qui.

Ma ho il dovere di farti una domanda: pensi che il gergo nel mondo in termini di efficacia della Comunicazione possa davvero costituire uno strumento valido, tecnicamente e in termini di risultati, se utilizzato nel contesto giusto e con interlocutori che siano adatti per quella linea di comunicazione?

Se da anni parliamo della parola giusta (#semprelaparolagiusta), se da anni analizziamo il potere comunicativo di ogni singola sillaba, mi spieghi perché la possibilità di utilizzare un linguaggio che possa essere compreso da tutti debba essere soppiantata da espressioni estrapolate dal linguaggio comune, dunque spesso anche cariche di senso comune e false credenze, con il rischio elevatissimo di essere comprese da una ristretta cerchia di persone?

La parola è pensiero, se le parole sono tante il pensiero è diversificato, se le parole sono eleganti il pensiero è raffinato, se le parole sono concrete il pensiero è efficace.

Il gergo è la rappresentazione, il riassunto per essere più precisi, di un concetto, è la ricerca di uno sforzo minimo per l’espressione di concetti che possono essere comunicati in modalità sicuramente più congrue ed efficaci.

Occhio al gergo allora!

E tu sei sicuro che lo strumento di comunicazione che utilizzi sia congruo ed efficace?
Posso aiutarti a capirlo…ti accompagno qui!

Il mobbing : prevenire grazie alle tecniche di comunicazione

Il tema che ho scelto è un tema forte, il mobbing è una ferita privata e professionale molto difficile da risanare.

Voglio parlarne a fondo, voglio parlarne bene, ma voglio partire dalle soluzioni e proporti un approccio che partendo dalle modalità di comunicazione scava a fondo e arriva al problema.
Le dinamiche del mobbing saranno oggetto di prossimi approfondimenti, qui partiamo dagli strumenti, da quello che serve per tentare di risolvere il problema e ti assicuro che mai come in un caso simile il fattore determinante è l’efficacia.

Si tratta di un disagio così invasivo che è davvero imprudente farsi trovare impreparati.

Nelle sessioni di coaching in cui mi viene sottoposto il problema, le modalità di intervento sono specifiche a seconda dei casi, ma proprio perché ne vedo davvero tante, voglio fornirti gli strumenti per prevenire in primo luogo, ma all’occorrenza affrontare, situazioni di mobbing.

La prima risorsa che devi conoscere per capire a fondo chi si relaziona con te nel tuo ambiente professionale, ma vale per tutti gli ambienti, riguarda lo stile relazionale di una persona. Conoscere le caratteristiche specifiche degli stili relazionali vuol dire essere in grado di proteggersi e soprattutto di applicare lo stile più efficace per affrontare quello degli altri.

Partiamo dalla conoscenza tecnica degli stili di comunicazione e impariamo a riconoscere quello che abbiamo davanti:
Quando si parla di comunicazione interpersonale è molto importante soffermarsi sulle modalità di approccio che ognuno di noi mette in atto quando si interfaccia con gli altri, possiamo infatti individuare degli stili relazionali a cui ogni persona tende pur non rientrando esclusivamente solo in uno di essi.

Abbiamo 3 principali stili relazionali:

∙ Lo stile Passivo
∙ Lo stile Aggressivo
∙ Lo stile Assertivo

Nessuno si riconosce unicamente in uno stile, ci possono essere delle tendenze verso uno stile piuttosto che un altro, una predominanza di uno stile, ma non è possibile che i comportamenti di un individuo non oltrepassino i confini di uno degli stili.
Sai cosa significa assertività?

Partiamo dalla definizione: l’assertività è un comportamento relazionale finalizzato al raggiungimento di obiettivi prefissati, senza creare sentimenti di conflittualità. L’assertività è la capacità di esprimere idee, sentimenti, bisogni propri, di affermare i propri diritti tenendo conto dei diritti altrui.
Nell’analisi degli stili che leggerai è importante che il tuo approccio sia libero dal sentimento del giudizio, e che la lettura di questi profili rappresenti un’analisi tecnica finalizzata al costante e continuo miglioramento.

