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Il mobbing : prevenire grazie alle tecniche di comunicazione

Il tema che ho scelto è un tema forte, il mobbing è una ferita privata e professionale molto difficile da risanare.

Voglio parlarne a fondo, voglio parlarne bene, ma voglio partire dalle soluzioni e proporti un approccio che partendo dalle modalità di comunicazione scava a fondo e arriva al problema.
Le dinamiche del mobbing saranno oggetto di prossimi approfondimenti, qui partiamo dagli strumenti, da quello che serve per tentare di risolvere il problema e ti assicuro che mai come in un caso simile il fattore determinante è l’efficacia.

Si tratta di un disagio così invasivo che è davvero imprudente farsi trovare impreparati.

Nelle sessioni di coaching in cui mi viene sottoposto il problema, le modalità di intervento sono specifiche a seconda dei casi, ma proprio perché ne vedo davvero tante, voglio fornirti gli strumenti per prevenire in primo luogo, ma all’occorrenza affrontare, situazioni di mobbing.

La prima risorsa che devi conoscere per capire a fondo chi si relaziona con te nel tuo ambiente professionale, ma vale per tutti gli ambienti, riguarda lo stile relazionale di una persona. Conoscere le caratteristiche specifiche degli stili relazionali vuol dire essere in grado di proteggersi e soprattutto di applicare lo stile più efficace per affrontare quello degli altri.

Partiamo dalla conoscenza tecnica degli stili di comunicazione e impariamo a riconoscere quello che abbiamo davanti:
Quando si parla di comunicazione interpersonale è molto importante soffermarsi sulle modalità di approccio che ognuno di noi mette in atto quando si interfaccia con gli altri, possiamo infatti individuare degli stili relazionali a cui ogni persona tende pur non rientrando esclusivamente solo in uno di essi.

Abbiamo 3 principali stili relazionali:

∙ Lo stile Passivo
∙ Lo stile Aggressivo
∙ Lo stile Assertivo

Nessuno si riconosce unicamente in uno stile, ci possono essere delle tendenze verso uno stile piuttosto che un altro, una predominanza di uno stile, ma non è possibile che i comportamenti di un individuo non oltrepassino i confini di uno degli stili.
Sai cosa significa assertività?

Partiamo dalla definizione: l’assertività è un comportamento relazionale finalizzato al raggiungimento di obiettivi prefissati, senza creare sentimenti di conflittualità. L’assertività è la capacità di esprimere idee, sentimenti, bisogni propri, di affermare i propri diritti tenendo conto dei diritti altrui.
Nell’analisi degli stili che leggerai è importante che il tuo approccio sia libero dal sentimento del giudizio, e che la lettura di questi profili rappresenti un’analisi tecnica finalizzata al costante e continuo miglioramento.

Non è raro che le vittime di mobbing abbiano uno stile relazionale passivo e che abbiano la tendenza a subire forme di comunicazione molto aggressive perché incapaci di applicare assertività.

Potrebbe sembrare facile operare una netta distinzione tra vittima e carnefice, attribuendo rispettivamente uno stile passivo e aggressivo e può capitare che sia realmente così, peccato però che la complessità del fenomeno non permetta affatto di semplificare così tanto le cose, perché può accadere ad esempio che un aggressivo resti vittima delle sue stesse modalità di comunicazione perché ha uno stile relazionale poco gradito al suo superiore che magari ne applica uno passivo.

Lo stile, il ruolo, il contesto: sono tutti elementi che esercitano un’influenza fortissima sulle dinamiche di mobbing e sulla comprensione degli stili relazionali.

La questione è lunga e ti anticipo che nel prossimo post ti faccio l’identikit della possibile vittima…o di un carnefice atipico: lo stile passivo.

Ora però non rimanere con le mani in mano, vieni a esplorare tutto quello che devi sapere sulla Comunicazione se vuoi avere soluzioni tra le mani e non problemi tra i piedi!

 

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Le parole sbagliate sono come la grandine che distrugge i raccolti: ecco cosa evitare.

Ieri ho sentito un tizio pronunciare la seguente frase: “ a seconda di come dici le cose può venir giù la grandine!”.
Non ho ben capito quali origini territoriali abbia questa espressione, ho fatto una veloce ricerca nel repertorio dei proverbi, ma non l’ho trovata. Potrebbe trattarsi di un’espressione coniata all’istante o magari di un modo di dire perpetuato nella sua famiglia.
Ovviamente mi sono detto “urca se ha ragione!” e magari questi effetti si fermassero a una grandinata.
Ho cominciato a pensare alle centinaia di storie che mi vengono raccontate , direi proprio sottoposte, durante le migliaia di ore che passo insieme a gruppi di manager professionisti e persone che vogliono migliorare , e così ho fatto saltare un tassello nel mio piano editoriale di oggi e ho detto “oggi devo parlare di questo, perché le cose non succedono per caso e non posso esimermi visto che sono il promotore del #semprelaparolagiusta.

