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Instagram sovverte le regole della persuasione

Ma allora le teorie elaborate da Robert Cialdini ne “Le armi della Persuasione” come si collocano in questo imminente (non ancora speriementato da tutti gli account a seconda degli aggiornamenti) stravolgimento di Instagram?

Alt! Procediamo con calma. Partiamo dall’antefatto, escludiamo facili deduzioni e poi vengo al dunque!

Da qualche giorno gli utenti di Instagram si sono accorti che i likes alle proprie foto non sono visibili agli altri frequentatori della piattaforma ma solo a se stessi.

Inizialmente in molti hanno creduto che si trattasse di un problema tecnico, per poi apprendere che si tratta di una specifica scelta con tanto di motivazione a carico.
Sembra infatti che il social network popolato dalle foto e dagli hashtag degli utenti di tutto il mondo abbia deciso di concentrarsi sulla qualità dei contenuti, o meglio, sull’intento da parte degli utenti di condividere contenuti di valore senza essere offuscati dall’ebbrezza del desiderio di ottenere più like.
Caos totale tra i cacciatori di like ai quali al momento viene meno la certezza del metro di misurazione per eccellenza: il consenso, o meno, dei follower della propria pagina.

La prima domanda che ci si è posti è stata: e gli influencer?
Come si fa da adesso in poi a capire se sono fighi?

Il metro di valutazione, nonché di misurazione, diventa dunque invisibile?
Eh no, il punto è proprio questo: l’utente sa quanti like ha ricevuto, sono gli altri utenti a non saperlo.
Come si traduce questo processo sul piano della Comunicazione?
Cosa accade a livello tecnico?
A risultare alterato non è tanto l’assetto tecnico della comunicazione quanto piuttosto le ripercussioni sociali che derivano da questo cambiamento.

Partiamo da un elemento strutturale: il Feedback degli utenti. C’è sempre, ma non è più condivisibile nella misura in cui non è più visibile: questo incide profondamente su quello che Robert Cialdini definisce “Il principio della riprova sociale”.

Quali sono le conseguenze di questa rivoluzione per niente silenziosa (nulla fa più rumore di ciò che scompare)?

Volendo analizzare il processo prendendo in esame il ruolo giocato dal feedback, la mia analisi può tranquillamente limitarsi a 4 punti:

  • Il feedback si libera del condizionamento degli altri: il like espresso, pubblicato, è un fatto privato. Rientra in un conversazione tra chi posta e chi apprezza.
  • Il feedback è il risultato di un’analisi più attenta e veritiera dei contenuti: quel post non ti piace perché piace a chi reputi figo, quel post ti piace e basta.
  • Il feedback non è più un elemento di appartenenza: non metti il like perché la tua community ideale o desiderata lo fa e dunque tu ne sei parte attraverso una condivisione di idee.
  • Il feedback amplifica la responsabilità del singolo utente: non ci sono altri like ad avallare il tuo, sei tu che scegli di essere da una parte dove forse approderanno altri tuoi simili o dove forse sarai solo senza che tu lo sappia.

Veniamo al dunque quindi: quale aspetto colpisce maggiormente gli influencer, e in generale i leoni da tastiera e da scatto fotografico, del social network?

Torniamo a Cialdini: nel suo libro “Le armi della persuasione” analizza le 7 armi della Persuasione una delle quali è proprio la riprova sociale secondo cui l’individuo tende a fare quello che maggiormente è approvato, condiviso, applicato dalla comunità a cui apparteniamo.

Hai mai notato che in un ambiente molto pulito nessuno si sognerebbe mai di buttare una briciola a terra? Questo è un esempio basilare del principio.

Finora la massa di like trascinava con sè quasi in automatico il consenso di altri, senza eccessivi momenti di analisi o riflessione. Adesso non è visibile la direzione della corrente, pertanto si naviga secondo la propria personale analisi, secondo i propri parametri e gusti.

Questa rivoluzione del like dunque rappresenta davvero un ostacolo per gli influencer?
Io non ne sarei così sicuro!

Vuoi capire meglio di cosa sto parlando?
Fai un salto qui!

Domenica al corso non c’eri? Un piccolo assaggio dei contenuti

Lo scorso fine settimana si è svolto il corso I’m Comunicazione, molti di voi non hanno potuto partecipare e così, a fronte di tutte le mail e messaggi che mi avete mandato, ho deciso di dare qui un piccolo assaggio degli argomenti che ho trattato.
Per conoscere i passaggi di questo mondo complesso che è la Comunicazione, è necessario studiarne i processi fondamentali perché tutto parte da lì.
Cominciamo dunque ad analizzare i pilastri della Comunicazione, ovvero gli assiomi.