Non è raro che le vittime di mobbing abbiano uno stile relazionale passivo e che abbiano la tendenza a subire forme di comunicazione molto aggressive perché incapaci di applicare assertività.

Potrebbe sembrare facile operare una netta distinzione tra vittima e carnefice, attribuendo rispettivamente uno stile passivo e aggressivo e può capitare che sia realmente così, peccato però che la complessità del fenomeno non permetta affatto di semplificare così tanto le cose, perché può accadere ad esempio che un aggressivo resti vittima delle sue stesse modalità di comunicazione perché ha uno stile relazionale poco gradito al suo superiore che magari ne applica uno passivo.

Lo stile, il ruolo, il contesto: sono tutti elementi che esercitano un’influenza fortissima sulle dinamiche di mobbing e sulla comprensione degli stili relazionali.

La questione è lunga e ti anticipo che nel prossimo post ti faccio l’identikit della possibile vittima…o di un carnefice atipico: lo stile passivo.

Ora però non rimanere con le mani in mano, vieni a esplorare tutto quello che devi sapere sulla Comunicazione se vuoi avere soluzioni tra le mani e non problemi tra i piedi!

 

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Le parole sbagliate sono come la grandine che distrugge i raccolti: ecco cosa evitare.

Ieri ho sentito un tizio pronunciare la seguente frase: “ a seconda di come dici le cose può venir giù la grandine!”.
Non ho ben capito quali origini territoriali abbia questa espressione, ho fatto una veloce ricerca nel repertorio dei proverbi, ma non l’ho trovata. Potrebbe trattarsi di un’espressione coniata all’istante o magari di un modo di dire perpetuato nella sua famiglia.
Ovviamente mi sono detto “urca se ha ragione!” e magari questi effetti si fermassero a una grandinata.
Ho cominciato a pensare alle centinaia di storie che mi vengono raccontate , direi proprio sottoposte, durante le migliaia di ore che passo insieme a gruppi di manager professionisti e persone che vogliono migliorare , e così ho fatto saltare un tassello nel mio piano editoriale di oggi e ho detto “oggi devo parlare di questo, perché le cose non succedono per caso e non posso esimermi visto che sono il promotore del #semprelaparolagiusta.

Voglio essere utile per te e quindi entro nel tecnico per aiutarti a risolvere situazioni che sicuramente, nel tuo privato, si saranno verificate.
Voglio che quello che dico ti torni utile, quindi, adesso, apri la mente e rifletti su quello che sto per dirti.
Parti da questo presupposto: devi dire qualcosa a qualcuno ed è importante.
Ci tieni, ci pensi, ti sta a cuore la questione. Non puoi sbagliare.

Ecco i fattori da cui devi tenerti alla larga per evitare di trasformare la comunicazione in una bomba a orologeria.