Voglio essere utile per te e quindi entro nel tecnico per aiutarti a risolvere situazioni che sicuramente, nel tuo privato, si saranno verificate.
Voglio che quello che dico ti torni utile, quindi, adesso, apri la mente e rifletti su quello che sto per dirti.
Parti da questo presupposto: devi dire qualcosa a qualcuno ed è importante.
Ci tieni, ci pensi, ti sta a cuore la questione. Non puoi sbagliare.

Ecco i fattori da cui devi tenerti alla larga per evitare di trasformare la comunicazione in una bomba a orologeria.

  • La comunicazione indiretta: ovvero impostare una processo comunicativo in cui una terza persona parla al posto tuo o per tuo conto.
    Ti chiedo ? hai bisogno di aiuto? Da solo non ce la fai? Che bisogno c’è di mettere in mezzo altre persone? Qui l’area di rischio è vastissima, in primo luogo perché affidare un’informazione ad un’altra persona significa esporsi al rischio dell’interpretazione, può dunque accadere che le cose vengano involontariamente riportate in maniera diversa da quello che sono nella realtà. In secondo luogo hai mai pensato che le persone non amino essere coinvolte in faccende delicate che non le riguardano? Senza considerare che la persona a cui dovresti comunicare direttamente la cosa potrebbe non gradire la condivisione di un fatto privato. Come avrai capito in quest’area il danno possibile è molto molto esteso.
  • E’ necessario lavorare molto sul tono da scegliere per evitare di essere aggressivo o accusante. Quando ci sono di mezzo gli aspetti emotivi è molto complicato controllare questo aspetto perché in qualche modo è come se si conducesse da solo senza il tuo controllo. Va da sé che molto dipende dal motivo del confronto e dall’interlocutore, ma in linea di massima, per gli obiettivi della comunicazione, perdere il controllo non va mai bene perché si rischia di perdere la lucidità necessaria per focalizzarsi sulle informazioni da trasmettere.
  • Il momento e il contesto non sono un “di cui”. Spesso l’importanza che attribuiamo alle situazioni da affrontare, la priorità che riconosciamo a quello che dobbiamo dire non ci consente di agire al momento e nel luogo giusto. Molte volte mi sono soffermato sull’importanza di questi due elementi capaci di fornire una cornice anche molto alterata delle azioni da intraprendere. Valutare le situazioni di contesto significa porsi anche delle domande sull’interlocutore: può essere un buon momento per consegnargli determinate informazioni? Che tipo di momento emotivo sta vivendo? Questo non significa fargli una seduta psicologica prima di parlargli, ma piuttosto instaurare un livello di empatia capace di preservare entrambi da una comunicazione inadeguata.
  • Parlare senza ascoltare. Sì ok, hai qualcosa da dire e lo abbiamo capito, ma non significa che tu debba travasare nell’altro parole a dismisura travolgendolo completamente. Concedi al tuo interlocutore, e a te stesso, l’opportunità di una comunicazione completa, equa, efficace, possibile solo attraverso l’ascolto delle sue argomentazioni.
    Il silenzio. Ti sembra strano vero? Non hai idea delle catastrofi generate dalle cose non dette, dalle parole trattenute per orgoglio, per pregiudizio verso l’altro o per paura. La mancanza di comunicazione, o peggio gli equivoci generati dalla scelta del silenzio, possono avere delle conseguenza devastanti, separando le persone per anni e, nell’esperienza di chi si racconta con me, purtroppo devo dover aggiungere talvolta per sempre.

Ci tenevo che oggi leggessi proprio questo e non voglio fermarmi qui, voglio darti altro …vieni a scoprirloqui!

In un giorno il mondo ha cambiato il modo di comunicare

Un giorno il mondo è cambiato: questo è il primo ricordo che la maggior parte della popolazione mondiale ha dell’11 settembre 2001.
Non esiste attività che quel giorno abbia potuto distogliere qualsiasi essere umano da quello che stava accadendo al World Trade Center di NYC: l’attacco alle Torri Gemelle simbolo incontrastato del mondo dell’economia e oggi insanabile assenza nel landscape newyorkese.

Non è cinismo quello che mi spinge a soffermarmi sul potere della comunicazione che questo evento ha avuto e sul numero elevatissimo di strumenti, canali e fonti a cui si è attinto per raccontarlo.

Il motivo per cui ha destato tanto interesse in termini politici ed economici è noto a tutti, quello che invece, a distanza di quasi 20 anni, mi fa riflettere è che l’11 settembre ha cambiato il modo di comunicare una certa tipologia di eventi.