In questa fase, attraverso la conoscenza degli assiomi della comunicazione, ci soffermeremo in particolare sugli aspetti relazionali presenti in un processo comunicativo.

Ogni persona che vuole migliorare le sue abilità non può prescindere dalla consapevolezza che esiste sempre un emittente ed un ricevente, e che la responsabilità della comunicazione è sempre insita nell’emittente.

Ciò che può permettere all’emittente di migliorare drasticamente e in modo significativo è sviluppare e affinare la sua abilità di ascolto. Quando si parla di ascolto non s’intende l’ abilità nel sentire le informazioni ma nel percepire i bisogni ed esigenze del proprio interlocutore sia esso singolo o facente parte di un pubblico.

Una volta prestata la giusta attenzione a questo aspetto è necessario dedicare tempo per scegliere il miglior canale comunicativo e poter rendere il discorso qualcosa di uniforme imparando ad utilizzare il livello verbale, para verbale, non verbale in modo omogeneo.
Ora, per poter entrare nel merito degli assiomi della comunicazione è necessario introdurre un importante fenomeno: la capacità di influenza reciproca tra l’emittente e il ricevente.

All’interno di uno scambio comunicativo interpersonale gli interlocutori si influenzano a vicenda all’interno di un determinato contesto. Ogni volta che l’emittente invia un messaggio al destinatario e viceversa, si verifica contemporaneamente un processo di influenza reciproca in grado di incidere sull’efficacia della comunicazione avvenuta. Nella comunicazione interpersonale, inoltre, l’efficacia dello scambio sarà maggiore nel momento in cui l’emittente porrà continuamente attenzione al contesto di appartenenza.

Affinché la comunicazione sia efficace è importante che l’emittente presti molta attenzione al contesto in cui avviene per poter scegliere la terminologia più adeguata. Allo stesso tempo il destinatario deve preoccuparsi di conoscere sempre quale sia il contesto relativo alla comunicazione avvenuta.

Primo assioma: non si può non comunicare. Qualsiasi comportamento, azione, che si manifesti attraverso le parole o il silenzio ha un valore comunicativo, poiché influenza gli altri che sono sollecitati a reagire. anche quando non parli stai comunicando qualcosa: che non vuoi parlare .

Secondo assioma: la mappa non é il territorio ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione. Ogni atto comunicativo non si limita a trasmettere un’informazione, ma determina un comportamento.

Terzo assioma: la comunicazione é il suo risultato
la natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti. I nostri scambi comunicativi non sono casuali ma sono legati da una sequenza ininterrotta, sono organizzati come se seguissero una punteggiatura. Osservando la conversazione tra due agenti comunicanti, si può identificare la sequenza di chi parla e di chi risponde, si può definire ciò che è la causa di un comportamento e ciò che è l’effetto. I modi di punteggiare una sequenza sono soggettivi e possono generare dei conflitti di relazione difficilmente superabili.

Stay tuned per il prossimo post e nel frattempo corri a studiare qui!

Zoom su whatsapp: i limiti di una comunicazione parziale

Dal post della scorsa settimana (clicca immediatamente qui se lo hai perso) mi sto concentrando sulle cosiddette dinamiche conversazionali della chat, ovvero, senza usare tecnicismi, tutto quello che si scrive sulle chat, in particolar modo su whatsapp (ma anche telegram e messanger) che in molti paesi è diventato uno strumento di comunicazione irrinunciabile.

I molti vantaggi introdotti da questo strumento ne hanno favorito una diffusione massiccia e sempre più veloce, tuttavia ad alcuni la situazione è completamente sfuggita di mano sconfinando in un abuso che spesso rischia di alterare i significati stessi dei contenuti che veicola.

Prima di entrare nel merito dei limiti di questo canale e dei suoi abusi, è cosa giusta ribadirne i vantaggi e le possibilità di utilizzo che lo rendono così popolare:

  • È un’app ed è legata ad una connessione, pertanto consente uno scambio molto agile di contenuti anche pesanti.
  • Presenta tutte una serie di funzioni che regolano il rapporto tra mittente e destinatario: spunte blu, orari di accesso, stati contenenti info, conversazioni di gruppo.
  • Presenta una diversificazione nella modalità di produzione dei contenuti: testo scritto, testo scritto dettato, audio messaggio, videochiamata, invio immediato di foto allo scatto, telefonata.
  • Contiene emoticon e tutta una serie di animazioni che rendono più vivace la conversazione e superflua la ricerca della parola giusta (#semprelaparolagiusta!!!)