  • La comunicazione indiretta: ovvero impostare una processo comunicativo in cui una terza persona parla al posto tuo o per tuo conto.
    Ti chiedo ? hai bisogno di aiuto? Da solo non ce la fai? Che bisogno c’è di mettere in mezzo altre persone? Qui l’area di rischio è vastissima, in primo luogo perché affidare un’informazione ad un’altra persona significa esporsi al rischio dell’interpretazione, può dunque accadere che le cose vengano involontariamente riportate in maniera diversa da quello che sono nella realtà. In secondo luogo hai mai pensato che le persone non amino essere coinvolte in faccende delicate che non le riguardano? Senza considerare che la persona a cui dovresti comunicare direttamente la cosa potrebbe non gradire la condivisione di un fatto privato. Come avrai capito in quest’area il danno possibile è molto molto esteso.
  • E’ necessario lavorare molto sul tono da scegliere per evitare di essere aggressivo o accusante. Quando ci sono di mezzo gli aspetti emotivi è molto complicato controllare questo aspetto perché in qualche modo è come se si conducesse da solo senza il tuo controllo. Va da sé che molto dipende dal motivo del confronto e dall’interlocutore, ma in linea di massima, per gli obiettivi della comunicazione, perdere il controllo non va mai bene perché si rischia di perdere la lucidità necessaria per focalizzarsi sulle informazioni da trasmettere.
  • Il momento e il contesto non sono un “di cui”. Spesso l’importanza che attribuiamo alle situazioni da affrontare, la priorità che riconosciamo a quello che dobbiamo dire non ci consente di agire al momento e nel luogo giusto. Molte volte mi sono soffermato sull’importanza di questi due elementi capaci di fornire una cornice anche molto alterata delle azioni da intraprendere. Valutare le situazioni di contesto significa porsi anche delle domande sull’interlocutore: può essere un buon momento per consegnargli determinate informazioni? Che tipo di momento emotivo sta vivendo? Questo non significa fargli una seduta psicologica prima di parlargli, ma piuttosto instaurare un livello di empatia capace di preservare entrambi da una comunicazione inadeguata.
  • Parlare senza ascoltare. Sì ok, hai qualcosa da dire e lo abbiamo capito, ma non significa che tu debba travasare nell’altro parole a dismisura travolgendolo completamente. Concedi al tuo interlocutore, e a te stesso, l’opportunità di una comunicazione completa, equa, efficace, possibile solo attraverso l’ascolto delle sue argomentazioni.
    Il silenzio. Ti sembra strano vero? Non hai idea delle catastrofi generate dalle cose non dette, dalle parole trattenute per orgoglio, per pregiudizio verso l’altro o per paura. La mancanza di comunicazione, o peggio gli equivoci generati dalla scelta del silenzio, possono avere delle conseguenza devastanti, separando le persone per anni e, nell’esperienza di chi si racconta con me, purtroppo devo dover aggiungere talvolta per sempre.

Ci tenevo che oggi leggessi proprio questo e non voglio fermarmi qui, voglio darti altro …vieni a scoprirloqui!

In un giorno il mondo ha cambiato il modo di comunicare

Un giorno il mondo è cambiato: questo è il primo ricordo che la maggior parte della popolazione mondiale ha dell’11 settembre 2001.
Non esiste attività che quel giorno abbia potuto distogliere qualsiasi essere umano da quello che stava accadendo al World Trade Center di NYC: l’attacco alle Torri Gemelle simbolo incontrastato del mondo dell’economia e oggi insanabile assenza nel landscape newyorkese.

Non è cinismo quello che mi spinge a soffermarmi sul potere della comunicazione che questo evento ha avuto e sul numero elevatissimo di strumenti, canali e fonti a cui si è attinto per raccontarlo.

Il motivo per cui ha destato tanto interesse in termini politici ed economici è noto a tutti, quello che invece, a distanza di quasi 20 anni, mi fa riflettere è che l’11 settembre ha cambiato il modo di comunicare una certa tipologia di eventi.

Documentari, speciali, dirette, interviste…l’archivio di informazioni è di una ricchezza senza precedenti,ma quello che davvero mi ha fatto pensare è il modo in cui ne parla lo scrittore Don Delillo nel suo romanzo “L’uomo che cade”, edito Einaudi a distanza di 7 anni dall’attacco.

I trascorsi giornalistici dello scrittore sicuramente lo aiutano a leggere, e a raccontare, l’accaduto distinguendo e soppesando attentamente ogni elemento. Lui alterna il prima al durante, i personaggi vivono l’accaduto, pensano a delle cose, vivono la reazione e il delirio delle persone intorno. La narrativa assume una potenza incredibile perché deve assolvere al ruolo di raccontare un fenomeno che ha sconvolto l’umanità per le sue peculiarità, ma anche per come è stato raccontato da giornalisti e testimoni.
Delillo esplora un aspetto che ha avuto un ruolo predominante nella comunicazione che ha gravitato intorno a questo evento: il racconto del privato, del prima della tragedia, della normalità di individui che una mattina vanno a lavoro e vengono letteralmente rapiti dalla morte.

L’11 settembre ha cambiato il modo di pensare il futuro e la progettualità e, cambiando la forma del pensiero, ha inevitabilmente cambiato anche la forma della comunicazione: nei talk show, nelle interviste, nelle conversazioni intellettuali o meno.