Documentari, speciali, dirette, interviste…l’archivio di informazioni è di una ricchezza senza precedenti,ma quello che davvero mi ha fatto pensare è il modo in cui ne parla lo scrittore Don Delillo nel suo romanzo “L’uomo che cade”, edito Einaudi a distanza di 7 anni dall’attacco.

I trascorsi giornalistici dello scrittore sicuramente lo aiutano a leggere, e a raccontare, l’accaduto distinguendo e soppesando attentamente ogni elemento. Lui alterna il prima al durante, i personaggi vivono l’accaduto, pensano a delle cose, vivono la reazione e il delirio delle persone intorno. La narrativa assume una potenza incredibile perché deve assolvere al ruolo di raccontare un fenomeno che ha sconvolto l’umanità per le sue peculiarità, ma anche per come è stato raccontato da giornalisti e testimoni.
Delillo esplora un aspetto che ha avuto un ruolo predominante nella comunicazione che ha gravitato intorno a questo evento: il racconto del privato, del prima della tragedia, della normalità di individui che una mattina vanno a lavoro e vengono letteralmente rapiti dalla morte.

L’11 settembre ha cambiato il modo di pensare il futuro e la progettualità e, cambiando la forma del pensiero, ha inevitabilmente cambiato anche la forma della comunicazione: nei talk show, nelle interviste, nelle conversazioni intellettuali o meno.

Ecco i 3 elementi distintivi del cambiamento che l’11 settembre 2001 ha agito sul modo di comunicare:

  • La narrazione degli eventi dedica uno spazio maggiore al racconto intimista, gli aspetti privati delle persone coinvolte hanno un ruolo determinante nella trasmissione delle informazioni relative all’accaduto.
  • La comunicazione diventa inclusiva: chiunque racconti l’evento è dentro, inevitabilmente. Nella comunicazione dell’accaduto e delle disastrose conseguenze che ha avuto, manca una prospettiva esterna: tutti ci stavano dentro. In nessuna zona del pianeta si è parlato dell’accaduto riferendosi a un “loro”, ma sempre più e in ogni dove in qualche modo ha prevalso il “noi”.
  • Ci si apre a una comunicazione della fragilità e della paura. Il modo di comunicare l’evento dell’11 settembre ha restituito l’elemento della fragilità a un occidente percepito come inscalfibile e ha aperto le porte dell’informazione anche a chi fino a quel momento non si era posto troppe domande: è stato come se un gigante avesse preso sulle ginocchia ogni adulto del mondo e gli avesse detto “la storia, la politica, l’economia possono entrare da un momento all’altro nella tua casa e portarti via tutto”.

Questo il pensiero per questa giornata scalfita nella mente di tutti: un giorno il mondo è cambiato…e con esso il modo di raccontare.

Il veglione…di settembre!

C’è chi sostiene che l’inizio dell’anno debba essere festeggiato a settembre…considerando tutto quello che ognuno di noi è chiamato a muovere dopo la fine dell’estate, direi che quest’affermazione davvero non fa una piega.

Si ricomincia: questa è la parola d’ordine.
Cosa, come, dove, quando è poi nell’esperienza di ciascuno, ma quello che davvero accomuna tutti è la necessità di alzare il culo (ops) dalle sdraio e immergersi in una nuova stagione tutta da costruire.

Da anni sostengo la motivazione come valore alla base di molte azioni, fondamentale per intraprendere percorsi e attività.

Tutti i miei percorsi per te sono pronti, ho tutto quello che ti serve per le tue performance in pubblico: strumenti, strategie, tips, conoscenze per una corretta lettura dei contesti e dei tuoi interlocutori.
Hai tutto a disposizione per far decollare le tue performance comunicative: niente più titubanze, intoppi, perdite di tempo e soprattutto niente più buchi nell’acqua: è arrivato il momento del successo!

La domanda che ti faccio è semplice: tu sei pronto?
Essere pronti non si traduce nel volerlo e basta, è un processo strutturato anche questo, quindi il mio primo intervento per te dopo l’estate comincia adesso dandoti gli strumenti per prepararti all’apprendimento e alla messa in pratica delle competenze che ti consentiranno di arrivare spedito ai tuoi obiettivi.

Devi, e dico devi:

· avere assoluta consapevolezza di voler diventare speaker eccellente e di avere le abilità per poterlo essere concretamente;
· maturare la convinzione che l’abilità di parlare in pubblico non è qualcosa di irraggiungibile o metafisico, ma una competenza che si può acquisire raggiungendo un’adeguata preparazione seguendo regole e passaggi ben definiti;
· pensare in termini positivi il tuo obiettivo, visualizzando il momento in cui esporrai un discorso in pubblico come un momento positivo, immaginando di avere successo come abile oratore nella professione e nel privato;
· dedicarti all’esercizio: l’abilità comunicativa va allenata, seguendo percorsi precisi di studio e di applicazioni pratiche per affinare le capacità e avvicinarci all’eccellenza;
· sfruttare tutte le occasioni per fare pratica in materia di Public Speaking, sia buttandoti in situazioni che lo richiedono, mettendo alla prova la tua abilità, sia osservando gli altri e catturando spunti utili.