Quali sono allora i pericoli di whatsapp?
Come possono le stesse caratteristiche che lo rendono funzionale ed efficace, allo stesso tempo determinarne i limiti?

Tutto dipende dalla consapevolezza di chi lo usa!
La chat è entrata a far parte delle nostre consuetudini, al punto che i fruitori non si rendono conto di essere su un canale “indiretto” di comunicazione e percepiscono una continuità e un’immediatezza nelle conversazioni che di fatto non è reale.

E da qui zoom sui principali limiti della chat in termini di processi comunicativi:

  • Assenza di contesto: chi scrive, così come chi riceve, non ha idea di quale sia il contesto in cui si trova l’interlocutore, il che di fatto rende il mittente incapace di valutare se i contenuti inviati siano congrui e adatti rispetto alla situazione in cui si trova l’altro.
  • La mancanza di contatto diretto: l’assenza di contatto determina l’assoluta mancanza di elementi di feedback non verbale che precludono la conoscenza anche degli aspetti emotivi delle conversazioni. Non si ha il controllo delle reazioni dell’altro, non si ha quindi la possibilità di percepire cosa prova davvero.
  • Mancanza di controllo del livello di attenzione dell’interlocutore. Questo è un rischio pericolosissimo specialmente quando si decide imprudentemente di affidare alla chat la diffusione di informazioni sensibili o molto importanti: il rischio che ad una veloce lettura l’interlocutore sottovaluti il volume del contenuto è altissimo.

Adesso che sei pronto per un uso più consapevole della chat, ti invito a fare un salto qui, dove la comunicazione per te non avrà più segreti.

Il feedback trionfa sulla storia: i silenzi assordanti di whatsapp

Come è cambiato il ruolo del feedback con il 2.0?
Qualcosa di forte deve essere accaduto!

Ce lo insegna il nuovo modo di interagire attraverso le chat che, a seconda di come evolvono le conversazioni, può generare in casi estremi vere e proprie reazioni da psicosi.

Gli sms per definizione nascono come messaggi brevi, modalità comunicative adottate laddove non è possibile fare una telefonata.
Oggi la telefonata è una delle attività più insolite che si possa svolgere con uno smartphone.

Emoticon, puntini di sospensione, visualizzazioni non visibili, spunte blu, orario degli accessi: questi gli elementi alla base di una nuova forma di disagio comunicativo legata alle difficoltà di interpretazione del feedback.

Il mondo della comunicazione in chat oggi è popolato da 3 diverse specie:

  • Quelli che continuano a usare le chat come sms: forse vivono meglio, ma non sfruttano a pieno lo strumento perché si limitano a utilizzarlo per la messaggistica senza entrare nel mood conversazionale caratterizzato dalla velocità di controllo e di risposta, di interpretazione delle emoticon e delle non risposte (di come si comunica non comunicando abbiamo già parlato in questo post, leggi qui).
  • Quelli che hanno oltrepassato le soglie del mood conversazionale e vagano nel regno del delirio: interpretano i silenzi come minacce, le assenze di tag come iniziative di esclusione sociale, le spunte blu senza risposta immediata come indifferenza, l’impostazione della privacy che oscura l’ultimo accesso come un ambiguo modo di agire nell’ombra.
  • Quelli che cercano di sfruttare le possibilità offerte da questo strumento in termini di utilità, che sono consapevoli di poter chiudere la chat all’occorrenza e che si appellano all’orario dell’ultimo accesso solo in situazioni di estrema urgenza o gravità.

Al di là dell’ironia che può suscitare l’andamento generale dei fruitori delle chat, quello su cui voglio invitarti a riflettere e ad analizzare è come le trasformazioni introdotte dai nuovi canali comunicativi abbiano travolto la società, influenzato le reazioni emotive potenziando quello che è già uno strumento determinante nei processi comunicativi: il feedback.

Il mondo cambia, le persone possono fare diecimila cose con uno smartphone in mano e chi comanda è sempre lui, uno dei pilastri ancestrali della Comunicazione: Sua Maestà il Feedback.

Come ti consiglio di vivere questo cambiamento?

In un’ottica di crescita facendo un semplice excursus storico.

Nella definizione del vecchio assioma ci si affidava al ruolo “correttivo” del feedback: “ti restituisco un feedback per correggere il tuo errore”.