Ecco i 3 elementi distintivi del cambiamento che l’11 settembre 2001 ha agito sul modo di comunicare:

  • La narrazione degli eventi dedica uno spazio maggiore al racconto intimista, gli aspetti privati delle persone coinvolte hanno un ruolo determinante nella trasmissione delle informazioni relative all’accaduto.
  • La comunicazione diventa inclusiva: chiunque racconti l’evento è dentro, inevitabilmente. Nella comunicazione dell’accaduto e delle disastrose conseguenze che ha avuto, manca una prospettiva esterna: tutti ci stavano dentro. In nessuna zona del pianeta si è parlato dell’accaduto riferendosi a un “loro”, ma sempre più e in ogni dove in qualche modo ha prevalso il “noi”.
  • Ci si apre a una comunicazione della fragilità e della paura. Il modo di comunicare l’evento dell’11 settembre ha restituito l’elemento della fragilità a un occidente percepito come inscalfibile e ha aperto le porte dell’informazione anche a chi fino a quel momento non si era posto troppe domande: è stato come se un gigante avesse preso sulle ginocchia ogni adulto del mondo e gli avesse detto “la storia, la politica, l’economia possono entrare da un momento all’altro nella tua casa e portarti via tutto”.

Questo il pensiero per questa giornata scalfita nella mente di tutti: un giorno il mondo è cambiato…e con esso il modo di raccontare.

Il veglione…di settembre!

C’è chi sostiene che l’inizio dell’anno debba essere festeggiato a settembre…considerando tutto quello che ognuno di noi è chiamato a muovere dopo la fine dell’estate, direi che quest’affermazione davvero non fa una piega.

Si ricomincia: questa è la parola d’ordine.
Cosa, come, dove, quando è poi nell’esperienza di ciascuno, ma quello che davvero accomuna tutti è la necessità di alzare il culo (ops) dalle sdraio e immergersi in una nuova stagione tutta da costruire.

Da anni sostengo la motivazione come valore alla base di molte azioni, fondamentale per intraprendere percorsi e attività.

Tutti i miei percorsi per te sono pronti, ho tutto quello che ti serve per le tue performance in pubblico: strumenti, strategie, tips, conoscenze per una corretta lettura dei contesti e dei tuoi interlocutori.
Hai tutto a disposizione per far decollare le tue performance comunicative: niente più titubanze, intoppi, perdite di tempo e soprattutto niente più buchi nell’acqua: è arrivato il momento del successo!

La domanda che ti faccio è semplice: tu sei pronto?
Essere pronti non si traduce nel volerlo e basta, è un processo strutturato anche questo, quindi il mio primo intervento per te dopo l’estate comincia adesso dandoti gli strumenti per prepararti all’apprendimento e alla messa in pratica delle competenze che ti consentiranno di arrivare spedito ai tuoi obiettivi.

Devi, e dico devi:

· avere assoluta consapevolezza di voler diventare speaker eccellente e di avere le abilità per poterlo essere concretamente;
· maturare la convinzione che l’abilità di parlare in pubblico non è qualcosa di irraggiungibile o metafisico, ma una competenza che si può acquisire raggiungendo un’adeguata preparazione seguendo regole e passaggi ben definiti;
· pensare in termini positivi il tuo obiettivo, visualizzando il momento in cui esporrai un discorso in pubblico come un momento positivo, immaginando di avere successo come abile oratore nella professione e nel privato;
· dedicarti all’esercizio: l’abilità comunicativa va allenata, seguendo percorsi precisi di studio e di applicazioni pratiche per affinare le capacità e avvicinarci all’eccellenza;
· sfruttare tutte le occasioni per fare pratica in materia di Public Speaking, sia buttandoti in situazioni che lo richiedono, mettendo alla prova la tua abilità, sia osservando gli altri e catturando spunti utili.

Non finisce qui, per il momento ti faccio fare un giro panoramico di quello che ti aspetta, clicca qui!

Benvenuto in questo settembre ricco di opportunità!