Non finisce qui, per il momento ti faccio fare un giro panoramico di quello che ti aspetta, clicca qui!

Benvenuto in questo settembre ricco di opportunità!

Instagram sovverte le regole della persuasione

Ma allora le teorie elaborate da Robert Cialdini ne “Le armi della Persuasione” come si collocano in questo imminente (non ancora speriementato da tutti gli account a seconda degli aggiornamenti) stravolgimento di Instagram?

Alt! Procediamo con calma. Partiamo dall’antefatto, escludiamo facili deduzioni e poi vengo al dunque!

Da qualche giorno gli utenti di Instagram si sono accorti che i likes alle proprie foto non sono visibili agli altri frequentatori della piattaforma ma solo a se stessi.

Inizialmente in molti hanno creduto che si trattasse di un problema tecnico, per poi apprendere che si tratta di una specifica scelta con tanto di motivazione a carico.
Sembra infatti che il social network popolato dalle foto e dagli hashtag degli utenti di tutto il mondo abbia deciso di concentrarsi sulla qualità dei contenuti, o meglio, sull’intento da parte degli utenti di condividere contenuti di valore senza essere offuscati dall’ebbrezza del desiderio di ottenere più like.
Caos totale tra i cacciatori di like ai quali al momento viene meno la certezza del metro di misurazione per eccellenza: il consenso, o meno, dei follower della propria pagina.

La prima domanda che ci si è posti è stata: e gli influencer?
Come si fa da adesso in poi a capire se sono fighi?

Il metro di valutazione, nonché di misurazione, diventa dunque invisibile?
Eh no, il punto è proprio questo: l’utente sa quanti like ha ricevuto, sono gli altri utenti a non saperlo.
Come si traduce questo processo sul piano della Comunicazione?
Cosa accade a livello tecnico?
A risultare alterato non è tanto l’assetto tecnico della comunicazione quanto piuttosto le ripercussioni sociali che derivano da questo cambiamento.

Partiamo da un elemento strutturale: il Feedback degli utenti. C’è sempre, ma non è più condivisibile nella misura in cui non è più visibile: questo incide profondamente su quello che Robert Cialdini definisce “Il principio della riprova sociale”.

Quali sono le conseguenze di questa rivoluzione per niente silenziosa (nulla fa più rumore di ciò che scompare)?

Volendo analizzare il processo prendendo in esame il ruolo giocato dal feedback, la mia analisi può tranquillamente limitarsi a 4 punti:

  • Il feedback si libera del condizionamento degli altri: il like espresso, pubblicato, è un fatto privato. Rientra in un conversazione tra chi posta e chi apprezza.
  • Il feedback è il risultato di un’analisi più attenta e veritiera dei contenuti: quel post non ti piace perché piace a chi reputi figo, quel post ti piace e basta.
  • Il feedback non è più un elemento di appartenenza: non metti il like perché la tua community ideale o desiderata lo fa e dunque tu ne sei parte attraverso una condivisione di idee.
  • Il feedback amplifica la responsabilità del singolo utente: non ci sono altri like ad avallare il tuo, sei tu che scegli di essere da una parte dove forse approderanno altri tuoi simili o dove forse sarai solo senza che tu lo sappia.

Veniamo al dunque quindi: quale aspetto colpisce maggiormente gli influencer, e in generale i leoni da tastiera e da scatto fotografico, del social network?

Torniamo a Cialdini: nel suo libro “Le armi della persuasione” analizza le 7 armi della Persuasione una delle quali è proprio la riprova sociale secondo cui l’individuo tende a fare quello che maggiormente è approvato, condiviso, applicato dalla comunità a cui apparteniamo.

Hai mai notato che in un ambiente molto pulito nessuno si sognerebbe mai di buttare una briciola a terra? Questo è un esempio basilare del principio.

Finora la massa di like trascinava con sè quasi in automatico il consenso di altri, senza eccessivi momenti di analisi o riflessione. Adesso non è visibile la direzione della corrente, pertanto si naviga secondo la propria personale analisi, secondo i propri parametri e gusti.

Questa rivoluzione del like dunque rappresenta davvero un ostacolo per gli influencer?
Io non ne sarei così sicuro!

Vuoi capire meglio di cosa sto parlando?
Fai un salto qui!