A partire dagli anni 2000 il ruolo del feedback si è spostato verso un’altra direzione: “creiamo una cultura del feedback dove il feedback è accettato in azienda per crescere”. Questo ha generato un grosso problema dovuto a un abuso dello strumento: si davano feedback continuativi!

Nel 2.0 la modalità si è rivoluzionata: il feedback è richiesto perché percepito come uno strumento di crescita anche attraverso la solo modalità conversazionale.

Alla fine, per ora, di questa riflessione ti invito a fare un salto laddove tutti i tuoi dubbi sulla comunicazione saranno dissipati.

Corri a leggere qui!

I discorsi che hanno fatto la storia: Malcom X, “La scheda o il fucile”.

Il discorso in questione è intitolato “La Scheda o il Fucile”.
Non è un inno alla violenza, non è uno slogan, non è una questione ideologica: quello di cui si parla nel mio blog è tecnica.
Tecnica, strategia e struttura della Comunicazione.

Siamo nel 1964 nella Cory Methodist Church di Cleveland, punto di riferimento e di aggregazione della comunità afro-americane, nella quale venne organizzata una tavola rotonda dedicata alla cosiddetta “rivolta negra”.

Tra i relatori quello che più si distinse fu Malcom X.

Si tratta di un discorso piuttosto lungo, per questo ho individuato 3 passaggi fondamentali da analizzare insieme:

Sono ancora musulmano, l’Islam è ancora la mia religione. Questa è la mia fede personale. Così come Adam Clayton Powell è un pastore cristiano che dirige la Abyssinian Baptist Church di New York, ma al tempo stesso partecipa alla lotta politica per la conquista dei diritti dei neri in questo paese, allo stesso modo in cui il dottor Martin Luther King fa il pastore cristiano ad Atlanta nella Georgia e al tempo stesso è alla testa di un’altra organizzazione nera per i diritti civili; cosi come il reverendo Galamison – credo che lo abbiate sentito rammentare – è un altro pastore cristiano di New York che pure si è profondamente impegnato nel boicottaggio scolastico per combattere la segregazione, ebbene, anch’io sono un pastore, non cristiano ma musulmano e credo nell’azione su tutti i fronti con tutti i mezzi necessari.

  1. Si tratta di una presentazione d’apertura mi dirai giustamente tu. Lo è, ma non è solo questo. Il clima dell’epoca e la causa che emerge in questo passo introduttivo fanno chiaramente capire che presentare se stesso non basta: è necessario un rinforzo, un supporto, degli esempi di altri attivisti – con le loro origini culturali e le cause sostenute – che possano fungere da predecessori per avallare la forza di una simile iniziativa.

Sebbene sia ancora musulmano, non sono venuto qui stasera a parlare della mia religione o a cercare di cambiare le vostre convinzioni in materia. Non sono venuto qui per discutere di ciò che ci divide perché è tempo di cancellare i nostri disaccordi e di renderci conto che abbiamo tutti lo stesso problema, un problema comune, un problema che vi costringerà a vivere in questo inferno sia che siate battisti, metodisti, musulmani, o nazionalisti. Non importa se siete colti o analfabeti, se abitate in zone eleganti o nel ghetto, siete anche voi in questo inferno, proprio come me. Siamo tutti nelle stesse condizioni e tutti dovremo vivere nello stesso inferno che ha organizzato per noi lo stesso uomo. Quell’uomo è il bianco e tutti noi abbiamo sofferto qui, in questo paese, l’oppressione politica, lo sfruttamento economico, la degradazione sociale ad opera dell’uomo bianco.

Il dire queste cose non significa che siamo contro i bianchi come tali, ma contro lo sfruttamento, contro la degradazione e contro l’oppressione.

2) Ci siamo. Il focus è chiaro. Siamo qui per parlare di questo e ne abbiamo il diritto in virtù di quanto preannunciato in apertura. Questo è il messaggio chiaro di Malcom X che a livello tecnico è una diretta conseguenza delle argomentazioni presentate in apertura.
In questo passo riesce a riportare l’attenzione in modo schiacciante sulla questione in essere facendo un’altra operazione impeccabile: chiama in causa i diretti interessati, lascia intravedere ai suoi interlocutori le condizioni inevitabili – “l’inferno”- in cui tutti loro vivranno a prescindere dalla loro condizione sociale. Si tratta di un momento di massimo coinvolgimento perché il focus del problema investe tutti senza esclusione di colpi.

Se non si agisce presto, penso che dovrete convenire sul fatto che saremo costretti a servirci o della scheda o delle pallottole. Nel 1964 sarà la volta dell’una o delle altre. Non è che stia per arrivare il momento: il momento è già arrivato. Il 1964 minaccia di essere l’anno più esplosivo che l’America abbia mai visto. L’anno più esplosivo. Perché? E anche un anno politico, è l’anno in cui tutti i politicanti bianchi torneranno nelle comunità negre a far la corte a voi e a me per farsi dare qualche voto; l’anno in cui tutti gli imbroglioni della politica bianca verranno qui nelle nostre comunità con le loro false promesse, ad alimentare le nostre speranze di pacificazione, con i loro trucchi e i loro inganni, con le false promesse che non hanno nessuna intenzione di mantenere. Con questi metodi essi alimentano l’insoddisfazione che può portare solo a una cosa: l’esplosione. Ora qui in America – mi dispiace, fratello Lomax – ha fatto la sua comparsa il tipo di uomo nero che non tollera più di porgere l’altra guancia.

3) Ecco cosa succederà: due alternative- la scheda o le pallottole. Così Malcom X si avvicina alla chiusura di questo primo atto del suo discorso. Le premesse sono chiare, nel corpo del discorso sono esposte tutte le condizioni su cui gli interlocutori devono riflettere per passare all’azione. Il futuro si intravede già e lo stato di coinvolgimento emotivo non può che essere elevatissimo.

Eccoci alla fine di questo nuovo viaggio nel passato che sempre rappresenta un’occasione preziosa per lavorare sugli aspetti della Comunicazione.

Se vuoi approfondire l’argomento ed essere sempre più competente sui temi della Comunicazione ho un bel po’ di cose di cui parlarti. Clicca qui

Quando il primo assioma ti sfugge un po’ di mano!

Accade sì: il primo assioma può sfuggire al controllo del mittente.

Eccolo qui:

NON SI PUÒ NON COMUNICARE

Alle volte si ha così tanta voglia di comunicare che il rischio di essere fuori luogo, di ponderare poco e male gli elementi di contesto, di fare figuracce…è pressoché al massimo livello!

Qualche giorno fa abbiamo più o meno tutti festeggiato la ricorrenza del 25 aprile, data che, come sappiamo, segna un importante passaggio per il nostro Paese: la liberazione dall’occupazione nazista e fascista.

Questo è quello che ci raccontano i libri di storia, questo è quello che nella realtà è accaduto…fin qui, mi dirai, tutto torna…ma poi ho fatto un salto sui social…e nella giungla si perde la bussola con facilità.

Il vero problema non è stata la perdita della bussola, quanto piuttosto l’assoluta perdita di senso, e di significato mi sento di dire, legata ad una necessità quasi spasmodica di scrivere quello che passa per la testa senza sincerarsi che la propria cultura generale sia al passo con la realtà delle cose.

La mattina del 25 aprile Facebook, e Instagram a seguire,  era la voce di qualunque causa: ragazzi di 20 anni che chiamavano i propri coetanei “compagni”, persone molto adulte che rievocavano uno dei momenti più cruciali della storia probabilmente dei loro genitori o nonni, donne arrabbiate che postavano lo slogan “non una in meno”, chi attaccava Salvini, chi insultava Casa Pound, chi confondeva la libertà con la liberazione, chi si proclamava partigiano di cause più attuali.

Insomma, in quella data un numero impressionante di persone ha risposto al primo assioma della comunicazione declinando il proprio pensiero su qualunque cosa.

Attenzione!

Qui non stiamo a sindacare sulle opinioni espresse o sulle cause tirate in ballo. Qui, come al solito, si parla in termini tecnici di Comunicazione!

Mi sono detto che se un alieno avesse messo il naso nei social lo scorso 25 aprile non avrebbe capito nulla della ricorrenza tanto cara al nostro Paese.

La voglia di comunicare affonda le proprie radici nei bisogni più ancestrali dell’essere umano e il primo assioma ne è la prova, questo però non significa che si debba del tutto ignorare il dove, il come e il quando!

Quindi mi sento di darti qualche suggerimento per evitare di trovarti nel gruppo di chi ha buttato a caso il proprio ingrediente nel calderone:

  1. Prima di comunicare il tuo pensiero, le tue impressioni, le tue richieste su un determinato argomento, raccogli le informazioni da fonti attendibili. In questo caso bastava il libro di storia, ma non sempre è così facile.
  2. Non ti fidare delle opinioni di qualcuno solo perché lo stimi. Se stimi qualcuno sicuramente avrai le tue ragioni, ma ricorda che le opinioni spesso hanno poco a che fare con la logica. Quindi evita di aggregarti al pensiero di chi stimi solo perché hai un’ottima reputazione di questa persona.
  3. Analizza il contesto, che in termini pratici si traduce nella domanda:”è il caso che io scriva ora questa cosa in questo modo?”. Questa è più o meno la domanda “salvagente” in situazioni simili.