Domenica al corso non c’eri? Un piccolo assaggio dei contenuti

Lo scorso fine settimana si è svolto il corso I’m Comunicazione, molti di voi non hanno potuto partecipare e così, a fronte di tutte le mail e messaggi che mi avete mandato, ho deciso di dare qui un piccolo assaggio degli argomenti che ho trattato.
Per conoscere i passaggi di questo mondo complesso che è la Comunicazione, è necessario studiarne i processi fondamentali perché tutto parte da lì.
Cominciamo dunque ad analizzare i pilastri della Comunicazione, ovvero gli assiomi.

In questa fase, attraverso la conoscenza degli assiomi della comunicazione, ci soffermeremo in particolare sugli aspetti relazionali presenti in un processo comunicativo.

Ogni persona che vuole migliorare le sue abilità non può prescindere dalla consapevolezza che esiste sempre un emittente ed un ricevente, e che la responsabilità della comunicazione è sempre insita nell’emittente.

Ciò che può permettere all’emittente di migliorare drasticamente e in modo significativo è sviluppare e affinare la sua abilità di ascolto. Quando si parla di ascolto non s’intende l’ abilità nel sentire le informazioni ma nel percepire i bisogni ed esigenze del proprio interlocutore sia esso singolo o facente parte di un pubblico.

Una volta prestata la giusta attenzione a questo aspetto è necessario dedicare tempo per scegliere il miglior canale comunicativo e poter rendere il discorso qualcosa di uniforme imparando ad utilizzare il livello verbale, para verbale, non verbale in modo omogeneo.
Ora, per poter entrare nel merito degli assiomi della comunicazione è necessario introdurre un importante fenomeno: la capacità di influenza reciproca tra l’emittente e il ricevente.

All’interno di uno scambio comunicativo interpersonale gli interlocutori si influenzano a vicenda all’interno di un determinato contesto. Ogni volta che l’emittente invia un messaggio al destinatario e viceversa, si verifica contemporaneamente un processo di influenza reciproca in grado di incidere sull’efficacia della comunicazione avvenuta. Nella comunicazione interpersonale, inoltre, l’efficacia dello scambio sarà maggiore nel momento in cui l’emittente porrà continuamente attenzione al contesto di appartenenza.

Affinché la comunicazione sia efficace è importante che l’emittente presti molta attenzione al contesto in cui avviene per poter scegliere la terminologia più adeguata. Allo stesso tempo il destinatario deve preoccuparsi di conoscere sempre quale sia il contesto relativo alla comunicazione avvenuta.

Primo assioma: non si può non comunicare. Qualsiasi comportamento, azione, che si manifesti attraverso le parole o il silenzio ha un valore comunicativo, poiché influenza gli altri che sono sollecitati a reagire. anche quando non parli stai comunicando qualcosa: che non vuoi parlare .

Secondo assioma: la mappa non é il territorio ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione. Ogni atto comunicativo non si limita a trasmettere un’informazione, ma determina un comportamento.

Terzo assioma: la comunicazione é il suo risultato
la natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti. I nostri scambi comunicativi non sono casuali ma sono legati da una sequenza ininterrotta, sono organizzati come se seguissero una punteggiatura. Osservando la conversazione tra due agenti comunicanti, si può identificare la sequenza di chi parla e di chi risponde, si può definire ciò che è la causa di un comportamento e ciò che è l’effetto. I modi di punteggiare una sequenza sono soggettivi e possono generare dei conflitti di relazione difficilmente superabili.

Stay tuned per il prossimo post e nel frattempo corri a studiare qui!

Zoom su whatsapp: i limiti di una comunicazione parziale

Dal post della scorsa settimana (clicca immediatamente qui se lo hai perso) mi sto concentrando sulle cosiddette dinamiche conversazionali della chat, ovvero, senza usare tecnicismi, tutto quello che si scrive sulle chat, in particolar modo su whatsapp (ma anche telegram e messanger) che in molti paesi è diventato uno strumento di comunicazione irrinunciabile.

I molti vantaggi introdotti da questo strumento ne hanno favorito una diffusione massiccia e sempre più veloce, tuttavia ad alcuni la situazione è completamente sfuggita di mano sconfinando in un abuso che spesso rischia di alterare i significati stessi dei contenuti che veicola.

Prima di entrare nel merito dei limiti di questo canale e dei suoi abusi, è cosa giusta ribadirne i vantaggi e le possibilità di utilizzo che lo rendono così popolare:

  • È un’app ed è legata ad una connessione, pertanto consente uno scambio molto agile di contenuti anche pesanti.
  • Presenta tutte una serie di funzioni che regolano il rapporto tra mittente e destinatario: spunte blu, orari di accesso, stati contenenti info, conversazioni di gruppo.
  • Presenta una diversificazione nella modalità di produzione dei contenuti: testo scritto, testo scritto dettato, audio messaggio, videochiamata, invio immediato di foto allo scatto, telefonata.
  • Contiene emoticon e tutta una serie di animazioni che rendono più vivace la conversazione e superflua la ricerca della parola giusta (#semprelaparolagiusta!!!)

Quali sono allora i pericoli di whatsapp?
Come possono le stesse caratteristiche che lo rendono funzionale ed efficace, allo stesso tempo determinarne i limiti?

Tutto dipende dalla consapevolezza di chi lo usa!
La chat è entrata a far parte delle nostre consuetudini, al punto che i fruitori non si rendono conto di essere su un canale “indiretto” di comunicazione e percepiscono una continuità e un’immediatezza nelle conversazioni che di fatto non è reale.

E da qui zoom sui principali limiti della chat in termini di processi comunicativi:

  • Assenza di contesto: chi scrive, così come chi riceve, non ha idea di quale sia il contesto in cui si trova l’interlocutore, il che di fatto rende il mittente incapace di valutare se i contenuti inviati siano congrui e adatti rispetto alla situazione in cui si trova l’altro.
  • La mancanza di contatto diretto: l’assenza di contatto determina l’assoluta mancanza di elementi di feedback non verbale che precludono la conoscenza anche degli aspetti emotivi delle conversazioni. Non si ha il controllo delle reazioni dell’altro, non si ha quindi la possibilità di percepire cosa prova davvero.
  • Mancanza di controllo del livello di attenzione dell’interlocutore. Questo è un rischio pericolosissimo specialmente quando si decide imprudentemente di affidare alla chat la diffusione di informazioni sensibili o molto importanti: il rischio che ad una veloce lettura l’interlocutore sottovaluti il volume del contenuto è altissimo.

Adesso che sei pronto per un uso più consapevole della chat, ti invito a fare un salto qui, dove la comunicazione per te non avrà più segreti.

Il feedback trionfa sulla storia: i silenzi assordanti di whatsapp

Come è cambiato il ruolo del feedback con il 2.0?
Qualcosa di forte deve essere accaduto!

Ce lo insegna il nuovo modo di interagire attraverso le chat che, a seconda di come evolvono le conversazioni, può generare in casi estremi vere e proprie reazioni da psicosi.

Gli sms per definizione nascono come messaggi brevi, modalità comunicative adottate laddove non è possibile fare una telefonata.
Oggi la telefonata è una delle attività più insolite che si possa svolgere con uno smartphone.

Emoticon, puntini di sospensione, visualizzazioni non visibili, spunte blu, orario degli accessi: questi gli elementi alla base di una nuova forma di disagio comunicativo legata alle difficoltà di interpretazione del feedback.

Il mondo della comunicazione in chat oggi è popolato da 3 diverse specie:

  • Quelli che continuano a usare le chat come sms: forse vivono meglio, ma non sfruttano a pieno lo strumento perché si limitano a utilizzarlo per la messaggistica senza entrare nel mood conversazionale caratterizzato dalla velocità di controllo e di risposta, di interpretazione delle emoticon e delle non risposte (di come si comunica non comunicando abbiamo già parlato in questo post, leggi qui).
  • Quelli che hanno oltrepassato le soglie del mood conversazionale e vagano nel regno del delirio: interpretano i silenzi come minacce, le assenze di tag come iniziative di esclusione sociale, le spunte blu senza risposta immediata come indifferenza, l’impostazione della privacy che oscura l’ultimo accesso come un ambiguo modo di agire nell’ombra.
  • Quelli che cercano di sfruttare le possibilità offerte da questo strumento in termini di utilità, che sono consapevoli di poter chiudere la chat all’occorrenza e che si appellano all’orario dell’ultimo accesso solo in situazioni di estrema urgenza o gravità.

Al di là dell’ironia che può suscitare l’andamento generale dei fruitori delle chat, quello su cui voglio invitarti a riflettere e ad analizzare è come le trasformazioni introdotte dai nuovi canali comunicativi abbiano travolto la società, influenzato le reazioni emotive potenziando quello che è già uno strumento determinante nei processi comunicativi: il feedback.

Il mondo cambia, le persone possono fare diecimila cose con uno smartphone in mano e chi comanda è sempre lui, uno dei pilastri ancestrali della Comunicazione: Sua Maestà il Feedback.

Come ti consiglio di vivere questo cambiamento?

In un’ottica di crescita facendo un semplice excursus storico.

Nella definizione del vecchio assioma ci si affidava al ruolo “correttivo” del feedback: “ti restituisco un feedback per correggere il tuo errore”.

A partire dagli anni 2000 il ruolo del feedback si è spostato verso un’altra direzione: “creiamo una cultura del feedback dove il feedback è accettato in azienda per crescere”. Questo ha generato un grosso problema dovuto a un abuso dello strumento: si davano feedback continuativi!