 

La comunicazione è uno strumento dotato di una potenza notevole che si traduce in un a velocità nella diffusione delle informazioni che spesso il mittente sottovaluta.

Sempre la parola giusta…ma con coerenza e congruità!

Pronto per scoprire le più efficaci strategie di comunicazione efficace?

 

Seguimi a questo link

 

2 ORE … ed è il panico! I rischi della comunicazione social!

Dopo il blackout di Whatsapp e Instagram ho fatto un esperimento o meglio un’indagine… Leggi bene cosa ho fatto.

Da anni ormai siamo abituati a misurarci con un modello comunicativo dettato dalle dinamiche del mondo dei social, al punto che, quando questo mondo presenta segnali di cedimento, molti perdono la bussola…e questo non va bene.

La comunicazione nasce ben prima dei social e dei nuovi modi di parlare che questi hanno introdotto, eppure domenica, le due ore di buio di facebook e whatsapp hanno generato un tale caos che molti anziché alzare il telefono (che funzionava benissimo) e chiamare la persona con cui avrebbero dovuto comunicare via whatsapp, hanno preferito lanciare dei veri SOS nei social che ancora funzionavano (assaltando twitter nello specifico!).

Come sai il mondo della comunicazione offre sempre spunti di riflessione, ma in questo caso ha proprio sollecitato in me un desiderio di “indagine” perché sono rimasto stupito di come le persone siano entrate in affanno perché 2 tra i principali canali social del momento si sono presi una pausa di qualche ora.

La maggior parte di quelli con cui ho parlato (12 su 20), non ha pensato di sopperire al mal funzionamento di whatsapp con una telefonata o con un sms tradizionale, ma ha pensato di andare su facebook per verificare se qualcuno aveva lanciato l’allarme e se erano presenti comunicazioni in merito! Non sono riusciti ad accedere e chi ha un account twitter si è sfogato lì.

Andiamo a quelli che hanno scoperto prima il mal funzionamento di facebook e instagram: qui il panico vero.
Ho udito espressioni del tipo “ero fuori dal mondo”, “in isolamento”, “non ero aggiornato sui fatti del mondo e quando ho scoperto di whatsapp non sapevo a chi e come dirlo!”.

Ok
Calma
Respira

Stiamo scherzando?

Come è possibile che l’acquisizione di nuovi comportamenti comunicativi possa indebolire così tanto la capacità di cercare soluzioni comunicative alternative?
Noi non possiamo non comunicare: è il primo assioma!
E allora, come è potuto succedere che un numero esagerato di persone ha pensato di non poterlo fare, di non raggiungere i destinatari desiderati, o, ancora peggio, ma molto peggio, di non poter accedere all’informazione?

Urge la necessità di fissare alcuni punti:

  • Viviamo in un’epoca in cui ci è offerta l’opportunità di accedere a un numero elevatissimo di canali di comunicazione, non mi riferisco all’opportunità di chiedere aiuto su twitter, ma alla capacità di avere sempre un piano B per reperire le persone più importanti da contattare.
  • Non è cosa buona utilizzare i social come veicolo di informazioni sui fatti di cronaca, di politica e sulle notizie in generale: i social sono l’habitat della fake news e molte testate giornalistiche hanno preso l’abitudine di fare dei lanci piuttosto sbilanciati rispetto al contenuto della notizia, solo per racimolare like.
  • Cerca sempre di arrivare alla notizia e gira intorno alle chiacchiere: quando i social sono tornati a funzionare le homepage erano piene di lamentele, il numero delle condivisioni di articoli che spiegassero la natura tecnica del problema era prossimo allo zero.

Comunicare è inevitabile, farlo efficacemente è una competenza che va assolutamente sviluppata, allenata, divulgata!

Sai già come fare?
Io ti suggerisco di fare un salto qui!

Come comunica la tua azienda?

Come comunica la tua azienda?

A prescindere dal settore di attività, dalla mole di lavoro, dalle dimensioni dell’organizzazione, una cosa è certa: per poter stare al mondo la tua azienda deve comunicare.

E no, non può limitarsi a comunicare e basta: deve comunicare bene, il che significa lavorare sui contenuti giusti, capire come si vuole essere rappresentati e percepiti, avere chiaro a chi ci si vuole rivolgere e in che tono conversare con gli altri.

Il mondo dei social ha stravolto il mondo della comunicazione in generale, costringendo tutti noi a prendere le misure con una dimensione sempre meno privata della vita e con un modo sempre più strutturato di raccontare la realtà.

Anche per le aziende il mondo della comunicazione si è arricchito di complessità offrendo anche delle opportunità prima d’ora inaccessibili.

L’azione “pusher” che ha caratterizzato il mondo delle aziende fino a qualche anno fa, e che popolava il cosiddetto mondo della pubblicità, è stata oggi completamente soppiantata da una dinamica di conversazione continua tra azienda e clienti, reali o potenziali, che rende questi ultimi sempre più informati sui prodotti/servizi offerti dall’azienda e sul rapporto qualità prezzo anche in base all’analisi dei competitor.

Oggi la comunicazione aziendale è soprattutto storytelling, oggi il segreto è raccontarsi a un pubblico che è in grado di intravedere la qualità del lavoro attraverso una lettura del “dietro le quinte”.

Alcuni grandi brand hanno scelto di animare le loro pagine social attraverso la voce, e soprattutto l’immagine, di queste nuove fantomatiche (ma reali più che mai) figure professionali che proprio attraverso una loro modalità narrativa sono in grado di orientare le scelte di acquisto: gli influencer.

Si avvalgono di immagini, video, racconti, attraverso i quali fanno emergere la coerenza del loro messaggio rispetto alle mission e vision aziendali e che grazie a quel meraviglioso meccanismo anche noto come “economia dei dati”  sono sempre magicamente un passo avanti rispetto ai desideri d’acquisto degli utenti, desideri che in men che non si dica diventano bisogni e utenti che in un battibaleno diventano clienti.

 

Ho intenzione di approfondire con te passo dopo passo questo mondo complesso della comunicazione in azienda.

 

Conosci già il mio metodo di lavoro e i percorsi di cui mi occupo?

Bene, puoi iniziare  facendo un salto qui!

 

 

 

 

 

I discorsi che hanno fatto la storia: il “Discorso d’insediamento” di Franklin Delano Roosevelt

Eccoci ai grandi discorsi della storia, il filone “narrativo” che ho inaugurato con il discorso di Gandhi alla Marcia del sale e che voglio continuare guardando all’esempio dei grandi discorsi che hanno lasciato un segno nel tempo.

Continuo a sottolineare che, a prescindere dai personaggi, dalle epoche, dalle loro idee e iniziative, quello che mi interessa analizzare è l’aspetto della comunicazione in termini di struttura dei discorsi e di impatto sugli interlocutori.

Oggi vorrei citare il discorso di Roosvelt conosciuto anche come “Discorso d’insediamento” del 1933.

Prima di entrare nel merito del discorso è bene inquadrarlo storicamente per comprendere al meglio il tono, la finalità e il momento in cui è stato pronunciato.

Franklin Delano Roosevelt è stato eletto Presidente degli Stati Uniti nel mezzo di una crisi economica senza precedenti, il “Discorso d’insediamento” rappresenta, per l’appunto, il suo ingresso alla Casa Bianca.

La vera particolarità di questo discorso è che contiene, dall’incipit alla chiusura, un elemento difficilmente gestibile nella sfera comunicativa: l’invettiva.

Si tratta infatti di un discorso “contro” qualcuno, si tratta di contenuti d’accusa nei confronti di chi si ritiene sia responsabile delle condizioni in cui versava in quel momento la Nazione più potente al mondo.
Ne condivido uno dei passi più salienti per entrare nel cuore della sua intensità:

E’ triste vedere che niente è cambiato, da allora. Anzi. Di fronte al fallimento del credito, essi hanno saputo soltanto proporre di ricorrere a nuove concessioni di credito. Quando è stato loro impossibile di continuare a prospettare il miraggio del profitto per indurre il nostro popolo a seguire le loro false teorie di governo, essi hanno creduto di poter correre ai ripari con pietose esortazioni invitanti a concedere ancora la perduta fiducia. Essi non conoscono altre norme, che quelle di una generazione di difensori dei propri interessi.