Nel 2.0 la modalità si è rivoluzionata: il feedback è richiesto perché percepito come uno strumento di crescita anche attraverso la solo modalità conversazionale.

Alla fine, per ora, di questa riflessione ti invito a fare un salto laddove tutti i tuoi dubbi sulla comunicazione saranno dissipati.

Corri a leggere qui!

I discorsi che hanno fatto la storia: Malcom X, “La scheda o il fucile”.

Il discorso in questione è intitolato “La Scheda o il Fucile”.
Non è un inno alla violenza, non è uno slogan, non è una questione ideologica: quello di cui si parla nel mio blog è tecnica.
Tecnica, strategia e struttura della Comunicazione.

Siamo nel 1964 nella Cory Methodist Church di Cleveland, punto di riferimento e di aggregazione della comunità afro-americane, nella quale venne organizzata una tavola rotonda dedicata alla cosiddetta “rivolta negra”.

Tra i relatori quello che più si distinse fu Malcom X.

Si tratta di un discorso piuttosto lungo, per questo ho individuato 3 passaggi fondamentali da analizzare insieme:

Sono ancora musulmano, l’Islam è ancora la mia religione. Questa è la mia fede personale. Così come Adam Clayton Powell è un pastore cristiano che dirige la Abyssinian Baptist Church di New York, ma al tempo stesso partecipa alla lotta politica per la conquista dei diritti dei neri in questo paese, allo stesso modo in cui il dottor Martin Luther King fa il pastore cristiano ad Atlanta nella Georgia e al tempo stesso è alla testa di un’altra organizzazione nera per i diritti civili; cosi come il reverendo Galamison – credo che lo abbiate sentito rammentare – è un altro pastore cristiano di New York che pure si è profondamente impegnato nel boicottaggio scolastico per combattere la segregazione, ebbene, anch’io sono un pastore, non cristiano ma musulmano e credo nell’azione su tutti i fronti con tutti i mezzi necessari.

  1. Si tratta di una presentazione d’apertura mi dirai giustamente tu. Lo è, ma non è solo questo. Il clima dell’epoca e la causa che emerge in questo passo introduttivo fanno chiaramente capire che presentare se stesso non basta: è necessario un rinforzo, un supporto, degli esempi di altri attivisti – con le loro origini culturali e le cause sostenute – che possano fungere da predecessori per avallare la forza di una simile iniziativa.

Sebbene sia ancora musulmano, non sono venuto qui stasera a parlare della mia religione o a cercare di cambiare le vostre convinzioni in materia. Non sono venuto qui per discutere di ciò che ci divide perché è tempo di cancellare i nostri disaccordi e di renderci conto che abbiamo tutti lo stesso problema, un problema comune, un problema che vi costringerà a vivere in questo inferno sia che siate battisti, metodisti, musulmani, o nazionalisti. Non importa se siete colti o analfabeti, se abitate in zone eleganti o nel ghetto, siete anche voi in questo inferno, proprio come me. Siamo tutti nelle stesse condizioni e tutti dovremo vivere nello stesso inferno che ha organizzato per noi lo stesso uomo. Quell’uomo è il bianco e tutti noi abbiamo sofferto qui, in questo paese, l’oppressione politica, lo sfruttamento economico, la degradazione sociale ad opera dell’uomo bianco.

Il dire queste cose non significa che siamo contro i bianchi come tali, ma contro lo sfruttamento, contro la degradazione e contro l’oppressione.

2) Ci siamo. Il focus è chiaro. Siamo qui per parlare di questo e ne abbiamo il diritto in virtù di quanto preannunciato in apertura. Questo è il messaggio chiaro di Malcom X che a livello tecnico è una diretta conseguenza delle argomentazioni presentate in apertura.
In questo passo riesce a riportare l’attenzione in modo schiacciante sulla questione in essere facendo un’altra operazione impeccabile: chiama in causa i diretti interessati, lascia intravedere ai suoi interlocutori le condizioni inevitabili – “l’inferno”- in cui tutti loro vivranno a prescindere dalla loro condizione sociale. Si tratta di un momento di massimo coinvolgimento perché il focus del problema investe tutti senza esclusione di colpi.

Se non si agisce presto, penso che dovrete convenire sul fatto che saremo costretti a servirci o della scheda o delle pallottole. Nel 1964 sarà la volta dell’una o delle altre. Non è che stia per arrivare il momento: il momento è già arrivato. Il 1964 minaccia di essere l’anno più esplosivo che l’America abbia mai visto. L’anno più esplosivo. Perché? E anche un anno politico, è l’anno in cui tutti i politicanti bianchi torneranno nelle comunità negre a far la corte a voi e a me per farsi dare qualche voto; l’anno in cui tutti gli imbroglioni della politica bianca verranno qui nelle nostre comunità con le loro false promesse, ad alimentare le nostre speranze di pacificazione, con i loro trucchi e i loro inganni, con le false promesse che non hanno nessuna intenzione di mantenere. Con questi metodi essi alimentano l’insoddisfazione che può portare solo a una cosa: l’esplosione. Ora qui in America – mi dispiace, fratello Lomax – ha fatto la sua comparsa il tipo di uomo nero che non tollera più di porgere l’altra guancia.