Non c’è dubbio, né possibilità di equivoco, basta scomporre anche solo questo passo per individuare la severità, la fermezza, la volontà d’accusa, nelle sue 3 componenti principali:

  1. Incipit: parte da uno stato d’animo che rappresenta il dolore di un popolo intero che ha creduto in un cambiamento ed è stato deluso. Si immedesima subito in chi è all’ascolto, perché sa di arrivare al cuore, alla condizione di disagio in cui molti cittadini sono ridotti dopo la crisi del ‘29.
  2. Corpo: cosa è stato fatto, e soprattutto cosa non è stato fatto, per tutelare gli interessi dei cittadini. Emergono qui gli elementi concreti, misurabili, le azioni all’origine dello status quo.
  3. Chiusura: la presa di coscienza, la piena e triste consapevolezza di dove si è giunti a causa delle azioni di alcuni e la precisa volontà di attribuire delle gravi responsabilità.

Non è facile impostare un discorso basato su un’invettiva senza minarne la solennità, soprattutto se le argomentazioni vanno a toccare tasti tanto delicati e drammatici. Si tratta di un discorso politico, collocato all’interno di una precisa strategia, deve quindi rispettare una struttura tecnica per poterne garantire l’efficacia.

Ho scelto il passo più saliente perché ci tenevo a farti vedere come si possa raggiungere il picco di efficacia anche all’interno di un discorso breve, avendo a disposizione, in termini di contenuto, solo lo scontento di un’intera nazione e la volontà di trasmettere un senso di responsabilità e di presa in carico capace di fare la differenza.

Veniamo a te, alle tue esperienze comunicative…sai che ogni discorso rispetta regole molto precise che ne garantiscono l’efficacia?
Vuoi sapere meglio di cosa sto parlando?

Fai un salto qui!

I discorsi che hanno fatto la storia: Gandhi alla marcia del sale

Il discorso: non smettere mai di aspettare un mio post su questo argomento, perché, come sai, mi sta particolarmente a cuore ed è uno dei pilastri del mio must “sempre la parola giusta”.

Ebbene la parole vanno inquadrate, strutturate, inserite in una sequenza logica, coerente e funzionale.
Sono un appassionato dei grandi discorsi della storia, in particolare di quelli che hanno contribuito in qualche modo a rendere grande quel pezzo di storia!

Oggi voglio condividere un passo del Discorso della marcia del sale, di Gandhi del 1930.
Te lo introduco prima di riportarne la citazione.
La marcia del sale fu un’iniziativa volta a sfidare il decreto ministeriale reale che proibiva agli indiani di estrarre il sale. Inizialmente i protagonisti di questa iniziativa furono in pochi, ma arrivarono in migliaia, per poi, in migliaia, essere picchiati e arrestati dalla polizia inglese.

Ecco il discorso che Gandhi proclamò alla marcia del sale

Da quanto ho visto e sentito nelle due ultime settimane, sono propenso a credere che il numero dei seguaci della resistenza civile continuerà ad aumentare ininterrottamente. Ma è necessario che non si manifesti neppure una parvenza di violenza anche dopo che noi saremo stati arrestati. Noi abbiamo fermamente deciso di far ricorso a tutte le nostre risorse per portare avanti una lotta esclusivamente nonviolenta. Nessuno deve consentire che l’ira lo faccia deviare da questa via. Questa è la mia speranza e la mia preghiera. Vorrei che queste mie parole raggiungessero ogni angolo del paese. Se io e i miei compagni periremo nella lotta, avremo portato a termine il nostro compito. Toccherà allora alla Commissione di Lavoro del Congresso indicarvi la via da seguire, e starà a voi seguire la sua guida. Questo è il vero significato della risoluzione della Commissione di Lavoro.

L’emozione, e il brivido, che questo discorso infonde è legato non solo ai contenuti profondi e di grande valore umano e civile, ma anche al modo in cui la resa di questi contenuti è resa sublime grazie alla struttura su cui il testo è costruito:

– C’è un’apertura contenente tutto ciò che è necessario introdurre per coinvolgere i partecipanti e ribadire le motivazioni
– C’è un “corpo” in cui il discorso vive il suo sviluppo e contiene i fatti, le volontà, la determinazione, creando una chiara ispirazione.
– C’è un atterraggio, una chiusura, che porta a compimento, con coerenza, ciò che stato anticipato, accompagnato da una visione del futuro, sotto forma di speranza e di richiesta all’azione (preghiera).

La potenza di questo discorso lo ha reso uno dei più famosi e dirompenti della storia.

Ogni discorso, a prescindere dai contenuti, è reso efficace dalla sua struttura.
Vuoi sapere come costruire un discorso efficace per dare il giusto valore, e soprattutto seguito, alle tue parole?
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