3) Ecco cosa succederà: due alternative- la scheda o le pallottole. Così Malcom X si avvicina alla chiusura di questo primo atto del suo discorso. Le premesse sono chiare, nel corpo del discorso sono esposte tutte le condizioni su cui gli interlocutori devono riflettere per passare all’azione. Il futuro si intravede già e lo stato di coinvolgimento emotivo non può che essere elevatissimo.

Eccoci alla fine di questo nuovo viaggio nel passato che sempre rappresenta un’occasione preziosa per lavorare sugli aspetti della Comunicazione.

Se vuoi approfondire l’argomento ed essere sempre più competente sui temi della Comunicazione ho un bel po’ di cose di cui parlarti. Clicca qui

Quando il primo assioma ti sfugge un po’ di mano!

Accade sì: il primo assioma può sfuggire al controllo del mittente.

Eccolo qui:

NON SI PUÒ NON COMUNICARE

Alle volte si ha così tanta voglia di comunicare che il rischio di essere fuori luogo, di ponderare poco e male gli elementi di contesto, di fare figuracce…è pressoché al massimo livello!

Qualche giorno fa abbiamo più o meno tutti festeggiato la ricorrenza del 25 aprile, data che, come sappiamo, segna un importante passaggio per il nostro Paese: la liberazione dall’occupazione nazista e fascista.

Questo è quello che ci raccontano i libri di storia, questo è quello che nella realtà è accaduto…fin qui, mi dirai, tutto torna…ma poi ho fatto un salto sui social…e nella giungla si perde la bussola con facilità.

Il vero problema non è stata la perdita della bussola, quanto piuttosto l’assoluta perdita di senso, e di significato mi sento di dire, legata ad una necessità quasi spasmodica di scrivere quello che passa per la testa senza sincerarsi che la propria cultura generale sia al passo con la realtà delle cose.

La mattina del 25 aprile Facebook, e Instagram a seguire,  era la voce di qualunque causa: ragazzi di 20 anni che chiamavano i propri coetanei “compagni”, persone molto adulte che rievocavano uno dei momenti più cruciali della storia probabilmente dei loro genitori o nonni, donne arrabbiate che postavano lo slogan “non una in meno”, chi attaccava Salvini, chi insultava Casa Pound, chi confondeva la libertà con la liberazione, chi si proclamava partigiano di cause più attuali.

Insomma, in quella data un numero impressionante di persone ha risposto al primo assioma della comunicazione declinando il proprio pensiero su qualunque cosa.

Attenzione!

Qui non stiamo a sindacare sulle opinioni espresse o sulle cause tirate in ballo. Qui, come al solito, si parla in termini tecnici di Comunicazione!

Mi sono detto che se un alieno avesse messo il naso nei social lo scorso 25 aprile non avrebbe capito nulla della ricorrenza tanto cara al nostro Paese.

La voglia di comunicare affonda le proprie radici nei bisogni più ancestrali dell’essere umano e il primo assioma ne è la prova, questo però non significa che si debba del tutto ignorare il dove, il come e il quando!

Quindi mi sento di darti qualche suggerimento per evitare di trovarti nel gruppo di chi ha buttato a caso il proprio ingrediente nel calderone:

  1. Prima di comunicare il tuo pensiero, le tue impressioni, le tue richieste su un determinato argomento, raccogli le informazioni da fonti attendibili. In questo caso bastava il libro di storia, ma non sempre è così facile.
  2. Non ti fidare delle opinioni di qualcuno solo perché lo stimi. Se stimi qualcuno sicuramente avrai le tue ragioni, ma ricorda che le opinioni spesso hanno poco a che fare con la logica. Quindi evita di aggregarti al pensiero di chi stimi solo perché hai un’ottima reputazione di questa persona.
  3. Analizza il contesto, che in termini pratici si traduce nella domanda:”è il caso che io scriva ora questa cosa in questo modo?”. Questa è più o meno la domanda “salvagente” in situazioni simili.

 

La comunicazione è uno strumento dotato di una potenza notevole che si traduce in un a velocità nella diffusione delle informazioni che spesso il mittente sottovaluta.

Sempre la parola giusta…ma con coerenza e congruità!

Pronto per scoprire le più efficaci strategie di comunicazione efficace?

 

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